Il primo atto dell’umano dramma di Massimo Fini è che non è riuscito a essere Malaparte, ma nemmeno Pitigrilli.
Il secondo atto, conseguente al primo, è la sua assoluta marginalità all’interno del panorama intellettuale-culturale italiano, e per uno che senza alcuno sprezzo del ridicolo si definisce “pensatore” (chissà se Heidegger e Wittgenstein si percepivano come tali), deve esseregli costata molto fiele. In questi casi agisce il ben noto meccanismo compensatorio del risarcimento, o meglio, della razionalizzazione narcisistica, in base al quale, la ferita si trasforma in vanto, in blasone da indossare.
Tuttavia a Fini duole che la sua indiscutibile grandezza non si stata riconosciuta, e che, nel corso della sua carriera, sia stato plagiato diverse volte come non ha mancato di renderci edotti.
Lui che ha scritto un libro su Nietzsche passato inosservato e un altro su Catilina, passato inosservato e si è cimentato in una autobiografia dove probabilmente racconta che dava del tu a Visconti, “Luchino” e ad altri mostri sacri, recentemente se l’è presa con Luciano Capone de Il Foglio reo di averlo bollato come “nazista” ed “estremista di sinistra”. Capone nega di averlo mai fatto. Ma torniamo a Fini
Fini fa notare la contraddizione, in realtà inesistente. Dovrebbe sapere che esiste la categoria dei rossobruni, quella fusione in cui l’estremismo di sinistra e quello di destra si conpenetrano per creare appunto l’amalgama cromatico fecale. Alexander Dugin, agli esordi, fondò un partito la cui bandiera era quella nazista, solo che al centro del cerchio bianco, invece della svastica c’erano falce e martello sovrapposti.
E non basta ricordare che la propria madre era ebrea e che egli ha avuto antenati uccisi dai nazisti, perché si può perfettamente essere halakikamente ebrei e antisemiti allo stesso tempo, come Otto Weininger non ha mancato di insegnarci.
E qui giungiamo al terzo atto del dramma di Fini, che è il risultato del suo volere a tutti i costi recitare la parte dell’anticonformista, trasformando il ruolo in una caricatura: elogiando i talebani, e quindi apprezzando gli iraniani, o affermando che peggio dei nazisti furono gli americani durante la Seconda guerra mondiale, perché i primi non stupravano serialmente, i secondi si. Tutto un teatrino allestito allo scopo di épater le bourgeois, ma che invece dell’indignazione provoca solo sbadigli prolungati.
Ma è su Israele, naturalmente, su Israele che Fini, ha soprattutto lanciato i suoi siluri, dipingendolo come viene abitualmente dipinto dai suoi più forsennati denigratori; la fucina tenebrosa del male in terra. Subito dopo gli israeliani arrivano gli americani, o forse insieme, come fratelli siamesi in nequizie.
Fini smaschera la tabe occidentale, esaltando le eroiche e virili virtù di chi si oppone al suo nefasto incedere. La sua sede naturale è oggi Il Fatto Quotidiano, dove si adunano tutti i più garruli anti-occidentali da operetta e che sarebbe assai piaciuto a Julius Streicher e a Giovanni Preziosi, che non hanno conosciuto Fini, ma che se avessero potuto leggere i suoi pezzi su Israele, dopo averlo fatto gli avrebbero espresso le loro più vive congratulazioni.
Il quarto e ultimo atto del dramma di Fini e non avere potuto ottenere questo omaggio.