Il dialogo interreligioso è stato frantumato e divelto dall’orrore inaudito dell’eccidio del 7 ottobre, piccola Shoah più selvaggia e disumana della Shoah del secolo scorso.
Il dialogo ebraico-cristiano, favorito dalla storica dichiarazione conciliare Nostra Aetate, ha subito una violenta scossa e attraversato regressi, ritorni preoccupanti ad un antigiudaismo che era rimasto sotterraneo. Allahu Akhbar!, l’urlo assassino: nel nome di Dio un’idolatria della morte, l’inizio di un nuovo progetto di sterminio degli ebrei, ad un inedito livello di barbara disumanizzazione.
Nostra Aetate aveva inteso abolire la teologia della sostituzione, radice dell’antigiudaismo, ma dal 2023 un mondo oscurato e intossicato ha adottato l’ideologia della sostituzione con gli ebrei nazificati e i “palestinesi” beatificati come “nuovi ebrei”. Questo terremoto antiebraico ha scosso ed eroso gli effetti positivi del dialogo ebraico-cristiano, ha fatto riemergere realtà pre e anti-conciliari nel corpo e in alcune gerarchie della Chiesa Cattolica, compresi gesti e parole dell’allora Papa Bergoglio.
Non solo si è voluto travolgere lo Stato ebraico e l’indissolubile, sacro legame tra gli ebrei e la Terra di Israele, ma anche la religione ebraica è stata colpita, come ha espressamente riconosciuto Rav Riccardo Di Segni, il quale ha denunciato una “teologia regredita” da parte di settori cattolici.
Come si presenta la situazione, al passaggio del sessantesimo anniversario di Nostra Aetate? Nonostante offese e tradimenti, Nostra Aetate ha retto all’impatto devastante. Accanto ai ritorni antigiudaici, altri nella Chiesa sono rimasti fedeli allo spirito e alla lettera del Concilio, hanno resistito alla violenza antiebraica e hanno cominciato anche ad approfondire le ragioni profonde del dialogo, nel monoteismo etico. Papa Leone XIV, in occasione dell’anniversario di Nostra Aetate, ha espresso parole nette contro l’antisemitismo.
In una riflessione sull’anniversario, in fondo non sorprende che tanti cristiani siano precipitati nell’abisso antigiudaico, appena sono stati sottoposti a una invasiva, pervasiva guerra psicologica quotidiana di martellamento antiebraico. Già la svolta conciliare di sessanta anni fa aveva coinvolto in pieno vertici e settori della Chiesa Cattolica, e nel profondo le sfere attivamente impegnate nel dialogo, animate da una piena comprensione della realtà spirituale e del dinamismo culturale dell’ebraismo.
Mentre vasti strati del più convenzionale mondo cattolico erano rimasti prigionieri degli schemi e degli stereotipi antiebraici, con la loro plurimillenaria stratificazione, sul popolo deicida, sull’ostinata perfidia e vendicatività dell’ebreo maledetto.
Così si può comprendere perché ci sia stata l’esplosione di una miscela tra la sottomissione all’islamismo del terrore, propagato dal conformismo servile mediatico, con la sopravvivenza di un antigiudaismo-antisemitismo basico perdurante.
Del resto l’imperialismo mediatico, quando ha fatto le sue scelte in termini di calcolo del consenso politico, ha puntato proprio al substrato, all’inconscio archetipico collettivo di un antiebraismo di massa. Così, il fiume carsico di sempre è riemerso in superficie con le sue acque nere e fetide di odio e maledizione.
Chi ha saputo e voluto resistere ad una tale violenta e dilagante tempesta ha mostrato un valore civico, etico-religioso, umanistico. Con profondità e autenticità di libertà democratica, amicizia per Israele, approfondimento del dialogo ebraico-cristiano.
Rav Jonathan Sacks, grande maestro dell’ebraismo e campione del dialogo ebraico-cristiano, ha scritto un bellissimo vibrante libro di verità sulla violenza religiosa, che è terribilmente “entusiastica” (Non nel nome di Dio, 2015).
Rav Alfonso Arbib, presidente dell’Assemblea Rabbinica e rabbino capo di Milano, in “Pagine ebraiche” ha scritto di ferite negli ultimi due anni nel dialogo ebraico-cristiano: di sicuro Nostra Aetate ha rappresentato un cambiamento radicale – argomenta Arbib – con l’abbandono dell’obbligo della conversione, e ha rigettato l’accusa di deicidio. Come ha ricordato Papa Ratzinger: “I doni di Dio non sono revocabili, e l’alleanza con Israele permane”. È stato un passo enorme, che ha aperto un clima totalmente diverso nel rapporto con il cristianesimo.
Ma accanto ai progressi restano limiti e ambiguità. Il nodo più complesso è il rapporto con Israele e con la Terra di Israele. Un esempio è il linguaggio usato dalla Chiesa: si parla sempre di “Terra Santa” al posto di Israele…significa non riconoscere fino in fondo il legame indissolubile tra il popolo ebreo la sua terra, e quando si passa all’ostilità verso Israele in quanto tale, questa si trasforma inevitabilmente in ostilità verso gli ebrei.
Ma accanto ai progressi restano limiti e ambiguità. Il nodo più complesso è il rapporto con Israele e con la Terra di Israele. Un esempio è il linguaggio usato dalla Chiesa: si parla sempre di “Terra Santa” al posto di Israele…significa non riconoscere fino in fondo il legame indissolubile tra il popolo ebraico la sua terra, e quando si passa all’ostilità verso Israele in quanto tale, questa si trasforma inevitabilmente in ostilità verso gli ebrei. Arbib ricorda Rav Giuseppe Laras, che diceva: “Il dialogo interreligioso è rimasto un dialogo di élite, che non ha toccato davvero le masse”.
Ora si è formato “l’antisemitismo dei buoni: persone che si sentono dalla parte giusta della storia, animate da un senso morale superiore, ma che in nome di questa presunta moralità finiscono per legittimare ogni accusa e ogni pregiudizio contro Israele e gli ebrei”. Infine, Rav Arbib osserva: “Negli ultimi anni, il dialogo con l’ebraismo sembra essere passato in secondo piano, mentre ha assunto sempre più centralità quello con l’Islam.”
Nostra Aetate è stata diluita in un dialogo interreligioso generale con tutte le religioni, a scapito del cambiamento storico del rapporto tra Chiesa ed ebraismo.
Significativa la testimonianza sull’evoluzione del Concilio Vaticano II di Gerhart M. Riegner, allora segretario generale del Congresso ebraico mondiale, nelle sue memorie (Ne jamais désespérer – Les Editions du Cerf, Paris 1998).
Il cardinale Agostino Bea, gesuita, protagonista del Concilio e braccio destro di Papa Giovanni XXIII, si chiede quale possa essere il giusto interlocutore della parte ebraica, poiché non esiste un “papa ebreo”. Si rivolge a Nahum Goldman, presidente del Congresso ebraico mondiale che,a sua volta, chiede il parere del prestigioso rabbino Joseph Dov Soloveitchik, docente della Yeshivah University di New York, considerato la massima autorità della moderna ortodossia ebraica. Il responso è che gli ebrei non possono e non devono partecipare. Goldman incarica allora Riegner di fare da agente di collegamento con il cardinale Bea. Si elabora un memorandum con il punto di vista ebraico, che viene trasmesso alla Chiesa. Ma nella commissione incaricata di elaborare un testo conciliare sugli ebrei sono presenti ecclesiastici di origine ebraica, convertiti: cosa naturalmente sgradita. Poi scoppia una grave crisi, quando come esperto viene proposto Chaïm Vardi, alto funzionario del ministero israeliano degli Affari religiosi. Allora i nemici, cattolici tradizionalisti anti-conciliari e gli ambasciatori arabi, si scatenano su un preteso condizionamento del governo israeliano sul Concilio; un passo indietro poi superato.
Riegner narra le alterne complesse vicende delle relazioni tra ebrei e Concilio, in particolare il paradosso che l’apposita commissione per il rapporto con il mondo ebraico viene inserita nel Dicastero dell’unità dei cristiani, non in quello relativo alle altre religioni non cristiane, cioè il Dicastero per il dialogo interreligioso. Nonostante tale forte ambiguità, i rappresentanti ebrei finiscono con l’accettare questa situazione, perché omunque dà maggiore rilievo al dialogo ebraico-cristiano rispetto a un generale e generico dialogo interreligioso, dove si tratta di buddisti, induisti etc.
Nel giugno 1963 muore Papa Giovanni XXIII e, per la prima volta, una delegazione ebraica partecipa ai funerali come riconoscimento del suo ruolo carismatico, promotore del dialogo con gli ebrei. Verso la terza sessione del Concilio, la stampa araba scatena un’offensiva di denigrazione, falsità, diffamazione del cardinale Bea, una campagna antisemita per impedire l’adozione del testo sugli ebrei. Si arriva a un nuovo testo che rappresenta una netta regressione, dove ritorna la conversione. Decisa reazione delle organizzazioni ebraiche, che pubblicano nell’ottobre 1964 una dichiarazione che riafferma “la fedeltà degli ebrei alla loro fede, alla loro storia e agli elementi costitutivi della loro tradizione”. Questo testo di protesta viene fatto leggere dal cardinale Bea in seduta plenaria, e “produce una forte impressione”.
Continua la lotta sul testo da adottare per le relazioni con gli ebrei. Si giunge alla quarta e ultima sessione del Concilio, preceduta da forti pressioni da parte dei prelati arabi, e di un articolo cattolico tradizionalista che torna ad accusare gli ebrei della morte di Gesù. Ma il cardinale Bea replica su “Civiltà Cattolica”, ed è sostenuto dalla maggioranza dei vescovi europei e americani.
Si giunge alla nota versione definitiva di Nostra Aetate che, pur tra prudenze e ambiguità di linguaggio ecclesiastico (effetto dell’opposizione araba e dei Cristiani d’oriente) costituisce comunque una svolta storica.
Tra le élite del dialogo ebraico-cristiano ci piace ricordare la teologa cattolica Lucia Antinucci, già presidente della Amicizia ebraico-cristiana di Napoli, in particolare di uno dei suoi numerosi testi, “Un dialogo tra fratelli: Ebrei e Cristiani. Sentieri di un itinerario”, 2023, prefazione di Marco Cassuto Morselli. Nella prefazione, si sottolinea la “passione” dell’autrice per il dialogo, nel suo completo riconoscimento e rispetto per gli “Ebrei come sono”. Molto significativo che la seconda parte del libro sia sul tema “L’Ebraismo come itinerario d’amore”, con testi di autori ebraici (Abraham Heschel, Solomon Schechter, Catherine Chalier, Jonathan Sacks). Si tratta di un consapevole superamento degli stereotipi antigiudaici sull’amore.
Con chiarezza l’autrice sostiene:
“La mia esperienza mi ha portato alla convinzione che a volte, ‘formalmente’, si professa di essere aperti al dialogo ebraico-cristiano, ma nella realtà si è condizionati ancora dall’antigiudaismo o antisemitismo. Questo atteggiamento emerge quando si vuole dialogare con un ebraismo astratto, secondo i propri schemi mentali teologici o ideologici. Certamente il cristianesimo ha delle affinità con l’ebraismo da cui deriva, ma ci sono anche notevoli specificità, per cui l’ebraismo va rispettato nella sua alterità, che è dinamica e arricchente, non solo dal punto di vista morale e spirituale, ma anche culturale”.
Con nettezza:
“Il dialogo ebraico-cristiano prende le mosse dall’esigenza della ‘teshuvah’ da parte cristiana, la cui assenza non consente la realizzazione di un dialogo fraterno con gli ebrei. Occorre riconoscere che il fatto di essere il popolo eletto comporta che abbia ricevuto da Dio dei doni irrevocabili, che lo distinguono dai ‘gojm’ degli altri popoli”.
Ne consegue che:
“L’anti-giudaismo ha portato a sottolineare la natura carnale del popolo ebraico, poiché è stato incapace di cogliere il ‘senso spirituale’ delle Scritture. Iconograficamente, questa valutazione è stata rappresentata con una ‘donna bendata’ per raffigurare la Sinagoga contrapposta alla regalità della Chiesa. L’anti-giudaismo ha valutato la condizione ebraica umiliata e dispersa come una conferma della loro colpa (il deicidio). Alla fine dei tempi, secondo tale visione cristiana classica, ci sarebbe la conversione in massa degli ebrei”.
Antinucci valorizza l’intensa esperienza del Gruppo interconfessionale Teshuvah, sorto a Milano all’inizio degli anni Novanta. Tale gruppo è esplicito nel riconoscere:
“Anche quando, a partire dalla seconda metà del XX secolo, si sono voltate le spalle all’antigiudaismo, non sono del tutto scomparsi i modi strumentali di valutare gli ebrei in funzione della verità cristiana. Per esempio, certi usi dell’espressione ’fratelli maggiori’, o della più elaborata formulazione di ‘testimoni viventi della fede biblica’, rischiano di muoversi appunto in questa direzione”.
Sulla parte ebraica, si rileva un documento del 2015 di tredici rabbini ortodossi, “Fare la volontà del Padre nostro nei cieli verso una collaborazione tra ebrei e cristiani”, che riconosce il valore di riconciliazione di Nostra Aetate e afferma:
“Come Maimonide e Yehudah Halevi, riconosciamo che il cristianesimo non è un incidente terremoto né un errore, bensì l’esito dovuto alla volontà divina e dono alle nazione. Separando ebraismo e cristianesimo, Dio ha voluto una separazione tra interlocutori con importanti differenze teologiche, non una separazione tra amici”.
Da qui la possibilità-necessità di una cooperazione:
“Ora che la Chiesa cattolica ha riconosciuto l’eterna Alleanza tra Dio e Israele, noi ebrei possiamo riconoscere la costante validità costruttiva del cristianesimo come nostro partner nella redenzione del mondo, senza temere che ciò venga sfruttato per fini missionari. Come affermato dal Rabbinato capo della Commissione bilaterale di Israele con la Santa Sede, ‘non siamo più nemici ma partner, univoci nell’articolare i valori morali essenziali per la sopravvivenza e il benessere dell’umanità.’ Nessuno di noi può realizzare da solo la missione di Dio nel mondo”.
Nella fede e identità ebraica, il valore del Noachismo garantisce un’alleanza etica universale, l’esclusione della conversione, la compiuta condivisione del pluralismo religioso e culturale.
Le orribili, ripetute stragi di cristiani operate da bande criminali islamiste in Africa e Asia, le stesse forze del male del 7 ottobre, e la straripante violenza antisemita richiedono e impongono una ripresa profonda e autentica del dialogo ebraico-cristiano. La coscienza ebraica è molto sensibile sull’intollerabile violenza anti-cristiana, e la coscienza cristiana è rimasta profondamente scossa dal 7 ottobre e dalla universale caccia all’ebreo.
Inoltre, e soprattutto, la ripresa di un dialogo e di una cooperazione ebraico-cristiana è necessaria e giusta per contrastare una secolarizzazione pagana, un vuoto di valori, una idolatria dominante, una crescente degenerazione antropologica, un miserabile utilitarismo materialista, un oscurantismo spirituale, un ateismo di massa che non è certo di liberi pensatori ma un conformismo servile e amorale. Che si potrebbe figurare come un’adorazione di un vitello di fango e di sterco.
Un dialogo che può favorire uno scopo di pace, con la preghiera che può modificare cuori e condotte. In una realtà del tutto diversa dal pacifismo politico-demagogico di piazza che pratica la guerriglia urbana ed è al servizio idiota del bellicismo dei sistemi dittatoriali, totalitari, terroristi. Libere comunità morali etico-religiose sono idonee a una rinascita civile ed etica, nella reciproca indipendenza tra politica e religione.
Forse proprio persone e comunità del genere potrebbero ricostruire una cittadinanza vigile e consapevole, in luogo di una sudditanza di massa, di un clientelismo, di un rivoluzionarismo del risentimento nella morale degli schiavi, di una frammentazione di solitudini atomistiche.