Israele e Medio Oriente

Ritorno a Beaufort

Richard Millet, scrittore francese cresciuto in Libano, per due volte ospite qui su L’Informale, nel 2015 diede alle stampe il libro Israël depuis Beaufort, «Israele da Beaufort», dove riflette sul suo rapporto di cattolico con Israele. In occasione del ritorno dell’antica fortezza crociata di Beaufort sotto l’egida di Tshal, riportiamo la traduzione di un estratto del libro menzionato.

“Le accuse di colonialismo, di genocidio, di «eurocentrismo» hanno ovviamente trovato in Occidente orecchie compiacenti, perché corrose da una cattiva coscienza che sostituisce il sentimento, troppo cristiano, della vanità di ogni cosa. Il compiacimento è un segno del Demonio; va di pari passo con l’accecamento, prodromo della servitù e della malvagità, e suscita quella colpevolezza che è il culmine della cattiva coscienza storica. È dunque per espiare le colpe dei nostri padri che si condanna Israele, i cristiani del Libano, i cattolici europei, l’espiazione non essendo qui che un sofisma psicologico che nutre una retorica la quale, quando incontra quella dell’islam, non può che sfociare nel rinnegamento di sé e nella sottomissione al numero – all’«altro» come numero e come principio negatore.

Le «anime belle» hanno dunque trovato nell’espiazione di colpe immaginarie o lontane una virtù che consiste non soltanto nel flagellarsi assumendo su di sé i «crimini» dei padri, ma nel svalutare il Padre in quanto tale; e se non espiano loro stesse, sono pronte a far espiare il soggetto identitario, divenuto il capro caricato di tutti i mali, il cristianesimo essendo odioso nell’ebraismo, e quest’ultimo detestabile perché sono stati gli ebrei a dare i natali a Cristo e agli apostoli. Ecco un odio che viene da lontano, tenace, e che oggi trova molteplici ragioni per esercitarsi, ho pensato, nel 2000, al confine tra il Libano e Israele.

L’esercito di quel paese si era appena ritirato dalla Terra del Cedri ed era ancora possibile recarsi, in particolare a Kfar Kila, alla porta detta di Fatima, dove i musulmani venivano in famiglia, con il bel tempo, a lanciare pietre sui fortini israeliani. Poco più in là, su un’altura isolata, si poteva raggiungere la tomba dello sceicco Abbad, un personaggio santo rivendicato sia dai musulmani che dagli ebrei, il cui sepolcro si trova separato, per tutta la sua lunghezza, da filo spinato. Ho ricambiato il saluto dei due giovani soldati israeliani che montavano la guardia dall’altra parte del filo, e avrei stretto volentieri loro la mano oltre il confine, con un gesto che sarebbe stato magnifico, se non fosse comparso un tipo di Hezbollah, con la colt alla cintura, che mi ha vivamente rimproverato di non salutare quei «cani», che si è messo a insultare, con la mano sul calcio della pistola, mentre i soldati alzavano i loro Uzi, e io mi ritiravo per raggiungere le alture di Beaufort dove sventolava la bandiera di Hezbollah.

Era pericoloso addentrarsi nella fortezza, occupata per diciotto anni dall’esercito israeliano che aveva installato fortini su numerose alture — e mi ricordavo di una visita a Habbouche, nel 1998, villaggio sciita nel sud del Libano, dove mi avevano mostrato uno di quei fortini, non lontano, su una collina; il vento soffiava da sud agitando bandiere nere e quelle gialle di Hezbollah, portando voci straordinariamente nitide: «Sono loro!», mi aveva detto la persona che mi accompagnava, rabbrividendo come se evocasse dei fantasmi, o quanto meno gente che non avrebbe dovuto trovarsi lì, aveva precisato un’altra donna. E io, due anni dopo, sulle alture di Beaufort da dove potevo contemplare a piacimento il nord della Galilea, nel vento della sera, presso le rovine di una fortezza crociata di cui mi meravigliavo che servisse ancora — come si vede nel film israeliano di Joseph Cedar che porta questo titolo, Beaufort, e che descrive gli ultimi giorni della guarnigione di Tsahal a difesa del forte — sognavo alla grandezza della cristianità, come facevo da bambino al Krak dei Cavalieri, in Siria, o a Tripoli, davanti al castello di Saint-Gilles, o, non lontano da Beaufort, in quello del Toron, a Tibnin. Pensavo all’Europa e alla Francia, dove l’immigrazione musulmana non può più essere percepita, nella sua massa e nel suo flusso continuo, come l’arrivo di individui isolati, cacciati dalle loro terre dalla miseria, dalle dittature e dalle guerre, ma bensì, ripetiamolo, come un’operazione di popolamento attraverso una cittadinanza troppo facilmente acquisita, che si attiene al minimo giuridico ma molto di più al rifiuto di assimilarsi agli indigeni, per lo più abbrruttiti dall’ideologia antirazzista o che non osano alzare la testa e vivono ai margini di sé stessi, fuori da ogni cultura, e in particolare da quella cristiana che dovrebbe unirli. Così riflettevo sull’altura di Beaufort, davanti al «dito» della Galilea al di sopra del quale fluttuava quel giorno un pallone frenato, abbiamo da una parte un popolo che ha riannodato il legame carnale con il suo territorio (il legame spirituale non essendo mai stato interrotto — anzi, credo, una delle definizioni di questo popolo disperso ma inalterabile) e, dall’altra, un popolo (quello francese) che non sa più nulla delle proprie origini e non osa più nominarsi come tale, perché tagliato fuori dalla sua tradizione dai retori del capitalismo globalizzato, che tentano di dissolvere l’antagonismo islamico nella sottocultura americana e nel rifiuto di menzionare il carattere giudeo-cristiano dell’Europa nella Costituzione europea.

Sì, questa è un’impresa doppiamente criminale, poiché acconsente al popolamento islamico dell’Europa, incoraggiandolo persino, se non fosse che non attecchisce: la vera natura di questa immigrazione si rivela poco a poco, in particolare nella sua volontà di cacciare gli ebrei dalla Francia, molti dei quali cominciano a lasciare il paese, stanchi di un antisemitismo che si vorrebbe tanto attribuire all’«estrema destra» ma che è soprattutto opera di arabi e africani — cosa che la voce ufficiale tenta di tacere in nome dell’invisibilità repubblicana, dimenticando che siamo entrati in una guerra senza nome ma certamente civile, alla quale non si può rispondere che nominando le cose, e spiegando perché il «vivere insieme» non può avvenire, come in Medio Oriente, se non attraverso l’esclusione o l’occultamento degli ebrei e dei veri cattolici, e ricordando che l’antisemitismo consiste nel rendere visibile ciò che non cerca di esserlo: un corpo, un nome, nascondendo al contempo ciò che invece lo è: la passione dell’origine e della Legge in quanto ci definiscono ed entrano in conflitto con coloro che le rifiutano, il che, nella misura in cui la legge vieta di segnalare l’origine etnica di coloro che se la prendono con gli ebrei nelle banlieue, grande laboratorio antisemita e anticristiano, equivale ad accettare il fatto antisemita. Essere antisemiti significa, qui, separarsi dalle proprie origine e dal proprio retaggio, dal canto millenario che risuona nella Bibbia e negli scritti dei dottori della Chiesa e dei mistici, a vantaggio di un neopaganesimo accusatorio venato di Corano e di buddismo, spesso strumentalizzato dall’Islam. In questo, sì, l’Occidente nichilista può accogliere queste orde, e fabbricare sul posto dei terroristi. Contro tutto questo, rivendichiamo più che mai l’eredità di Gerusalemme, con quella di Atene e a quella che ha avuto inizio, da noi, con la Chanson de Roland, che non si può più studiare a scuola, poiché vi si parla di Carlomagno e dei Saraceni, e poiché oggi si fa di tutto per cancellare anche questa origine. Si può addirittura affermare che la cancellazione dell’origine — Gerusalemme, Atene, Roncisvalle o Poitiers — a vantaggio di una rivalutazione eccessiva di al-Andalus, segna il trionfo dell’islam in Francia e in Europa”.

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