Editoriali

Il consenso culturale e la sua propedeutica omicida

Il nuovo e omogeneo conformismo culturale che si è fatto strada in Occidente esige che, quando si sente nominare Israele, scatti immediatamente l’automatismo pavloviano dell’esecrazione. Si tratta di uno “Stato criminale” colpevole di “genocidio”, ma è soprattutto il secondo termine, consustanziale alla definizione che lo precede, che la fa da padrone incontrastato.

I venticinque minuti di applausi tributati al docu-film “Naza” presentato in questi giorni al Festival del cinema di Venezia, in cui Israele viene presentato appunto come Stato genocida e criminale, è solo l’ennesimo e certo non ultimo esempio del fenomeno in corso.

I due autori godono del vantaggio di essere ebrei israeliani, ovvero rientranti nella categoria degli “ebrei meritevoli” come li ha definiti Iuri Maria Prado, ovvero quegli ebrei, invariabilmente di sinistra, e in questo caso di estrema sinistra, che mostrificando Israele si trasformano subito agli occhi dell’opinione pubblica, in indomiti alfieri della verità. Non ha alcuna importanza se il loro precedente docu-film, “No other land”, insignito dell’Oscar nel 2024, e nel quale Israele viene raccontato già come criminale, sia un puro prodotto di propaganda, zeppo di omissioni e falsificazioni, come lo è “Naza” d’altronde, l’unica cosa che vale è la tesi proposta, quella che ormai è diventata koinè. 

Come siamo giunti a questo punto?

Il terreno è stato arato dal 1967, quando Israele vinse la Guerra dei sei giorni. Da allora venne messa in moto senza sosta la formidabile macchina della sua distruzione in effige, non essendo gli arabi stati in grado di eliminarlo fisicamente (ci riprovarono ancora, senza successo, nel 1973). Si attivò subito la lawfare, la guerra giuridica, di cui l’ONU fu ed è ancora la principale cinghia di trasmissione. Piano piano, con acribia, con attivismo costante, Israele viene trasformato in una entità coloniale, razzista, criminale e infine, dulcis in fundo genocida (anche se il termine circolava già dal 1982, anno della prima guera in Libano), e i palestinesi, in vittime, popolo autoctono della regione, espropriato di terra, diritti, dignità.

La differenza fondamentale, il salto di qualità, se si può dire, giunge dopo il 7 ottobre 2023, ovvero dopo il più sanguinoso pogrom antiebraico dalla fine del nazismo. Giunge a seguito della risposta israeliana a Gaza, della guerra voluta e provocata da Hamas.

E qui, per la prima volta, soprattutto a causa della durata della guerra, due anni e mezzo nella sua fase bellica pesante, anche se ci sono ancora in corso operazioni militari circoscritte, viene dispiegato un arsenale diffamatorio e demonizzante mastodontico.

La velocità e la capillarità diffusiva dei mezzi di comunicazione odierni, senza pari con nessun altro periodo della storia, ha permesso l’incistamento nelle menti delle parole d’ordine contro lo Stato ebraico, delle quali, “genocidio” è quella che ha avuto maggiore successo.

Il consenso culturale, l’omologazione dell’opinione pubblica, la sua supina, asinina accettazione di una narrazione, non è un fatto che arriva repentino, o meglio non sempre, e non in questo caso. L’esecrazione degli ebrei come popolo deicida si sedimenta nei secoli, lentamente, implacabilmente, per giungere poi al suo esito finale, la Shoah, che non ha avuto lo scopo di punirli per avere ucciso Cristo, ma per essere semplicemente ebrei. Ma la Shoah non avrebbe potuto generarsi se alle sue spalle l’antisemitismo, la “colpevolezza” ebraica non si fossero già cristallizati da lungo tempo.

Oggi assistiamo a un fenomeno esattamente parallelo. La distruzione in effige di Israele è propedeutica alla sua distruzione fisica. Se gli ebrei, per i nazisti, erano colpevoli di essere ebrei, e prima dei nazisti, per i Padri della Chiesa, erano colpevoli per avere ucciso Dio, adesso sono colpevoli (tutti fuorchè quelli meritevoli) per il loro Stato, ma più di tutti sono colpevoli quelli che ci vivono e non lo ripudiano, come i due autori ebrei di “Naza”.

E’ in questo modo, non in altro, che si prepara una soluzione dolorosa ma necessaria. Atraverso il consenso culturale. Attraverso l’accettazione supina dell’antisemitismo, nella sua nuova veste, l’antisionismo. Israele deve scomparire, è necessario, così come, per Hitler, era necessario che scomparissero gli ebrei (nel suo caso, di meritevole non ce ne era nessuno, se non solo Otto Weininger).

Il consenso culturale all’esecrazione nei confronti di Israele serve esattamente a questo. E’ stato prodotto unicamente a questo scopo.

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