L’offensiva israeliana nei confronti dell’Iran dello scorso giugno, nota anche come “Guerra dei 12 giorni”, ha inflitto danni pesantissimi al progetto nucleare iraniano, alla catena di comando e controllo delle Guardie Rivoluzionarie e alle infrastrutture militari e propagandistiche. Il regime di Teheran non è però caduto, sta cercando di ricostituirsi ed ha anche ripreso con il solito ed ambiguo modus operandi del potenziale negoziato accompagnato da velate minacce. Ci sarà un secondo round di scontro? Il regime può ancora cadere?
Per capire meglio la situazione, L’Informale ha deciso di parlare con Eran Lahav, ricercatore senior presso l’Israel Defense and Security Forum-IDSF ed esperto di jihad globale e proxy del terrore iraniano.
Quale è l’approccio che il regime iraniano sta utilizzando per far fronte alla situazione post-guerra con Israele?
Appena è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Iran e Israele, il regime iraniano non ha perso tempo. Nonostante gli enormi danni subiti ai siti nucleari, l’eliminazione degli alti ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) ma anche degli scienziati nucleari che stavano lavorando al progetto di armamento, il regime sta cercando di costruire e diffondere una narrativa della vittoria sia nei confronti della popolazione iraniana e sia all’estero, in particolare per non mostrare debolezza nei confronti dei propri proxy (Houthi, Hezbollah, milizie sciite irachene) e di paesi mediorientali come Arabia Saudita, Egitto, Qatar ecc. Cercano insomma di ridurre l’imbarazzo.
In ogni caso, è ancora in atto una strategia duale, non visibile ma evidente a chi osserva con attenzione; la medesima che hanno del resto portato avanti durante i colloqui sul nucleare in Oman, precedenti alla guerra. Da un lato cercano di trascinare il negoziato più a lungo possibile, sia con gli Stati Uniti che con la IAEA, ad esempio lamentando di non potersi fidare del direttore generale Rafael Grossi, che ha chiesto nuove ispezioni immediatamente dopo la fine della guerra. Poi c’è il portavoce del Ministero degli Esteri Iraniano, Ismail Baqai, che ha detto “al momento non sappiamo. Prima dobbiamo valutare se siamo in condizione di proteggere i nostri scienziati”. Questo è un classico modo per dilungarsi e prendere tempo, esattamente come facevano prima dell’escalation.
Qual è lo scopo di questo procrastinare? Cosa pensa di ottenere il regime con questo atteggiamento?
Dal mio punto di vista, l’obiettivo è quello di aspettare, prendere tempo, nell’attesa che finiscano i quattro anni di Trump alla Casa Bianca, nella speranza che torni al potere un’amministrazione più disponibile nei confronti del regime iraniano e del programma nucleare, magari sulla linea di Biden o qualcuno più “progressive”. A Teheran sanno benissimo che Trump può restare solo quattro anni e non può essere rieletto. Il termine che utilizzo per descrivere le modalità con cui il regime iraniano negozia con l’Occidente è “strategia del bazaar” in riferimento alle antiche capacità dei persiani di portare avanti le trattative sul piano commerciale. Un’eredità culturale che è ancora oggi viva e applicata anche sul piano diplomatico. Dunque si dilungano, lanciano messaggi contrastanti, minacce, a volte velate e a volte meno, e appeasement in contemporanea.
Non è un po’ ottimistico per Teheran pensare di potere trascinare la situazione per quattro anni? Trump è arrivato appena sei mesi fa.
Si, ma gli iraniani hanno tanta pazienza. E’ parte della loro mentalità, procedono con lentezza. Ad esempio, quando venne eliminato Qassem Soleimani, tutti si aspettavano una reazione immediata dell’Iran, ma la prima ritorsione arrivò dopo parecchio tempo. Consideriamo anche che hanno perso il corridoio che da Teheran arrivava fino a Beirut. Non hanno più a disposizione la Siria da quando Assad è caduto. Stanno cercando di riorganizzarsi e capire come muoversi. Nasrallah, Sinwar, Haniyeh sono stati eliminati e quest’ultimo addirittura a Teheran. E’ stato veramente imbarazzante per il regime che ora sa di essere totalmente esposto nei confronti di Israele; un libro aperto, per così dire. In più c’è stato l’attacco coi beepers nei confronti di Hezbollah. Non è un caso che pochi minuti dopo l’inizio della guerra con Israele, Khamenei era già nascosto nel bunker. Sono rimasti “storditi” e ora devono riorganizzare tutta la strategia.
In pratica si ritrovano anche a dover rivedere tutto il loro protocollo sul piano della sicurezza interna, giusto?
Si, dopo la distruzione di Hezbollah e l’esito della guerra con Israele, il regime è diventato estremamente paranoico; non ci si fida più di nessuno. Ci sono i Basij e le Guardie Rivoluzionarie che spiano tutti; gli apparati di sicurezza che si spiano tra loro. Questo prima veniva fatto con gli oppositori, come del resto aveva fatto Khamenei fin dall’inizio. Tutta questa situazione genera panico all’interno dell’Iran e influenza anche il modo in cui approcciano l’Occidente. In più hanno subito anche lo shock degli Stati Uniti che hanno fatto un accordo con al-Jolani in Siria, con tanto di meeting tenutosi a Riyadh prima della “guerra dei 12 giorni”, cosa che non si aspettavano. L’unica cosa che possono fare è dunque sfruttare questo stile “bazaar” per trascinare le cose, creare un po’ di confusione, lanciare minacce e nel contempo cercare di mostrare appeasement. Ad esempio, qualche giorno fa il Ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha detto che l’Iran non ha mai avuto intenzione di acquisire armi nucleari, ma forse adesso, in seguito a quanto accaduto, è arrivato il momento di entrarne in possesso. Si presentano come “vittime dell’aggressione israeliana e statunitense” mentre allo stesso tempo minacciano e cercano di ottenere gli armamenti. Quando parlo di “strategia del Bazaar” intendo che propongono offerte che potrebbero essere di interesse per gli interlocutori ma nel contempo, mentre inizi a negoziare, loro si stanno muovendo per ottenere i propri obiettivi, ben differenti da quanto annunciato pubblicamente. Un po’ come quando un cliente inizia a discutere sul prezzo per un oggetto di qualità, ma nel retrobottega viene preparato un corrispettivo scadente da spacciare come di ottima qualità. Teniamo anche conto del fatto che il regime iraniano si sente legittimato a ingannare l’Occidente, un po’ per le solite accuse di colonialismo, un po’ perché ingannare il nemico è parte dell’ideologia islamista.
Così come l’Iran, anche Israele è al corrente del fatto che ci sono solo quattro anni per risolvere definitivamente la questione del nucleare iraniano. Cosa potrebbe succedere?
Trump sta cercando, tramite le minacce, di far ragionare il regime iraniano e costringerlo a negoziare. E’ stato chiaro: “L’Iran non può avere la bomba atomica”. Se il regime ci riprova, Israele attaccherà nuovamente e con il benestare di Trump. Netanyahu e Israele in generale sanno perfettamente che il tempo stringe e che una volta uscito di scena Trump la situazione potrebbe cambiare e in maniera non favorevole a Israele. Il regime è ancora in piedi, non è caduto; il programma nucleare, seppure pesantemente danneggiato, è ancora presente e anche i proxy iraniani non sono stati eliminati. Israele sa che se non si agisce in fretta per terminare la minaccia, la prossima volta le cose potrebbero peggiorare. L’Iran potrebbe riorganizzarsi, rafforzarsi e imparare dalla sconfitta subita e Israele non vuole più trovarsi in situazioni di serio pericolo. Per quanto riguarda il regime, il popolo iraniano deve capire che esiste la possibilità di rovesciarlo e procedere verso una transizione democratica. Israele e gli Stati Uniti hanno fatto la prima mossa, è possibile, ma spetta al popolo iraniano decidere.