Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Noi non siamo antisemiti, sono loro che sono ebrei

Rod Dreher, da due anni, è una voce che grida nel deserto. In questo caso, nel deserto di Giuda, visto che si trovava a Gerusalemme, la settimana scorsa, per seguire la NatCon, conferenza annuale dei nazionalisti conservatori americani. Da due anni, Rod Dreher, che è stato uno degli intellettuali che maggiormente hanno influenzato il vicepresidente JD Vance, sta assistendo a una deriva inarrestabile della destra americana verso l’antisemitismo. Lo ha riscontrato in un suo viaggio, in stile Tocqueville, in giro per l’America profonda, soprattutto negli Stati del sud, quelli meno influenzati dal pensiero dominante progressista. E ha toccato con mano quanto i ragazzi e ragazzini, quasi sempre imbottiti di nozioni che arrivano da podcaster di successo, stiano auto-radicalizzandosi e abbiano in testa un solo nemico: l’ebreo globalista, altrimenti detto “neocon” (anche se non tutti i neocon sono ebrei) nella politica americana.

L’iniziativa di portare la NatCon a Gerusalemme è del su co-fondatore Yoram Hazony, filosofo politico israelo-americano, autore dell’acclamato “Le virtù del nazionalismo”. Hazony è uno di quelli convinti che non ci siano nemici a destra e ha deciso di portare tutte le anime della nuova destra americana a Gerusalemme, proprio per mostrare anche agli israeliani che non c’è nulla da temere. Infatti i primi interventi pare siano stati rassicuranti, a partire da quello del pur controverso Kevin Roberts, direttore della Heritage Foundation, che aveva difeso Tucker Carlson e perso diversi collaboratori ebrei. Ma poi hanno preso la parola i giovani. E il messaggio, riassunto da Rod Dreher, dalle colonne di The Free Press, si può riassumere in una frase: “noi non siamo antisemiti, sono loro che sono ebrei”. E per di più, degli ebrei che si ostinano a difendere Israele.

Il più esplicito degli oratori è un tal William Wolfe, direttore del Center for Baptist Leadership dunque cristiano battista ed uno che si definisce un “nazionalista cristiano”. A suo dire, gli ebrei sono un corpo estraneo dell’America: “non mi risulta che ci fossero ebrei nella firma della Dichiarazione di Indipendenza” di 250 anni esatti fa, ha detto al suo pubblico. Suggerendo poi che “gli ebrei conservatori dovrebbero stare al loro posto. E non lo dico in modo scortese”. Non scortese, ma “naturale”, dal punto di vista di un nazionalista per cui, evidentemente, l’ebreo è straniero, estraneo alla storia americana. A suo dire l’antisemitismo non esiste, ma “viene usato per cercare di restituire il potere ai neocon dopo l’era Trump”.

Un altro oratore per cui l’antisemitismo non esiste è stato Jonathan Keeperman, podcaster, noto col nome d’arte di Lomez. Dopo essersi detto ebreo, ha apertamente dichiarato di non amare affatto Israele e di non condividere il sentimento provato dagli ebrei americani della generazione precedente. A suo dire, gli americani della sua generazione e quelli ancora più giovani sono “stanchi della guerra”, “stanchi dell’immigrazione incontrollata” e dei “cambiamenti culturali e demografici”. E che c’entrano gli ebrei, con tutto questo? A suo dire, “In questo nuovo paradigma, che ci piaccia o no, Israele è diventato il simbolo perfetto dell’eccesso in politica estera”. Perché gli interventi americani, secondo la nuova destra, sono dettati dagli interessi di Israele e non dell’America. Ma l’immigrazione? E i cambiamenti culturali di cui i giovani di destra sarebbero terribilmente stanchi? “Israele difende i propri confini e mantiene il carattere ebraico del suo Stato, mentre gli ebrei americani progressisti spingono per una migrazione di massa verso gli Stati Uniti”. Ricorda qualcosa, questo ragionamento? E poi un avvertimento giunge dal podcaster: “I tentativi di mantenere l’Olocausto al centro della vita ebraica non ravviveranno l’impegno verso Israele nelle giovani generazioni e, a mio avviso, potrebbero addirittura peggiorare la situazione”.

Amanda Milius, figlia del regista John, quello di “Un mercoledì da leoni”, di “Il vento e il leone” e di “Alba rossa”, è stata ancora più esplicita su questo punto. Parlando di immagine e di comunicazione politica, ha fatto l’elogio di Tucker Carlson, uno che ritiene che se Hitler avesse vinto la guerra oggi staremmo meglio e di Nick Fuentes, un altro apologeta esplicito del nazismo. Dal punto di vista comunicativo, la Milius li ritiene “estremamente carismatici, divertenti e spassosi”. Mentre “Le lezioni dei soliti noti della destra ebraico-americana, con le loro accuse isteriche e la tendenza a vedere un antisemita dietro ogni post su Twitter, non sono nessuna di queste cose”. Insomma, messaggio che deve essere recepito dagli ebrei americani di destra: stai zitto e fatti insultare. O come dice William Wolfe, “impara a stare al tuo posto”.

Dopo tutti questi interventi, Dreher era giustamente costernato ed è giunto alla conclusione che, sotto i 40 anni, nessun americano di destra ama Israele e pochi accettano anche gli ebrei americani stessi. Per Yoram Hazony, invece, va sempre tutto bene, purché sia a destra. Questo il suo commento raccolto da Rod Dreher: “ha difeso l’invito rivolto a queste persone, affermando che gli israeliani, in genere, incontrano solo americani che sono ferventi sostenitori di Israele. Ma questa parte del conservatorismo americano – la fazione di Nikki Haley e Mike Pompeo – rappresenta solo una piccola minoranza dell’attuale coalizione repubblicana. Secondo Hazony, la “corrente centrale” del Partito Repubblicano odierno è rappresentata dalla Nuova Destra nazionalista”. E quindi? Oltre al mero accertamento degli attuali rapporti di forza, che si deve fare? “Alla NatCon di Gerusalemme, molti conservatori israeliani stanno incontrando da vicino per la prima volta la corrente principale del partito”, ha scritto Hazony in un messaggio. “Non tutte queste conversazioni sono facili. Ma entrambe le parti sono chiaramente convinte della loro importanza, e per questo motivo sospetto che ne deriveranno molti aspetti positivi”.

Certo, finché lui stesso non andrà a sbattere contro la realtà.

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