Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Cure? No grazie, sono israeliane. Meglio il cestino e un video su TikTok

Alla Casa della Salute di Pratovecchio Stia (Arezzo), la sanità pubblica si è reinventata: non più terapia, diagnosi e cura, ma cabaret ideologico in corsia. In scena, due protagoniste d’eccezione: la dottoressa Rita Segantini e l’infermiera Giulia Checcacci. Con camice, orario di servizio e telefono in mano, decidono di girare un piccolo film. Il copione è semplice: prendere medicinali prodotti da TEVA – colpevoli di portare l’inconfondibile marchio “made in Israel” – e gettarli nel cestino come fossero cartacce. Non basta disfarsene: bisogna sorridere, ridere di gusto, e soprattutto filmare il tutto per condividerlo con il mondo.

Non si tratta di farmaci scaduti o difettosi: sono medicine regolarmente acquistate, pagate con i soldi delle tasse dei cittadini. Ma hanno un peccato originale imperdonabile: sono israeliani. Tanto basta per trasformarli, nell’immaginario militante, in oggetti contaminati. Non strumenti di cura, ma simboli politici da cancellare con un gesto teatrale.

È il trionfo della propaganda sulla medicina. Il giuramento di Ippocrate viene riscritto in chiave ideologica: «Curare quando non contrasta con la linea politica. Altrimenti, ridere e buttare via». Sembra assurdo, ma è accaduto davvero: dentro una struttura sanitaria pubblica, due dipendenti stipendiati con denaro pubblico hanno deciso che la salute dei cittadini viene dopo la lotta contro Israele. Il messaggio è chiaro: il problema non è la malattia, ma la provenienza geografica del farmaco. Non importa se un paziente ha bisogno di quella medicina, non importa se è efficace. Importa solo da dove arriva. E se arriva da Tel Aviv, il cestino diventa l’unica destinazione accettabile. È la geopolitica applicata alla terapia: «il paziente può anche aspettare, ma la causa ideologica no»

Non è libertà di opinione. Non è dissenso terapeutico. È fanatismo puro. Perché un conto è criticare un governo, un altro è boicottare a colpi di sceneggiata i farmaci che potrebbero salvare vite. E il palcoscenico scelto – un ospedale – rende la cosa ancora più grottesca: il tempio della cura trasformato in discarica ideologica.Chiunque paghi le tasse dovrebbe sentirsi preso in giro: quei medicinali non sono “loro”, sono della collettività. Sono stati acquistati per essere usati a beneficio dei malati, non per diventare comparse in un video da social. La scenetta non ha solo ridicolizzato un’istituzione pubblica, ma ha reso evidente la confusione tra ruolo professionale e militanza politica.

Si ride, si pubblica, si raccolgono like. Ma intanto resta un dettaglio: chi indossa il camice non dovrebbe mai decidere il valore di un farmaco in base alla nazionalità della fabbrica che lo produce. Perché se passa questo principio, allora la medicina non è più scienza ma tifoseria. Oggi si buttano i medicinali israeliani, domani magari quelli americani, dopodomani quelli francesi. Finché l’unico farmaco rimasto sarà quello “ideologicamente corretto”. Peccato che ai pazienti non interessi la politica estera, ma la guarigione.

Una scena del genere non è da TikTok, ma da licenziamento immediato. Perché se il camice diventa strumento di propaganda, allora chi lo indossa ha tradito la sua funzione. Chi trasforma un farmaco in spazzatura solo perché israeliano non è un medico, non è un infermiere: è un attivista travestito da sanitario. E di attivisti, francamente, ce ne sono già troppi.In conclusione, resta l’amara verità: i malati aspettano cure, ma la priorità, ormai, è garantire like e applausi nella piazza virtuale. Così i farmaci israeliani finiscono nel cestino, e con loro finisce anche la credibilità di una parte di sanità che confonde la coscienza professionale con il teatrino della propaganda.

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