Negli anni ’50, quando il conservatorismo americano portava ancora la macchia dell’antisemitismo, William F. Buckley agì con risolutezza per rimuoverla e dare credibilità al discorso conservatore. Un passo importante fu quello di bandire gli autori antisemiti dalla National Review, la rivista da lui fondata nel 1955. Alla NR trovarono spazio numerosi ebrei: da Marvin Liebman e Richard M. Clurman, fino ai neoconservatori Irving Kristol e Norman Podhoretz.
Nonostante gli sforzi di Buckley e l’ascesa dei neoconservatori negli anni ottanta, l’antisemitismo della «vecchia destra» – sempre associato all’isolazionismo e a simpatie fasciste – non scomparve del tutto, ma sopravvisse in personalità chiassose come quelle di Billy Graham e Pat Buchanan. Quest’ultimo, in particolare, ha rappresentato il caso più eclatante di antisemitismo all’interno del conservatorismo americano.
La giudeofobia di Buchanan spaziava dalla battuta su Capitol Hill come territorio «occupato da Israele» alla sua appassionata difesa dei criminali di guerra nazisti, fino alle affermazioni secondo cui Israele avrebbe indotto gli Stati Uniti a invadere l’Iraq. Scrisse persino che Treblinka «non era un campo di sterminio ma un campo di transito utilizzato come “punto di passaggio” per i prigionieri».
Le malsane tesi di Buchanan sulla «cabala» ebraica-neocon – non mancò di chiamare in causa pure lo B’nai B’rith – sono riaffiorate nel movimento MAGA, radicalmente isolazionista e ossessionato dalle cospirazioni, insieme a quelle di David Duke e del collettivo «Q» all’origine del fenomeno «QAnon».
Non bisogna sorprendersi, dunque, se i MAGA mostrano una significativa e crescente ostilità verso Israele. Coloro che credono all’esistenza di poteri «occulti» che governano il mondo, anche se inizialmente non li collegano esplicitamente al mondo ebraico, finiscono sempre per scivolare in un complottismo antisemita che attinge direttamente dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Ne sono una prova tanto la servile intervista di Tucker Carlson a Francesca Albanese, quanto l’orrido abbraccio tra Noam Chomsky e Steve Bannon.
Carlson, inoltre, ha sempre goduto dell’appoggio di Kevin Roberts, discepolo di Pat Buchanan e dal 2021 presidente della Heritage Foundation, recentemente definita da Mike Burke su Commentary come un think tank che sostiene «coloro che vorrebbero distruggere le istituzioni dell’Occidente». Carlson ha anche la colpa di aver sdoganato Nick Fuentes, un noto razzista, antisemita e negazionista dell’Olocausto.
È significativo notare come Buchanan, Fuentes e Roberts – insieme al loro influente alleato J. D. Vance – condividano l’appartenenza al cattolicesimo. Il cattolicesimo americano, storicamente minoritario, ha sviluppato una mentalità da «stato di assedio» – ben esplicitata da Rod Dreher nel suo saggio L’opzione Benedetto –, settaria e identitaria, non estranea a un certo antigiudaismo tradizionalista. Ne sono una prova figure come quella del cardinale Burke e quella di Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America.
È proprio questo il modo di agire dell’amministrazione Trump, che si è detta «infastidita dall’inflessibilità israeliana su diverse questioni relative a Gaza», ossia dal rifiuto israeliano di farsi beffeggiare ancora da Hamas sul rilascio degli ostaggi. Lo stesso cinico calcolo di realpolitik senza princìpi viene applicato al conflitto tra Russia e Ucraina.
Come ha scritto il già citato Mike Burke, la posta in gioco va oltre le semplici discussioni politiche: «Non si tratta di una disputa interna al conservatorismo. È una disputa tra chi crede ancora nella civiltà e chi la vorrebbe vendere per applausi». Carlson, Roberts, Fuentes e lo stesso Trump non rappresentano una diversa «versione» del conservatorismo americano. Costituiscono, piuttosto, una negazione radicale di quella civiltà euro-atlantica che il conservatorismo autentico si prefiggeva di preservare.