Marco Grimaldi entra in Aula come altri entrano a teatro: costume di scena pronto, accessorio iconico ben visibile — la kefiah — e gesto d’ordinanza, il pugno chiuso, alzato con la puntualità di un orologio svizzero. Non importa il tema del giorno: politica estera, Medio Oriente, bilancio dello Stato o ordine pubblico. Lui c’è. Sempre. Coerente, soprattutto nel posizionarsi dalla parte sbagliata della storia, con una perseveranza che rasenta l’arte performativa. C’è però un dettaglio che sfugge a questa rappresentazione permanente: il Parlamento non è uno stadio. Non è una curva, non è una manifestazione, non è un corteo. È l’Aula della Repubblica, un luogo che richiederebbe sobrietà, rispetto istituzionale, decoro. E invece Grimaldi sembra confondere Montecitorio con gli spalti: sciarpe, simboli, bandiere ideologiche esibite come merchandising politico, come se la funzione di deputato fosse un’estensione del tifo organizzato.
Il deputato di AVS, Marco Grimaldi vive la politica come una rievocazione continua degli anni Settanta, con un problema evidente: il mondo è andato avanti, le istituzioni no — e per fortuna. Ma lui resta fermo all’iconografia, convinto che un foulard e un pugno alzato bastino a sostituire l’analisi, il contesto, la responsabilità. La realtà è complessa, ma non fa scena. Il simbolo sì. La coerenza, va riconosciuta, è totale. Non solo in politica estera, ma anche nelle vicende di casa nostra. Così Grimaldi si è schierato senza esitazioni contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino: occupato da decenni, segnato da inchieste, violenze e tensioni con le forze dell’ordine, ma trasformato nella sua narrazione in un presidio di libertà. Anche qui, schema fisso: lo Stato sbaglia, la legge opprime, chi occupa ha sempre ragione. Il decoro istituzionale, come la legalità, può attendere.
Ogni suo intervento segue un copione immutabile: l’Occidente ha torto, Israele è sempre colpevole, chi si difende sbaglia, chi attacca è “resistente”; lo Stato è repressivo, l’illegalità è “spazio politico”. Le vittime cambiano, i fatti pure, ma la conclusione resta identica. È la politica ridotta a coreografia, dove il gesto conta più del contenuto e l’Aula diventa un palco. Il punto non è la libertà di espressione — sacrosanta — ma la confusione deliberata tra protesta e rappresentanza. In Parlamento si dovrebbe rappresentare tutti, non esibire simboli come allo stadio la domenica pomeriggio. Il decoro non è formalismo: è rispetto per le istituzioni e per chi quelle istituzioni le guarda. Così Grimaldi riesce nell’impresa di essere sempre prevedibile e sempre fuori luogo: pugno alzato, sciarpa al collo, slogan pronti. Mentre il Paese discute di sicurezza, legalità e responsabilità, lui continua a fare tifo. Sempre dalla stessa curva. E sempre dalla parte sbagliata della storia.