Propalestinismo

Basta soldi pubblici alla militanza: il corto circuito ANPI

Per molti anni l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stata percepita come un presidio della memoria collettiva, un riferimento simbolico legato alla Resistenza e alla nascita della Repubblica. Oggi, però, quella funzione appare sempre più offuscata da un’attività che somiglia a tutti gli effetti a una militanza politica. Ed è qui che nasce il problema: è legittimo continuare a finanziare con denaro pubblico (1 milione di euro negli ultimi dieci anni), un soggetto che ha scelto di schierarsi apertamente nel dibattito politico contemporaneo? L’ANPI rivendica il diritto di prendere posizione sui grandi conflitti internazionali e sulle scelte di politica estera.

Nessuno mette in discussione questa libertà. Ma quando comunicati ufficiali, manifestazioni e campagne assumono toni e contenuti da attore politico, il confine tra associazione culturale e soggetto militante si dissolve. In quel momento, la questione non riguarda più le opinioni, bensì l’uso delle risorse pubbliche.

Negli ultimi anni le prese di posizione dell’ANPI sulla guerra in Ucraina sono state a dir poco ambigue, improntate a un pacifismo che finisce per attenuare le responsabilità dell’aggressore russo senza dimentire l’organizzazioni di convengni nei quali vengono a parlare figure come il Prof. Angelo D’Orsi che parla di russofobia a reti unificate, e Alessandro Di Battista sedicente analista di geopolitica che sparge odio ogni giorno Israele. Allo stesso tempo, sul conflitto israelo-palestinese, l’associazione ha adottato una linea fortemente schierata, priva di una condanna chiara del terrorismo e più simile a una piattaforma ideologica che a un’analisi storica. È una scelta politica, legittima come tutte le altre, ma che difficilmente può essere considerata neutrale.

Il punto centrale è che il finanziamento pubblico presuppone imparzialità. Lo Stato non può, e non deve, sostenere economicamente chi utilizza un patrimonio simbolico condiviso per intervenire in modo unilaterale su questioni divisive dell’attualità. Così facendo, la memoria della Resistenza viene trascinata nel presente come strumento di lotta politica, perdendo il suo valore universale e diventando una bandiera di parte. Questo meccanismo produce un doppio danno. Da un lato alimenta la sfiducia di una parte crescente dell’opinione pubblica, che percepisce quei fondi come un privilegio ideologico. Dall’altro finisce per indebolire la stessa memoria storica, trasformata in rendita morale anziché in terreno di studio, confronto e trasmissione alle nuove generazioni.

Nessuno chiede di silenziare l’ANPI o di negarne la storia. Al contrario, la distinzione è semplice e dovrebbe essere condivisibile: chi svolge un ruolo culturale e storico può legittimamente ricevere sostegno pubblico; chi sceglie di fare politica deve farlo con risorse proprie. Continuare a foraggiare senza paletti risorse pubbliche a chi ha scelto apertamente la militanza significa trasformare un bene di tutti in un’arma di parte.

Il nodo è questo: ciò che dovrebbe essere condiviso viene piegato a interessi ideologici.Se l’intenzione è fare politica, nessuno lo vieta. Ma allora la si faccia senza maschere e, soprattutto, senza usare i soldi dei contribuenti come bancomat e di sicuro se l’Italia decidesse di non finanziare piu’ l’ANPI arriverebbe qualcuno a colmare il vuoto. Scommettiamo?

 

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