La via di uscita scelta da Donald Tump dall’operazione americana in Iran che, negli intenti, avrebbe dovuto essere maestosa, è la peggiore immaginabile.
Illusioni e realtà
Dopo la galvanizzazione di gennaio seguita dal blitz venezuelano della cattura di Maduro, Trump e chi gli sta intorno e ne influenza le decisioni, credeva che il regime di Teheran potesse essere messo con le spalle al muro facilmente. Non sarebbe stato semplice come in Sud America ma gli era stato fatto presente anche da Netanyahu che le condizioni per dare una spallata alla struttura nefasta di potere creata da Khomeini nel ’79 esistevano. La gente, a un certo punto, sarebbe scesa in piazza e unita avrebbe completato il lavoro svolto da bombardamenti serrati e mirati alle infrastrutture militari e ai centri operativi di comando del regime. Su Truth, Trump esortava il popolo iraniano a scendere in strada perché la liberazione era prossima, e Netanyahu, sostanzialmente un suo megafono, gli faceva eco, mentre dall’esilio, Reza Phalavi si accreditava come futuro leader.
Ci si era dimenticati che già a gennaio migliaia di iraniani, per essere scesi in piazza in segno di protesta contro il regime, erano stati falcidiati. Che garanzie venivano loro offerte per ripetere la stessa esperienza senza essere massacrati? Nessuna.
Da lì in poi si è passati da parte di Trump a minacce di distruzioni di civiltà, di ore zero prossime, di inferni dietro la porta per poi arrivare all’attuale bozza di accordo che prevede una moratoria di sessanta giorni, e dovrebbe consentire il libero passaggio dello Stretto di Hormuz. Sull’uranio a un passo dall’impiego nucleare ancora nelle mani dell’Iran, sui missili balistici (argomento in realtà mai affrontato), si vedrà poi in seguito. Intanto è urgente per Trump, a picco nei sondaggi a casa, trovare il modo di districarsi dal pasticcio nel quale si è cacciato, il più disonorevole dopo l’uscita di scena americana dall’Afghanistan del 2021 messa in atto dall’Amministrazione Biden, ma concordata da Trump con i Talbani.
L’attuale vincitore
L’Iran, per quanto colpito duramente durante l’operazione militare congiunta israelo-americana, appare nettamente come il vincitore di questo round. Lo è per diversi motivi. Perché non avendo una potenza militare neanche paragonabile a quella statunitense non solo è riuscito a tenerle testa, non solo ha il regime ancora in sella, ma è riuscito, grazie all’imperizia americana e alla riluttanza di impiegare effettivamente soldati sul terreno, a mettere in modo perentorio le mani sullo Stretto di Hormuz e a farne una formidabile arma di pressione.
È inoltre ulteriormente vincitore perché ha messo gli Stati Uniti nella condizione di sedersi a un tavolo per negoziare sapendo perfettamente che Trump non aveva e non ha nessuna intenzione di spingere oltre l’operazione militare nonostante il suo iperbolico nome “Epic Fury”. La furia di Marte si è rabbonita al tavolo dei negoziati.
Stiamo assistendo alla replica di quello che è accaduto a Gaza dove Trump ha imposto a Israele di negoziare con Hamas e ha messo in piedi una struttura elefantiaca e totalmente priva di sostanza come il Board of Peace, imbarcandovi sostenitori di Hamas come Qatar e Turchia. Quanto a Hamas, che da mesi avrebbe dovuto disarmarsi, non solo non lo ha fatto e non lo farà, ma controlla completamente poco meno della metà di Gaza.
La scarsa rilevanza di Israele
Israele, partner fondamentale degli Stati Uniti nell’operazione militare che Netanyahu ha spinto fortemente perchè avesse luogo, si è visto progressivamente spinto ai margini delle decisioni prese a Washington. Netanyahu non può fare altro che abbozzare essendosi legato a Trump mani e piedi.
È stato già umiliato pubblicamente quando dovette chiedere scusa all’Emiro del Qatar per l’incursione israeliana nel Paese e una seconda volta quando Trump ha dichiarato pubblicamente che farà quello che vuole lui. Ora deve accontentarsi di una cambiale in bianco, basata sulla promessa che Trump risolverà in futuro il problema del nucleare iraniano esattamente come ha contribuito a risolvere il problema Hamas a Gaza.