Mentre crescono le tensioni in Giudea e Samaria, nota anche come Cisgiordania, tra i suoi legittimi abitanti ebrei — impropriamente noti come «coloni» — e i veri colonizzatori di quell’area, i cosiddetti «palestinesi», che per una astuzia della storia sono oggi considerati gli abitanti «originari» di quel territorio, in tutto l’«Occidente», se ancora si può evocare questa entità, aumenta la preoccupazione per il progetto di una Grande Israele — Eretz Yisrael HaShlema, la Terra biblicamente promessa —, così spesso evocata dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
Un’eventuale estensione del territorio israeliano — si plachino pure i lettori di «Sinistra per Israele» o «Pro-Pal» — realisticamente non andrà oltre l’area C (e forse l’area B); il controllo del territorio promesso in Genesi 15:18-21, ossia dal Nilo all’Eufrate, non è nelle possibilità di Israele. Ma, qualora lo fosse o lo diventasse, l’«israelizzazione» di una porzione così vasta dell’area mediorientale sarebbe moralmente e politicamente accettabile.
Con questo articolo intendiamo offrire proprio questo: una difesa morale dell’idea stessa di «Grande Israele», che, spogliata della sua dimensione messianica, si rivela non solo difendibile ma persino auspicabile.
L’imperium come necessità politico-morale
Per comprendere quanto sarebbe necessario un imperium politico-morale israeliano per mantenere la stabilità geopolitica e l’ordine civile in Medio Oriente, è necessario tenere presente un fatto: fin dalla sua fondazione nel 1948, il moderno Stato d’Israele è stato oggetto, da parte islamica, di una volontà di distruzione assoluta, religiosamente motivata e legittimata, che ha trasceso le divisioni tra «laici» e «religiosi», sunniti e sciiti. L’odio per Israele è più forte delle rivalità alimentate dal narcisismo delle «piccole differenze» dottrinarie.
L’Islam ha un impianto fortemente teopolitico: è religione in senso lato, ma anche diritto, ed è pertanto più suscettibile rispetto ad altre fedi a trasformarsi in ideologia politica. L’islamismo, ossia l’Islam nella sua forma più politicizzata e jihad-centrica, non rappresenta una «deviazione», bensì una variante logicamente coerente alla luce delle sue premesse. Al cuore dell’Islam vi è la volontà di fondare e rendere universale lo Stato islamico: il Califfato. È ciò che fecero Maometto e i suoi successori. In nessun testo tale intenzione è più evidente ed esplicita che nello Statuto di Hamas, che chiede l’eliminazione degli ebrei dal mondo intero, inscrivendo la guerra contro Israele in una prospettiva apocalittica. Lo stesso vale per Hezbollah e per l’Autorità Palestinese, poiché anch’esse abbracciano una visione soteriologica della lotta contro gli ebrei e gli «infedeli».
L’Islam, in tal senso, e dal momento che non si intravedono voci di riforma all’interno del mondo musulmano, rappresenta un nemico perenne, con cui è possibile soltanto un rapporto di «inimicizia assoluta», per usare un’espressione di Carl Schmitt.
Dato che non è possibile eradicare l’Islam dal mondo — progetto tanto utopico quanto pericoloso — è tuttavia necessario che le organizzazioni più violente siano annichilite e che almeno i Paesi che minacciano direttamente Israele siano soggiogati e controllati dall’unico Stato della regione che non è politicamente fallito: Israele stesso. È necessario prendere atto che tutti i tentativi di pervenire alla pace e alla convivenza sono naufragati a causa della componente apocalittico-genocida insita nella mentalità islamica.
Per dissipare la menzogna secondo cui Israele, e in particolare la destra israeliana, avrebbero ostacolato il processo di pace e la soluzione a due Stati, è bene richiamare alcuni fatti chiave.
Il rigetto islamico
Nel luglio 2000, il Presidente Clinton riunì a Camp David Ehud Barak, decimo Primo Ministro di Israele, e Yasser Arafat, capo dell’OLP, con l’intento di raggiungere un accordo di pace. Nel corso del vertice, durato due settimane, Barak avanzò ai palestinesi offerte senza precedenti: propose di condividere la sovranità su Gerusalemme — cosa che nessun leader israeliano aveva mai fatto prima —, offrì tutta Gaza, il 92 per cento della Giudea e della Samaria e il controllo della Valle del Giordano. Come risposero Arafat e i palestinesi a tale proposta? Risposero scatenando la feroce Seconda Intifada, che causò la morte di oltre mille israeliani e sessantaquattro cittadini stranieri.
Il 16 settembre 2008, il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert avanzò a Mahmoud Abbas, presidente dell’OLP, un’offerta di pace ancora più generosa della precedente, unitamente al riconoscimento della statualità palestinese. A condizione che fosse posto fine al conflitto con Israele, Olmert offrì ad Abbas il 94 per cento della Giudea e della Samaria, altri 327 chilometri quadrati di territorio all’interno dei confini sovrani israeliani, adiacenti alla Striscia di Gaza e alla Samaria settentrionale, la sovranità sui quartieri arabi di Gerusalemme e il trasferimento della sovranità sul Monte del Tempio e sulle altre aree sacre della Città Vecchia a un organismo internazionale. Propose inoltre un limitato diritto al ritorno per i discendenti degli arabi che lasciarono Israele nel 1948-49. Abbas rifiutò.
Tutto ciò non dovrebbe sorprendere. Come si può ragionare e negoziare con dei terroristi il cui unico scopo è smembrare gli ebrei attraverso un programma di pay-for-slay — «paga per ammazzare» — e cancellare un intero popolo dalla regione in nome di una dottrina che vieta esplicitamente di scendere a patti con coloro che sono considerati «nemici eterni» dell’Islam?
Di fronte a un tale avversario, Israele ha il diritto di invadere, se lo ritiene opportuno per la salvaguardia della propria sicurezza, qualsiasi Paese del Medio Oriente. Taluni obietteranno che occorre rispettare la sovranità degli Stati vicini; ma la sovranità non è una prerogativa politica assoluta, né un assioma giuridico. È soggetta a vincoli: la giustizia per tutti, l’uguaglianza davanti alla legge e la protezione delle libertà, che comprendono il diritto all’integrità fisica, la libertà di parola, di coscienza e di opinione, la libertà di riunione, di culto e di perseguire una concezione della buona vita consona alla propria disposizione individuale.
L’annullamento del contratto sociale attraverso la Sharia
Nell’era moderna, a partire dalla nascita del liberalismo politico nel XVII secolo, il «buon governo» deriva dalla libera volontà del popolo che acconsente a essere governato, a condizione che i suoi rappresentanti ne proteggano i diritti e il benessere. Come ricorda John Stuart Mill, i rappresentanti politici sono i nostri servitori: il popolo affida loro il potere per proteggere la propria proprietà, prima fra tutte la «proprietà» che ciascuno possiede della sua persona. Li autorizza a governare in suo nome per mezzo di un contratto sociale. È il popolo a conferire la sovranità allo Stato affinché questi svolga le sue funzioni. La sovranità si fonda sulla volontà razionale di un popolo, che non desidera vedere annientata la propria personalità giuridica. Nessun popolo razionale può concepire la propria sottomissione.
Secondo questa logica, ogni Paese islamico governato dalla legge coranica — che impone l’apartheid di genere, la non reciprocità religiosa e la prescrizione totalitaria della Sharia — annulla la propria sovranità. La loro sovranità de facto non è valida, perché i principi filosofico-politici che stabiliscono la sovranità de jure risultano esplicitamente invalidati dall’applicazione del diritto islamico.
Il Libano non può essere considerato uno Stato sovrano, almeno finché Hezbollah — organizzazione terroristica che governa ampie zone del Paese, specialmente nel Sud — continuerà a rappresentare una minaccia esistenziale per Israele. La milizia sciita ha usurpato le funzioni proprie di un governo e reso impossibile l’instaurarsi di una società libera e pluralista. I Paesi che violano sistematicamente i diritti dei propri cittadini e che minacciano i vicini perdono ogni legittima pretesa di sovranità e retrocedono allo stato di natura, che li pone al di fuori di qualsiasi accettabilità politica.
Nel contesto specifico, spetta a Israele assumersi il dovere, qualora lo ritenga politicamente conveniente, di colpire tali nazioni per proteggere sia i propri interessi nazionali, sia i diritti dei cittadini di quegli Stati falliti. L’Arabia Saudita, l’Iran e il Qatar sono Stati terroristi: il fatto che usino la propria sovranità per sponsorizzare lo jihadismo e il terrore, facendosi scudo col concetto di sovranità, dovrebbe allarmare le nazioni civili e democratiche. Al contrario, tra quest’ultime, prevale l’idea che la «sovranità» di questi Stati-terroristi vada sempre e comunque rispettata.
Non è accettabile che i «diritti» di entità statali costitutivamente distruttive verso gli ebrei e i non musulmani prevalgano sulla volontà di un popolo razionale di vivere in sicurezza. Laddove la volontà di un popolo sia allineata a precetti codificati di guerra, martirio e annientamento — come nel caso di molti palestinesi di Gaza che continuano a sostenere Hamas — Israele può e deve riprendere la propria sovranità sull’intera Striscia di Gaza. I terroristi e i loro sostenitori non hanno alcun diritto di governare un Paese.
Israele e la tutela dei diritti delle minoranze
Israele è un Paese che ha cittadini arabo-israeliani seduti alla Knesset; un giudice arabo-cristiano, George Karra, presiedette il collegio del tribunale distrettuale di Tel Aviv che nel 2010-2011 ha condannato l’ex presidente israeliano Moshe Katsav a sette anni di prigione per stupro, e in seguito servì come giudice della Corte Suprema di Israele dal 2017 al 2022. Israele ha concesso la cittadinanza e la residenza permanente a circa due milioni di arabi, che vivono con pieni e uguali diritti riconosciuti a tutti i cittadini israeliani, costituendo il 20 per cento della popolazione. Ci sono ebrei seduti negli organi di rappresentanza in Iran, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Siria o in qualsiasi Paese islamico del Medio Oriente? La risposta è ovviamente no.
In assenza di una riforma islamica, sarà difficile giustificare la legittima sovranità di qualsiasi Stato islamico. Se si sottopone ogni nazione a un test di decenza politica in termini di protezione dei diritti — basti pensare che Israele funge da rifugio per i cristiani e le minoranze sessuali che vivono in Medio Oriente, laddove queste ultime vengono decapitate in Arabia Saudita e violentemente perseguitate in ogni Stato islamico della regione — quale nazione otterrebbe i punteggi più alti nell’area mediorientale? Israele, senza dubbio, secondo qualsiasi parametro equo e giudizioso — il che gli conferisce il diritto di proclamare la propria supremazia politica e civile e, con essa, la facoltà morale di conquistare e porre sotto la propria amministrazione ciascuno di quei Paesi politicamente regressivi che operano sotto le spoglie di una pseudo-sovranità.
Vale la pena ricordare che, sotto il dominio islamico, la Sharia è la legge del Paese. Secondo l’ideologia politica islamica, il mondo è diviso in due parti: il Dar al-Islam, dove la Sharia è la legge vigente e la pena per l’apostasia è la morte, e il Dar al-Harb, la «casa della guerra», dove la legge islamica non è in vigore. L’obiettivo a lungo termine dell’Islam è quello di annientare il Dar al-Harb, affinché il mondo intero diventi Dar al-Islam, e il mezzo per raggiungere tale obiettivo è il Jihad — la guerra contro tutti i non musulmani. La prova di quanto affermato risiede nel fatto che i tre più importanti regimi islamici: l’Iran, governato da una teocrazia; l’Arabia Saudita, un regno in cui le libertà personali e i diritti individuali sono banditi; e il Qatar, un feudo islamico politicamente reazionario che ha girato fedeltà alla Fratellanza Musulmana, sponsorizzano organizzazioni terroristiche internazionali, come Hamas ed Hezbollah, e tramano per la distruzione dell’Occidente e di Israele in particolare.
La Grande Israele, come estensione e salvaguardia della libertà
Quando si parla del Medio Oriente, ad eccezione di Israele, due parole dovrebbero venire immediatamente in mente: «Stati canaglia». Questi Paesi sono zavorre politiche che distruggono la felicità dei propri cittadini, destabilizzano gli equilibri internazionali e trascinano la regione in un permanente stato di insicurezza geopolitica.
La Grande Israele, se mai si realizzasse, rappresenterebbe una vittoria della civiltà nella regione. Nessun compromesso, accordo o temporanea convergenza politica con qualche vicino arabo — laddove oggettivamente non ne può esistere alcuna — risolverà il dilemma di Israele.
Finché Israele non si affermerà come epicentro e futuro del Medio Oriente, non vi sarà né pace né stabilità.