«Chi siete, voi, infatti, che vorreste parlare o cantare all’America?»
— Walt Whitman, Foglie d’erba
Il 10 settembre 2001 il crepuscolo scende, per l’ultima volta, sulle altissime torri di Manhattan. È un tramonto come tanti, di quelli che nessuno pensa di dover ricordare, salvo per qualche turista che lo fotografa. Il profilo delle Twin Towers stagliato sullo sfondo. Un inconsapevole ovale funerario.
Eppure in quelle ore, senza che il mondo lo sappia, si stanno per incrociare due traiettorie umane agli antipodi: quella di un costruttore e quella di un distruttore. La mattina seguente le loro storie si toccheranno per un istante, dentro la cabina del volo American Airlines 11, e poi si separeranno per sempre: l’una nella memoria sepolta di un eroismo ignorato, l’altra nell’orrore che ha inaugurato il XXI secolo, dentro cui si sono prolungati gli spettri del XX.
Danny Lewin aveva trentun anni. Cresciuto a Denver, emigrato con la famiglia in Israele nel 1984, scelse di servire nella Sayeret Matkal, l’unità speciale israeliana la cui esistenza, per decenni, Israele stesso non ha voluto riconoscere ufficialmente. Non cercava il pericolo per il gusto dell’eroismo. Cercava, semplicemente, di essere all’altezza di un’appartenenza, quella al popolo ebraico, che aveva scelto emigrando con la famiglia a Gerusalemme. Al Technion di Haifa fu il miglior studente dell’anno in ingegneria informatica; al MIT divenne l’allievo prediletto del leggendario professore Frank Thomson Leighton. Con lui fondò Akamai, e con essa contribuì a costruire l’architettura numerica su cui oggi corre gran parte del traffico di Internet. Non aveva l’aria dello scienziato: corporatura robusta, un viso tondo, capelli castani che cominciavano a diradarsi e un sorriso quasi malizioso. Era, in ogni fibra, un uomo rivolto alla vita e a ciò che di buono si può realizzare in essa.
Mohammed Atta aveva trentatré anni. Piccolo, magro, «senza umorismo» secondo i suoi conoscenti, figlio di un padre esigente che dopo la strage lo avrebbe definito ai giornalisti «un uomo molto sensibile». Non costruì nulla. Trascorse gli ultimi mesi della sua vita a copiare, nel proprio diario, l’invito di Sayyid Qutb, l’ideologo dei Fratelli Musulmani, ad amare la morte, un invito che egli stesso, in un lampo di lucidità mai più ritrovata, riconobbe impossibile: «Tutti odiano la morte, tutti temono la morte». Aveva trovato, così credeva, una causa più grande dell’esistenza. Viveva già altrove, in una realtà di secondo grado fatta di visioni apocalittiche e ricompense paradisiache, fuori dallo spazio in cui è possibile esercitare la ragione e con essa la morale. Fino all’ultimo, si è detto, dubitò. Ma il fanatismo ebbe l’ultima parola, lo avvolse in una coltre, e dopo il dubbio non restò che il buio.
L’11 settembre, alle 8:15 o poco dopo, a bordo dello stesso aereo che Atta pilotava verso la Torre Nord, questi due destini si toccarono. Lewin, che parlava un arabo fluente, comprese ogni parola dei dirottatori, e capì per primo cosa stesse accadendo. Non attese ordini, non calcolò le probabilità: tentò da solo di fermarli. Fu Satam al-Suqami, studente di giurisprudenza saudita, a colpirlo alla gola, alle spalle, mentre cercava di impedire l’irreparabile. Un rapporto della Federal Aviation Administration, trapelato per errore, parlò in un primo momento di un colpo di arma da fuoco; la Commissione sull’11 settembre corresse poi la ricostruzione, stabilendo che Lewin venne sgozzato, e che la sua morte, collocabile tra le 8:15 e le 8:20, ne fa con ogni probabilità la prima vittima di quella giornata. Nessuno, per anni, ha ricordato il suo nome. Oggi un parco di Cambridge, in Massachusetts, Danny Lewin Square, ne conserva la memoria in una targa che pochissimi si fermano a leggere.
Mentre Lewin moriva nella cabina del volo 11, la rete che aveva contribuito a creare veniva messa alla prova nel modo più estremo possibile. Nei minuti successivi al primo schianto, i tecnici del centro operativo di Akamai a Cambridge videro il traffico internet impennarsi. Milioni di persone si riversavano online per capire cosa stesse accadendo a New York. Mentre i sistemi informatici della Croce Rossa, delle principali testate giornalistiche, dell’FBI, della stessa American Airlines andavano in tilt, l’architettura distribuita che Lewin aveva progettato con Leighton resse quell’urto.
Qui sta la differenza che nessuna equivalenza retorica potrà mai cancellare. Atta è corso incontro a ciò che temeva, convinto che la disponibilità a morire fosse essa stessa una virtù. Non lo è, e non lo è mai stata, perché nessuno è tenuto a farsi eroe o martire, tanto meno autorizzato a compiere il male in nome degli ideali più nobili. Lewin, al contrario, non cercava la morte: cercò di impedirla, a sé stesso come agli altri. Fu l’ultimo gesto di un uomo che aveva passato la vita a inventare, studiare, innovare, e non a rimuginare sul martirio. L’uno si era ritirato dallo spazio umano della morale per rifugiarsi in un’escatologia di sangue; l’altro, fino all’ultimo respiro, restò dentro quello spazio, difendendolo con il suo corpo.
Si potrebbe dire, parafrasando Goethe, che chi si affatica sempre a tendere oltre sé stesso merita il perdono. Ma la formula, applicata ad Atta, suona come un’elemosina concessa a chi non la merita. Lo jihadista dagli occhi scuri non era Faust, la sua tensione non andava verso un bene più grande, andava verso il nulla vestito da assoluto. La tensione di Lewin, quella sì, andava altrove: verso un algoritmo che avrebbe reso più veloce la rete che oggi tutti usiamo, verso una nazione, Israele, che lo aveva accolto da immigrato e che egli aveva scelto di servire, verso, in ultimo, un aereo pieno di sconosciuti che tentò di salvare senza sapere se ci sarebbe riuscito.
La vita di Lewin racchiude tutto ciò che vi è di buono nella civiltà occidentale, soprattutto nella collaborazione americano-israeliana: la ricerca scientifica, la strategia militare, il coraggio, l’amore per la bellezza (suonava il violino) e per la vita (aveva due figli).
Le torri sono cadute. Ma posatasi la cenere di quel mattino restano, distinte e non confondibili, due idee di ciò che un uomo può fare della propria breve vita: spenderla per creare, o consumarla per annientare. La storia di Danny Lewin, sepolta per anni sotto quella più clamorosa e inquietante dei suoi assassini, ricorda che la prima strada, per quanto meno raccontata, resta la sola degna di essere percorsa.