Israele e Italia

Futuro Nazionale e la sua matrice ideologica

La modernità, diceva Leszek Kołakowski, è costantemente messa alla prova. Siamo nel pieno di uno di quei momenti decisivi. Essa abolisce le pretese assolutiste, disincanta il mondo, pone l’individuo e le sue libertà al centro dell’azione politica. Non coincide, però, con un «progresso» ineluttabile, anzi, può subire rallentamenti, pause, persino brusche battute d’arresto. Lo sapevano Benjamin, Arendt, Fondane, Cioran. Il Gulag e la Shoah sono stati, nei metodi, progetti indiscutibilmente moderni, ma le ideologie che li hanno generati erano una mescolanza di paure arcaiche, medievali fantasie millenariste, teleologie grossolane mascherate da concezioni «scientifiche» della storia e della società.

Le rivoluzioni americana e francese sono nate dall’Illuminismo, ma l’Illuminismo non è stato un monolite; vi troviamo autori molto diversi tra loro, i quali hanno dato origine a concezioni liberali e individualiste, oppure collettiviste e totalitarie. Nel corso del XX secolo, il fascismo, nelle sue diverse declinazioni, ha incarnato il lato oscuro e spesso paradossale della modernità: rovescio dell’uguaglianza delle condizioni nel pregiudizio razziale, del disincanto del mondo nella mistica del capo, della secolarizzazione nel culto dello Stato e della nazione, dell’individualismo nella comunità organica. Sotto la diffusione dell’idea di universalità degli uomini cova da sempre la ricerca dell’appartenenza più ristretta e rassicurante, l’anelito al ritorno a una comunità originaria liberata dalla piaga del mercantilismo senza anima.

La civiltà euro-atlantica dei nostri giorni è nata dalla vittoria dell’universalismo civico sui totalitarismi. Il sionismo, formulato al termine del XIX secolo e realizzatosi con la fondazione dello Stato d’Israele nel 1948, è anch’esso figlio della migliore tradizione europea: un nazionalismo civico che unisce indipendenza nazionale e libertà individuali.

Eppure, ancora oggi, nonostante le catastrofi storiche generate dalla variante destrorsa del rifiuto della modernità, non mancano coloro che cercano di risuscitare i mitologemi tradizionalisti e il nazionalismo gregario che si definisce «sovranista». È un ritorno della «rivolta contro il mondo moderno», un passatismo incantato dalla propria inadeguatezza, un romanticismo politico angosciato, disorientato, divorato da un opprimente pessimismo storico. Dal punto di vista della civiltà, il mondo sognato dai putiniani (e dai cultori della «Tradizione») è opposto alla «decadenza» occidentale accusata di tutti i peccati immaginabili. È la Città del Sole in lotta con Sodoma e Gomorra. Un’utopia che, come diceva un tempo Vladimir Solov’ëv, falsifica il Bene.

Un compendio dei principali temi della destra antimoderna lo si trova nel programma di Futuro Nazionale: si va dal rigetto della «globalizzazione dominata dalle multinazionali e dalla finanza» (l’odio per il mercato mondiale e la demonizzazione della finanza sono una costante della destra cosiddetta «sociale», inutile sarebbe spiegare loro che la finanza è stata uno dei vettori che ha permesso lo sviluppo della civiltà europea) a un «pacifismo di destra» da leggersi come travestimento di una posizione favorevole alla Russia, ridicolamente definita «polmone orientale della Cristianità», e ostile all’Ucraina.

Per quanto riguarda Israele, Futuro Nazionale riconosce le ragioni di sicurezza di Israele e il suo diritto di difendersi, ma critica gli interventi che provocano un’«escalation». Insomma, ammette l’esistenza di un problema (Hamas, Hezbollah, l’Iran), ma ne rifiuta la risoluzione (la guerra per rimuovere queste minacce). È altamente probabile che all’elaborazione del programma in questione abbia dato un significativo contributo Lorenzo Gasperini, l’«ideologo» di Vannacci, che deve averlo sedotto con quella verbosità aromatizzata di termini filosofici (dopotutto, il generalissimo sarà stato pure un abile militare, ma di certo non è una mente abituata alle sottigliezze), che in passato fece la fortuna di Fusaro.

Gasperini è un cattolico tradizionalista, area lefebvriana, sedevacantista o giù di lì, dunque preconciliare, quindi portatore di un severo problema con gli ebrei e, di conseguenza, con il loro Stato — sarebbe un errore dimenticare che la Santa Sede ha riconosciuto Israele solo nel 1993.

Sul tema Gasperini non si sbilancia mai, anche per non prestare il fianco alla sinistra filopalestinese e alle presunte (ancora tutte da verificare), posizioni filoisraeliane del generalissimo, ma non ha mancato di denunciare gli «eccessi» di Israele e la presunta «persecuzione» ebraico-sionista dei cristiani in Terra Santa.

Il cattolicesimo reazionario politicizzato (Blondet, Nitoglia, Radio Spada…), nel cui solco non sappiamo fino a che punto Gasperini si inserisca (temiamo troppo, sebbene ami richiamare Del Noce, che ebbe una coerente posizione filosionista), è inseparabile da una visione paranoica e dietrologica della modernità, concepita come cospirazione ebraico-massonica-marxista, col ’68 come tappa centrale (leggere in tal senso uno dei più importanti teorici italiani dell’antisemitismo, Gianantonio Valli, può risultare istruttivo). Gasperini, d’altronde, come il suo eroe in mimetica, è filorusso e putiniano, ossia vicino allo Stato canaglia che da anni alimenta con la sua guerra cognitiva le narrazioni antiebraiche che permeano l’ampio bacino del populismo nazionale, di destra come di sinistra.

Chiunque sostenga un «Occidente forte» non può che guardare con sospetto e scetticismo a Futuro Nazionale, che finora non ha certo incarnato la «vera destra», a meno che con questa espressione non s’intenda la destra più illiberale, raccogliticcia e cialtrona. Qualcuno dirà che si proceda per accumulo indiziario, ma come vuole la frase attribuita a Pio XI e resa celebre da Giulio Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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