Non c’è una carestia a Gaza. Chiunque, al di fuori della piccola cerchia di amici di Israele, rimarrebbe scandalizzato da un’affermazione simile, come se avesse appena sentito urlare una bestemmia. Eppure sono i dati che stanno bestemmiando: i dati raccolti da un team dell’Onu, guidato dall’Unicef. Il rapporto, pubblicato il 22 luglio scorso, intitolato Risultati dell’indagine SMART sulla nutrizione a Gaza dimostrano che a Gaza non ci sia un problema di denutrizione. Lo rivela un’inchiesta di The Free Press, una delle poche testate che hanno parlato del nuovo documento (e incontrando anche non poche difficoltà a reperirlo).
Secondo la squadra di ricercatori, che ha potuto condurre un’indagine sul campo a Gaza, la situazione è la seguente: malnutrizione infantile acuta nello 0,5% dei bambini, ritardo della crescita (altro sintomo di grave malnutrizione) nel 12% dei bambini. Questi dati, se confrontati con quelli medi della regione mediorientale, rivelano uno dei tassi di malnutrizione più bassi di tutta la regione mediorientale. In compenso, il 4% dei bambini di Gaza presenta problemi di sovrappeso e obesità.
Eppure l’accusa a Israele di avere provocato una carestia a Gaza, con intenti genocidi, era stata lanciata proprio dalle Nazioni Unite, il 22 agosto 2025, con la pubblicazione del Rapporto IPC (Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare). In quel caso, il rapporto attestò lo stato di carestia in una zona di Gaza. Oltre mezzo milione di palestinesi si trovavano “in condizioni catastrofiche, caratterizzate da fame, miseria e morte”, affermava il rapporto IPC. Il documento si concludeva in modo drammatico ed emergenziale: la popolazione di Gaza era impegnata in “una corsa contro il tempo” e che l’unico modo per impedire che la carestia si diffondesse ulteriormente era un “cessate il fuoco immediato”. La gravità della situazione era data soprattutto dalla sua gravità. La dichiarazione di carestia fatta l’anno scorso dal rapporto IPC è stata la quinta in assoluto, la prima al di fuori dell’Africa.
La pubblicazione dei nuovi dati del luglio scorso getta una luce sinistra su quel rapporto. Come è possibile una differenza così abissale fra il 2025 (carestia) e il 2026 (anche alcuni problemi di obesità)? C’è chi assolve il lavoro degli esperti, come l’antropologo britannico Alex de Waal che, intervistato da The Free Press, ha dichiarato che nessuno dei nuovi dati era “motivo di mettere in dubbio l’accuratezza” della precedente dichiarazione di carestia dell’IPC. “I bambini possono riprendersi molto rapidamente dalla malnutrizione acuta”. Ma nella stessa inchiesta, una ricercatrice che ha supervisionato squadre di raccolta dati sulla malnutrizione nel Corno d’Africa ha osservato di non aver “mai visto” la comparsa di obesità e sovrappeso in un luogo che solo un anno prima era stato dichiarato colpito dalla carestia. “In Africa ci sono persone che mangiano erbe selvatiche solo per sopravvivere”, ha detto. “Non c’è un problema di obesità”.
Forse, allora, il problema risiedeva nella metodologia usata nel rapporto IPC del 2025? Forse sì. Perché il team di esperti di allora: non aveva accesso alle zone di guerra, ha potuto o voluto esaminare solo bambini iscritti a un programma di prevenzione della malnutrizione (dunque bambini che avevano già problemi) e hanno scelto quelli come campione della popolazione. Si può solo intuire quanto sia poco rappresentativo un campione di persone che già soffrono di quel problema per misurare il livello di malnutrizione in tutta la popolazione. Ma in più, gli esperti dell’anno scorso non hanno nemmeno usato la misurazione classica per capire se un bambino era malnutrito o meno (il rapporto peso/altezza), bensì hanno preso la misura della circonferenza del braccio. Che è un parametro che tende a sovrastimare, anche raddoppiandolo, la stima del numero di malnutriti: l’ultimo rapporto di luglio lo dimostra, poiché calcolando il rapporto peso/altezza risulta che lo 0,5% dei bambini siano malnutriti, ma misurando la circonferenza del braccio risulta che sia denutrito l’1,3% dei bambini di Gaza, dunque più del doppio. E infine, visto che anche così non bastava: gli autori del rapporto IPC hanno dimezzato il parametro per stabilire l’inizio dello stato di carestia, invece del canonico 30% dei bambini malnutriti, lo hanno abbassato al 15%.
Questi non sono errori semplici. E probabilmente non sono neppure semplicemente errori. L’Onu ha torturato le statistiche finché queste non hanno dato la risposta desiderata: che a Gaza c’era una carestia provocata da Israele. Sulla base di questo “fatto”, si è aggravata l’accusa di genocidio nei confronti del governo Netanyahu. Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, con consueta teatralità, aveva tweettato: “Proprio quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno in terra a Gaza, se ne è aggiunta una nuova: carestia”. Quanto odio per Israele e per gli ebrei hanno scatenato queste false certezze? Abbastanza da non rientrare più, nemmeno dopo questa smentita. Che comunque non fa notizia, come tutte le smentite.