Israele e Medio Oriente

Tutto bene. Sulla carta

L’accordo quadro fra Israele e Libano, negoziato grazie all’intermediazione degli Stati Uniti è, in sé, una buona notizia (qui il testo completo, in inglese). Nei suoi 14 punti, numero che deve essere una nuova fissazione di Donald Trump, come i 14 punti del memorandum di intesa con l’Iran e i 14 punti di Wilson nel 1918, si prevede: il disarmo di Hezbollah, il ritiro graduale dell’Idf, a cui subentra (a partire da prima “zone pilota”) l’esercito regolare di Beirut, la piena restaurazione dell’integrità territoriale del Libano, l’assicurazione che l’Idf agisca e continui ad agire solo per rispondere ad atti di aggressione di Hezbollah, l’assicurazione che Israele non ha alcuna mira territoriale sul Libano e infine una normalizzazione dei rapporti fra Libano e Israele. Sulla carta, tutto bene. Sulla carta. Ma cosa potrebbe andare storto?

Il fatto che il testo di un accordo simile sembra di averlo letto più e più volte e il risultato è sempre stato lo stesso: la ripresa delle ostilità fra Israele e milizie terroriste che operano dal sud del Libano.

Nel 1978 non c’era ancora Hezbollah e l’Iran era governato dallo scià Reza Palhevi. C’era però l’Olp di Arafat che occupava il sud del Libano esattamente come Hezbollah oggi, facendone una base di attacco per i suoi terroristi e per il lancio di razzi contro la pianura della Galilea.

Israele, nel marzo di quell’anno lanciò l’Operazione Litani, per respingere l’Olp a nord del fiume omonimo e creare una fascia di sicurezza oltre il confine settentrionale. Se non vi è nuovo questo scenario, avete ragione. E’ esattamente lo stesso scenario di oggi, cambiano solo le sigle e il governo di Israele. All’indomani dell’attacco di terra israeliano, l’Onu avviò la sua missione Unifil, con i caschi blu a fare da “scudo” fra Israele e Libano. Del disarmo dell’Olp manco parlarne. Infatti gli attacchi ripresero quasi subito, nonostante la presenza dell’Onu e Israele dovette lanciare una seconda invasione, nel 1982, l’Operazione Pace in Galilea. Questa volta, il generale Sharon non si accontentò di creare una fascia di sicurezza, ma arrivò sino a Beirut, con l’intento di ricostruire su nuove basi lo Stato libanese, ormai uno Stato fallito dopo sette anni di guerra civile e di presenza dell’Olp.

E fu subito massacro mediatico: Sabra, Shatila, Israele genocida, i nuovi nazisti sono i sionisti, la bara vuota lasciata dal corteo dei sindacati davanti al Tempio Maggiore di Roma, la bomba lanciata alla stessa sinagoga di Roma. Un film già visto e che rivediam ancora oggi. Finché Ronald Reagan, impietosito dalla grancassa umanitaria, non commise l’errore, forse il peggiore della sua prima amministrazione, di promuovere una missione di pace internazionale. Dopo appena un anno, le forze multinazionali dovevano ritirarsi lasciando a Beirut centinaia di morti, soprattutto nei primi mega-attentati suicidi di Hezbollah, che a quel punto era nata e cresciuta con la sponsorizzazione del nuovo regime islamico insediatosi in Iran dal 1979.

Questo fu il vero salto di qualità del terrorismo libanese. Si passò dal nazionalismo arabo dell’Olp al primo islamismo, terrorista, suicida, di Hezbollah. Una metamorfosi che nel decennio successivo sarebbe avvenuta anche nel movimento palestinista, quando la bandiera della lotta ad Israele passò dall’Olp a Hamas. Ma in pratica nulla è cambiato: a nord di Israele continuava la minaccia terrorista. Prima l’Idf si ritirò nella sua fascia di sicurezza. Ma quando, nel 2000, un quarto di secolo fa ormai, abbandonò del tutto anche quest’ultima, il Libano non tornò ad essere uno Stato indipendente, unito e sovrano. Semplicemente Hezbollah riportò nel sud le sue milizie e riprese a lanciare razzi contro la Galilea, poi, con l’evolvere dei suoi armamenti, colpì anche fino a Haifa.

Nel 2006 quando il livello di aggressione divenne insostenibile, soprattutto dopo il rapimento di due sottufficiali dell’Idf (Ehud Goldwasser ed Eldad Regev) Israele lanciò una serie di attacchi aerei supportati successivamente da un attacco di terra limitato nella ex fascia di sicurezza. Hezbollah la ritiene tuttora una sua vittoria, per Israele la Seconda Guerra Libanese fu comunque una delusione. Risposta dell’Onu: rafforzare Unifil e trasformarla in Unifil2, iniziativa anche italiana fortemente caldeggiata dall’allora ministro degli Esteri, Massimo D’Alema. In teoria Hezbollah doveva essere disarmata, l’esercito regolare libanese doveva riprendere il controllo della sua regione a sud del fiume Litani, il Libano doveva tornare ad essere uno Stato unitario, sovrano e indipendente. Niente di tutto questo è avvenuto. Hezbollah ha continuato e continua tuttora a mantenere il controllo del sud del Libano, inquina la politica libanese con la sua rete di traffici clandestini e ricatti e al 7 ottobre 2023 era la più grande potenza missilistica non statuale. Ed è stato subito pronto ad attaccare Israele, all’indomani del pogrom del 7 ottobre.

Oggi si può dire che Hezbollah abbia subito perdite gravissime, che sia crollato il regime di Assad in Siria, che forniva armi, logistica e basi sicure, anche per conto dell’Iran. Si può dire che l’Idf abbia compiuto miracoli nel nuovo, ultimo, round della lotta pluri-decennale contro il terrorismo libanese (l’operazione con i cerca-persone esplosivi resterà negli annali di storia dei servizi segreti). Ma tutto questo per cosa? Per le solite promesse del 1978, 1982, 2000, 2006: disarmo di Hezbollah, ripristino della sovranità libanese, normalizzazione dei rapporti. Sempre le stesse identiche cose. E probabilmente anche con gli stessi identici effetti, perché l’Iran (grazie a Trump) è ancora un regime vivo e militante. I soldi che riceverà con la fine del blocco navale e delle sanzioni permetteranno all’Iran di riarmare se stesso e i suoi alleati in Libano. Ed Hezbollah è tutt’altro che desiderosa di arrendersi o di normalizzare i rapporti con Israele. Disarmarsi? Non ci pensa nemmeno. Farsi disarmare dall’esercito libanese? Ma se Hezbollah è militarmente più potente dell’esercito regolare, chi mai lo potrebbe disarmare? L’Idf dovrà disarmarlo, ma allora sarà un prolungamento di questa guerra. E non parliamo di “accordo”, allora, ma solo di una perdita di tempo.

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