Interviste

Guerra per il predominio: intervista a Mordechai Kedar

Mordechai Kedar è uno dei più autorevoli commentatori politici israeliani. Studioso e conferenziere noto a livello internazionale, Kedar conosce profondamente la cultura araba e islamica. La conoscenza dell’arabo gli consente di avere un accesso diretto e privilegiato alle fonti e ai documenti che la maggioranza dei suoi colleghi possono leggere solo in traduzione. Emanuel Segre Amar lo ha incontrato per L’Informale in Israele.

Vorrei partire dal 7 ottobre 2023 e chiederle come è inquadrabile storicamente un simile episodio.

Quello che è accaduto il 7 ottobre ha diversi precedenti nel passato. Numerosi massacri contro gli ebrei si sono già verificati, il Farhud a Baghdad nel 1941 è l’episodio più vicino a quello del 7 ottobre, per non parlare dei massacri del passato avvenuti in Europa nel contesto del mondo islamico, o qui quello di Hebron del 1929. Sotto il profilo storico quello che è accaduto non è nulla di inedito. La novità assoluta è l’aspetto mediatico dell’evento, non c’era Telegram nel 1941 per potere esibire al mondo gli avvenimenti, in modo da amplificarli. Ovviamente c’è anche l’aspetto delle proporzioni del massacro, a Baghdad le vittime furono duecento, a Hebron furono settanta, qui in Israele sono state milleduecento. Le incitazioni omicide, “Uccidete gli ebrei!” sono le medesime, le abbiamo già ascoltate nel 1929 a Hebron, le stesse che vennero urlate a Baghdad. Non va dimenticato soprattutto il precedente istituito da Maometto nei confronti dei Banu Qurayshi, la tribù ebraica che viveva a Medina e venne massacrata nel 627. Fu Maometto stesso a decapitare i capi della tribù, gli altri vennero sgozzati e decapitati uno ad uno.

Si può forse dire che una delle differenze più rilevanti con il passato è che il cosiddetto popolo della domenica, cioè i cristiani, nonostante le persecuzioni che hanno subito costantemente nel mondo islamico e che ancora subiscono, non abbiano la piena consapevolezza che l’odio antiebraico è l’altra faccia dell’odio anticristiano.

I massacri degli ebrei sono stati una costante della storia anche nell’Europa cristiana. L’atteggiamento nei confronti degli ebrei, sia nel mondo islamico, sia in quello cristiano è stato sostanzialmente il medesimo. Si è sempre guardato all’ebreo come all’altro, come a colui che aderisce a una religione che dovrebbe essere abolita, come al capro espiatorio prediletto, e questo vale sia per l’attitudine nei suoi confronti da parte orientale sia da parte occidentale. Oggi, con la copiosa immigrazione dall’Oriente verso l’occidente, assistiamo all’incontro di due tradizioni culturali che hanno entrambe coltivato per secoli l’avversione per l’ebreo e che hanno entrambe coltivato lo stereotipo dell’ebreo vittima, dell’ebreo soccombente, dell’ebreo assassinato, dunque rifiutano l’immagine dell’ebreo che combatte, che lotta per la propria sopravvivenza e questa modalità rinnovata dell’ebreo, dell’ebreo israeliano nella fattispecie, fomenta ulteriormente l’odio. In modo particolare in ambito islamico, l’ebreo è stato stereotipato per secoli come colui che conduceva una vita sottomessa, una vita povera. Era un essere privo di sostegno, abbandonato a se stesso, al proprio destino miserevole. Secondo questa tradizione un ebreo non ha alcun diritto a uno Stato, a un esercito, a qualsiasi tipo di forza che gli consenta di potersi difendere. Da settantacinque anni gli ebrei hanno uno Stato, hanno un esercito, possono difendersi e combattere, e questo, per la mentalità islamica è intollerabile.

Il 7 ottobre è stato rapidamente dimenticato, si è passati velocemente persino al negazionismo, concentrandosi soprattutto sulla reazione israeliana a Gaza. 

È necessario negare, perché negando si toglie di mezzo la ratio che giustifica la reazione israeliana. Se si nega ciò che è accaduto il 7 di ottobre si priva Israele della legittimità dell’operazione militare a Gaza. Si è subito cercato di negare l’aspetto bestiale delle atrocità perpetrate da Hamas a Gaza, e il primo a negarle, nonostante i filmati e le testimonianze è stato Hamas stesso. Hamas e l’ISIS sono nutrite della stessa identica matrice, hanno come riferimento fondante il Corano e gli hadit, ma mentre c’era un consenso unanime relativamente alla necessità di sconfiggere l’ISIS non c’è relativamente alla necessità israeliana di sconfiggere Hamas. Va aggiunto che l’ISIS non prendeva di mira soprattutto gli ebrei ma era contro l’Occidente in quanto tale quindi la comunità internazionale si è coalizzata per sconfiggerlo, mentre finora Hamas agisce solo contro gli ebrei e dunque si nota una differenza fondamentale. Dov’è il consenso unanime, dove è l’appoggio mondiale dietro la necessità di sconfiggere Hamas?

Da tempo lei sostiene l’impraticabilità di uno Stato palestinese. Recentemente ha suggerito che la popolazione di Gaza possa trasferirsi in Qatar. 

Attualmente ci sono più di sette milioni di siriani sparsi tra l’Europa, la Turchia, il Libano, in Giordania e in altri paesi, e per la comunità internazionale non ci sono particolari problemi, è una situazione accettata, ma appena in Israele si ragiona sull’immigrazione di un solo palestinese, immediatamente la reazione è di indignazione. Perché? Quale è la differenza tra il salvare dalla miseria i siriani e fare la stessa cosa con i palestinesi che vivono a Gaza? La maggioranza degli abitanti di Gaza se ne vuole andare a causa della distruzione, a causa delle guerre, perché non ne possono più di come si è trasformata Gaza da quando Hamas ha preso il potere nel 2007. Se ne vorrebbero andare ma la comunità internazionale non lo permette. Va bene se si tratta dei siriani o degli iracheni o di chiunque altro, ma non è possibile se si tratta dei palestinesi che si trovano nella situazione in cui si trovano per colpa di Hamas. Quale è la differenza tra un siriano, un iracheno e un palestinese? Sono arabi, sono musulmani. La risposta è semplice, perché se venissero trasferiti due milioni di palestinesi la cosiddetta causa palestinese collasserebbe e naturalmente si vuole tenere viva la causa palestinese in modo da potere distruggere Israele. È la ragione per la quale l’Europa rifiuta questa soluzione, che si permetta loro di andare in Qatar.

In Qatar?

Esattamente. Il Qatar ha strutture dormitorio costruite appositamente per la Coppa del Mondo che adesso sono vuote e che potrebbero ospitare agevolmente migliaia di rifugiati palestinesi provenienti da Gaza. Hanno numerose strutture alberghiere adatte allo scopo, e con l’enorme mole di denaro di cui dispongono, altre ne potrebbero costruire. Hanno migliaia di lavoratori stranieri nel paese. Che si permetta ai palestinesi di potere farne parte, perché devono lavorare in Israele con l’intento di distruggerlo? Perché non farli vivere là dove sono amati? Il Qatar gli dà già miliardi di dollari, continui a sostenerli direttamente lì. Sotto il profilo tecnico potrebbero risolvere il problema nel giro di una settimana. Hanno una flotta area di 269 aerei. Ognuno ha una capienza di trecento passeggeri. Se si dividono due milioni di persone per 269 aerei, si ottengono approssimativamente settemila e cinquecento persone, il che significa 25 voli, per la durata di due ore e mezza. È una operazione che si potrebbe concludere nel giro di cinque giorni, sei giorni.

Ma una soluzione del genere non risolverebbe il problema di quei palestinesi in Cisgiordania che sostengono Hamas. 

Il problema è soprattutto rappresentato da chi li governa. L’Autorità Palestinese odia Israele non meno di Hamas. Prenda come esempio la sciarpa di Hamas dell’organizzazione studentesca dell’Università di Birzeit che le mostro. Visitai l’università e me la regalarono. Osservi. Su di essa c’è il simbolo che rappresenta l’intera mappa di Israele da cui esso è assente. L’OLP ha una sciarpa diversa con la bandiera dell’organizzazione e anche in essa c’è la stessa rappresentazione della Palestina dal fiume al mare. Quindi quale è la differenza? La mappa è la stessa mappa. Dovremmo sostituire Hamas con loro? L’ideologia è la medesima. L’OLP ha due organizzazioni terroriste in attività, una è Tanzim Fatah e l’altra è la brigata dei Martiri di Al Aqsa che sono pagate dall’OLP e dirette dall’Autorità Palestinese. Le famiglie che hanno avuto tra i loro membri dei terroristi di queste organizzazioni i quali sono morti vengono pagate mensilmente, mentre quelli che sono vivi ma si trovano incarcerati ricevono direttamente un pagamento mensile. L’Autorità Palestinese paga i terroristi che hanno come obiettivo quello di ucciderci. L’Europa e gli Stati Uniti supportano una organizzazione che finanzia terroristi che hanno come programma quello di uccidere gli ebrei.

Nel 2015 dopo la strage del Bataclan, Abu Mazen venne invitato a Parigi come leader dell’Autorità Palestinese  a sfilare contro il terrorismo jihadista.  

La strage del Bataclan fu organizzata dall’ISIS, allora considerato il male assoluto mentre per gli europei l’Autorità Palestinese rappresenta una organizzazione moderata anche se ha le sue organizzazioni terroristiche e finanzia dei killer. Di cosa hanno bisogno  gli europei e gli americani per convincersi che l’Autorità Palestinese è un’organizzazione terroristica, che abbia uno Stato con un suo esercito? Supportare il venire in essere di uno Stato palestinese significa supportare la nascita di uno Stato antisemita come quello che si è già realizzato a Gaza. Si tratterebbe di un pericolo per la stessa esistenza di Israele a causa della posizione in cui sarebbe situato, sulle colline della Giudea e Samaria, quindi sostanzialmente in grado di colpire qualsiasi bersaglio, a Tel Aviv, a Herzliya, a Haifa. Uno Stato palestinese è, per Israele, una minaccia esistenziale.

Se uno Stato palestinese non può essere la soluzione, quale può essere un modello alternativo che consenta ai palestinesi una loro autonomia? 

Il modello alternativo è quello degli Emirati arabi del Golfo. Si tratta di stabilire entità cittadine palestinesi fondate sui nuclei tribali familiari. Il Kuwait è fondato su una famiglia, Al Sabah, il Qatar sulla famiglia Al Tahani, il Dubai sulla famiglia Al Maktoum, Abu Dhabi sulla famiglia Al Nahyan. Sono clan, e quando uno Stato si basa su un clan in genere è uno Stato pacifico e sviluppato. Questa è la struttura che dovremmo implementare nella parte araba di Hebron per i cinque clan che si trovano lì, e allo stesso modo per il clan di Gerico, di Ramallah, di Tulkarm, di Nablus, di Jenin, facendo sì che Israele permanga nelle aree rurali, cioè quelle aree che ci sono state assegnate dalla Lega delle Nazioni alla Conferenza di San Remo nel 1920. In questo modo si costituirebbe nelle città una struttura analoga a quella degli Emirati con città autonome. Questo è l’unico paradigma che funziona in Medio Oriente, perché quando si agglomerano gruppi disomogenei, sunniti con sciiti, clan diversi, si va verso il disastro, come in Siria, in Iraq, in Libano, nello Yemen, in Sudan, dove gli Stati sono conglomerati disomogenei. In Medio Oriente solo una società omogenea può produrre uno Stato funzionante. Se non si applica al Medio Oriente il modello societario che è in armonia con la sua specificità culturale, con l’assetto mentale e di priorità che è specifico a questa regione e che non è né quello europeo né quello americano, si va verso il fallimento, come è stato un fallimento il Libano. Il Libano fu concepito per essere una sorta di Svizzera mediorientale, la sua prima Costituzione venne ricalcata su quella elvetica, ma non poteva funzionare, perché qui la cultura è diversa, perché qui l’Islam è dominante. Non si può scaricare come fosse il programma di un computer in un contesto culturale che le è alieno come quello arabo-islamico, un modello culturale che è in contrasto con i suoi parametri. Noi crediamo nella società aperta, nella libertà di opinione e di espressione, loro no, credono nella religione. Noi israeliani che viviamo qui in Medio Oriente nella terra dei nostri avi, siamo come un bastione del mondo occidentale, se cadiamo noi, la prossima a seguirci sarà l’Europa e l’oceano Atlantico non è abbastanza vasto per potere preservare l’America da una sorte analoga.

Da quello che dice sembrerebbe che il 7 ottobre sia un episodio nel contesto più ampio di una opposizione radicale di mondi e mentalità.

Di fatto quello che stiamo vivendo è uno scontro di culture e di civiltà. Hamas, come l’ISIS rappresenta il Settimo secolo. Il loro statuto è impregnato dal Corano, esso è la fonte principale del loro modo di pensare e del loro modus operandi, noi viviamo nel mondo moderno, nel Ventunesimo secolo. Quella in corso è una guerra tra il Settimo secolo, rappresentato da Hamas e dai suoi sostenitori, come il Qatar e l’Iran e il Ventunesimo secolo rappresentato da Israele, di cui Israele è parte integrante. Loro rappresentano la cultura del deserto in cui l’imperativo è quello di uccidere per sopravvivere, noi rappresentiamo la cultura del vivi e lascia vivere che è la base per la convivenza pacifica, per l’instaurarsi della pace. Ma loro non vogliono lasciarci in pace perché siamo ebrei e quindi, secondo la mentalità islamica, non abbiamo diritto a un nostro Stato, non abbiamo diritto alla sovranità. Per la dottrina islamica gli ebrei e i cristiani devono vivere come dhimmi, come sottoposti e sottomessi, ne consegue che Israele non può avere alcun diritto all’esistenza ne può avere legittimità una religione che, come quella ebraica e, in questo senso, quella cristiana, è considerata superata in quanto superata dall’Islam. Tutta la regione sulla quale sorge Israele è considerata terra islamica come ogni altra regione che una volta si è trovata sotto il dominio islamico, la Sicilia, la penisola iberica, larghe parte dei Balcani, fino a Vienna, dove i musulmani vennero sconfitti nel 1683. Quindi, in questa prospettiva, Israele non ha nessuna, assolutamente nessuna legittimità esistenziale. L’occupazione per i musulmani non inizia nel 1967, ma molto prima, già a partire dal 1948. Per loro si tratta di una guerra eterna, non può esaurirsi in una generazione. Allah, è scritto, è con coloro che hanno pazienza.

Quali sono dunque le prospettive per la pace?

Se il nemico è sufficientemente forte, è capace di applicare una deterrenza efficace, i musulmani gli concederanno una pace temporanea che durerà fin tanto che egli sarà forte e pericoloso, come fece Maometto a Hudibiya, quando siglò la pace con i meccani che sarebbe dovuta durare quasi dieci anni e che egli violò appena si rese conto che potevano essere attaccati. Ciò significa che se Israele riuscirà a mantenere intatta la sua capacità di deterrenza, la sua invincibilità in modo permanente allora la tregua momentanea sarà di fatto permanente. Nel Medio Oriente funziona così, non è possibile ottenere una pace permanente dal principio perché noi ebrei rappresentiamo l’altro, una cultura diversa, perché siamo occidentali, siamo visti come stranieri, un corpo estraneo, che loro non vogliono sia qui. D’altronde, il rigetto dell’altro è analogo anche nelle enclave che hanno stabilito in Europa. Il multiculturalismo è un concetto che non gli appartiene, in cui non credono.

Il 7 ottobre secondo lei è stato uno spartiacque per quanto riguarda il modo di intendere le cose qui in Israele?

Ritengo di sì, e in diversi ambiti. La società avrà altre priorità. Dopo quello che è successo molti di coloro che sostenevano l’ipotesi di uno Stato palestinese non lo faranno più. Nessuno poteva immaginare che una eventualità del genere potesse verificarsi. Lo stesso sistema politico israeliano dovrà riqualificarsi nei mesi a venire, insieme al sistema educativo. Dovremo essere molto più realisti e molto meno sognatori a proposito del “nuovo” Medio Oriente, così come lo immaginava Shimon Peres. Non esiste alcun nuovo Medio Oriente, il Medio Oriente è un luogo molto problematico così come lo abbiamo conosciuto nei decenni. Il Medio Oriente, al di là di utopiche proiezioni, delle cosiddette primavere arabe, è rimasto una regione violenta, religiosa, islamica, tribale, è rimasto fondamentalmente lo stesso di settantacinque anni fa quando venimmo attaccati per essere distrutti all’urlo, “Massacrate gli ebrei!”, lo stesso incitamento che si è ascoltato in bocca ai carnefici di Hamas.

Traduzione di Niram Ferretti

 

 

 

 

 

 

 

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