Ebraismo

Benedetto sia Amore

In un mondo di tenebre, con la maledizione dell’odio antiebraico straripante, tossico, assassino, apocalittico-satanico che culmina con l’inversione del genocidio, in una mostruosa accusa diretta a giustificare e preparare una nuova Shoah, la benedizione dell’Amore Ebraico è stata la scelta delle Comunità Ebraiche come tema per la Giornata Europea della Cultura Ebraica (6 settembre). Scelta carica di significato, saggia, controcorrente.

Un’infamia antica ha bollato l’ebraismo come negazione d’amore, religione della vendetta. Filosofi e teologi cristiani hanno di frequente reso marginale, o anche occultato, la fondamentale dimensione dell’amore nella vita, fede, identità ebraica, descrivendole come puro legalismo. L’antisemitismo in atto espande ed estremizza le sue campagne di odio, con l’intensificazione di quei motivi, con la finalità di eliminare l’esistenza del popolo ebraico nella patria ebraica. Invece, AHAVÁ (Amore) è il fondamento, la linfa vitale, l’orizzonte permanente e la speranza dell’esistenza e della civiltà ebraica.

Amore di Dio per il popolo ebraico, nell’elezione; amore del popolo ebraico per Dio. Amore per il prossimo, amore di coppia, amore per la vita contro l’orrida cultura di morte, amore per l’altro nel suo volto, amore per le relazioni pacifiche; amore per il pluralismo dei popoli, fedi, culture, contro ogni totalitarismo. Contro le calunnie, elezione è la fonte di doveri più numerosi e di maggiore responsabilità nei confronti di Dio.

La parola vertiginosa di André Neher, grande maestro, esalta l’amore ebraico:

“L’amore è incondizionato. Non si deve preoccupare dell’ombra. Deve accettare, immediatamente, la luce. ‘Ama Dio!’ (Dt 6,5), ‘Ama il tuo prossimo’ (Lv 19,18). Quali che siano, così come sono. […] L’amore è esigenza assoluta.

E soprattutto l’amore è anche più della ‘santità’. La santità è esigenza d’imitazione. Bisogna agire rispetto al mondo e all’uomo come Dio reagisce rispetto a loro. Dio e l’uomo operano allo stesso compito, ma ciascuno nella propria dimensione. L’amore afferra Dio e l’uomo nella loro dimensione comune. ‘Ama Dio!’, ‘Ama il tuo prossimo’. Tutti e due con lo stesso amore. Il trascendente è l’immanente, l’eterno e il tempo, l’assoluto e il relativo, sono affidati a un solo e identico sentimento nel cuore dell’uomo. Per l’esigenza d’amore, il cuore dell’uomo diviene il cuore d’incontro di Dio e dell’uomo. L’amore è il dialogo di Dio e del mondo con l’uomo.”

(“L’essenza del profetismo”, Marietti 1984)

Per Neher l’amore è una risposta a un appello di Dio. Essenziale nell’amore non è che Dio ami gli uomini:

“La caratteristica dell’amore nella Bibbia è che gli uomini sono chiamati ad amare Dio. È una caratteristica che non si trova in nessun’altra parte. La nozione di Dio amante è arricchita, nella Bibbia, da quella dell’uomo amante. Siamo così ricondotti alla struttura dialogale della b’rit. Tutto si svolge come se Dio rivelasse nella Torah l’esigenza d’amore, perché egli ha bisogno di essere amato. Manca a Dio di essere amato dalla creatura, ed è per questo che conclude l’alleanza. Israele è stato eletto non unicamente perché Dio l’ama, ma perché Dio si aspetta di essere amato da lui.”

Mirabile la visione che ha il maestro della realtà amorosa ebraica. I profeti adottano il tema coniugale con audacia per dire la completezza dell’amore: non un amore effimero, ma sposi e amanti per tutta la vita, che generano figli, dalla biologia all’educazione:

“La terminologia coniugale vuole che questo amore sia sentito come un matrimonio, il che implica, per prima cosa, un incontro sessuale. Raramente la ‘santità’ che la Torah esige è praticata con maggiore coraggio. Vi è, nel simbolismo coniugale, una vigorosa accettazione di tutta la vita sessuale, un inseriment

della sessualità nella servitù metafisica come esempio pregnante di santificazione. Uno stesso termine, ‘yadoa’, designa l’atto di unione dell’uomo e della donna, e la conoscenza di Dio. Si ha così, da parte dei profeti, una definizione del tutto nuova della conoscenza. Essa non ha nulla di una percezione intellettuale, né di un itinerario morale. È immediata, penetrante, piena, ed implica l’essere tutto intero in una rivelazione brusca e totale. È anche una definizione del tutto nuova della ‘storia’, e ciò non più per il solo fatto che la storia è informata dall’Amore, ma perché lo è dall’amore coniugale. La relazione coniugale tra Dio e Israele dà al tempo dell’alleanza un senso nuovo.”

Il patto implica e richiede fedeltà reciproca. Per l’autore, un’alleanza tra gli uomini e Dio è un patto (b’rit) allo stesso titolo di un’alleanza tra uomini. Il suo senso va aldilà della sfera giuridico-morale. Si manifesta una simpatia che va incontro ai voleri divini, che sveglia un’esistenza di infinito presente nell’anima umana, che espande l’alleanza divina con risorse normalmente sconosciute, sempre rinnovate, dell’azione umana.

Esiste un libro straordinario sull’amore nell’ebraismo, sottratto ai pregiudizi e alle pretese dell’universalismo dell’amore cristiano e restituito alla sua verità, tanto misconosciuta quanto luminosa e feconda: “L’amore nell’ebraismo. Filosofia e spiritualità ebraiche” (Giuntina 2021) di Catherine Chalier, filosofa e interprete originale di Emmanuelle Levinas. Riconsidera la diversità di concezione sull’amore tra Ebrei e Cristiani, e di alcuni luoghi comuni che persistono. Scrive Chalier:

“L’amore di Dio si rifugia tutto intero nel sé nudo delle persone, un sé liberato dal peso delle gratificazioni che si aspetta per sé stesso, poiché divenuto un ‘eccomi’ che, a suo rischio e pericolo, risponde dell’altro e gli fa percepire un lampeggiare d’amore di cui non gode per sé stesso, ma che lo attraversa e gli permette di trovare delle risorse per servire l’altro nella sua singolarità di persona unica, non sostituibile.”

Quanti disastri hanno subito gli uomini, secondo Levinas, quando le religioni, per disgrazia, pretendono di obbligare gli essere umani alla sottomissione in nome della loro pretesa conoscenza di ciò che Dio vuole. Secondo il filosofo, nello studio incessante della Torah, colui che vi si dedica:

“è in sintonia con l’Altissimo, che abita nel più segreto della lettera. Restare fedeli allo studio e ai precetti della Torà, anche nell’ambito rituale, è un ‘fervore’, assicura Levinas: ‘tutto accade come se i gesti rituali prolungassero stati d’animo che esprimono, incarnano la loro pienezza interiore, e stanno alla pietà dell’obbedienza come il sorriso alla benevolenza, la stretta di mano all’amicizia, la carezza all’amicizia.’ Ed è tale anche l’eccezionale profondità in cui la Storia Santa si svolge nella coscienza umana.”

Ai perseguitati in preda ai soprusi di nazioni goy senza amore, spesso si pretende da colui che ha patito inaudite sofferenze di consentire a perdonare in nome dell’amore:

“L’asimmetria che nell’opera di Levinas dà alla parola amore, la sua severità, e la sottrae ai molteplici usi con cui viene sprecata e utilizzata in maniera ipocrita, riconosce sè stessa in questa pretesa? Non è sicuro, e senza dubbio vi è una pietra d’inciampo per la follia dell’amore invocata dall’apostolo Paolo. Follia che darebbe la forza di perdonare poiché, secondo l’interpretazione di Levinas, il peccato, o la ferita, in questo caso sarebbe convertito in oltraggio a Dio, e di conseguenza cancellabile in una società d’amore in cui l’io, padrone delle sue intenzioni, si contenta del perdono.”

Ma il peccato ha coinvolto una molteplicità di terzi che resta fuori dallo sguardo dell’amore, che perora la causa del perdono di colui che ha commesso il peccato:

“Ora il risarcimento per i terzi, risarcimento moralmente indispensabile, passa attraverso la giustizia e non attraverso l’amore. ‘La legge prevale sulla carità’ conclude allora Levinas, con una formula che la lettera del testo paolino avrebbe rifiutato. O ancora, bisogna ‘udire, gridare giustizia nel lamento che grida miseria’ e, per questo – chesed (benevolenza, misericordia) non basta – appellarsi a un Dio di puro amore non sostituisce la necessità dell’istituzione di tribunali di giustizia.”

Diversità radicale tra la concezione ebraica dell’amore e un preteso, ipocrita amore universale. Infatti:

“In un mondo in cui Dio sembra assente, ma in cui molte persone non si stancano di attuare misfatti in Suo Nome […] Il perdono pronunciato in Suo nome non è un baluardo contro l’odio, che persiste sordamente aspettando la sua ora in coloro che sono stati costretti alla riconciliazione senza giustizia, aprendo la strada a un confronto terribile tra coloro che credono alla sofferenza redentrice e coloro che si proclamano amori dell’odio e della violenza redentrice.”

Non c’è amore autentico senza la condanna dell’odio e della violenza della sopraffazione. Chalier, sulla lezione levinasiana, scrive in modo esplicito:

“Per allentare la stretta dell’odio, della rabbia, o della disperazione, perfino della follia, il perdono in nome dell’amore non basta. […] È necessario non cedere alle pressioni dell’amore quando si dissocia dalla giustizia, al punto di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Nell’ebraismo Dio non chiede mai questo, il che non significa che il Suo amore sia minore di quello esaltato dal cristianesimo, ma che non si esercita direttamente senza passare attraverso l’assenso degli offesi a perdonare, e senza lasciare che le istituzioni di giustizia esercitino il loro compito.”

L’amore per la giustizia è parte integrante e insostituibile della visione ebraica dell’amore: “Ma perché l’amore emerga nel cuore umano e che si perdoni, è necessario che il colpevole riconosca il suo torto e chieda perdono. Nel caso contrario, il perdono non avrebbe senso. Perdonare chi non si pente minimamente è lasciare aperta la porta a nuovi misfatti.”

Chiarezza che fa comprendere la diversità radicale tra colpevoli e innocenti, tra pentimento e cambiamento di condotta, tra carnefici e vittime, aggressori e difensori, giusti e malvagi.

***

Le Comunità Ebraiche in Italia hanno organizzato varie iniziative sul tema scelto. Ottime, interessanti, qualcuna banalizzante. La comunità di Napoli ha affidato la recitazione del Shir Hasshirìm ( Cantico dei Cantici) in una traduzione in dialetto napoletano a Raìz, noto cantante convertito all’ebraismo. Molto bene per la sua professionalità nel canto e nella recitazione. Problematica invece la sua forte ambiguità nella risposta ad attacchi feroci ricevuti da suoi “amici” dei centri sociali e dell’organizzazione convenzionalmente definita “propal”, in realtà schiava di Hamas e ayatollah e fautrice di nuovi 7 ottobre.

Raìz è stato sempre attaccato con durezza malvagia dal suo stesso pubblico musicale e ambiente di provenienza per la sua conversione all’ebraismo, quella che Il Fatto Quotidiano chiama “la colonna sonora degli antagonisti”. Un ambiente che lo condanna per il suo “equilibrismo”, e che ritiene la difesa dei propal da parte di Raìz “pura convenienza”. Anzi, lo condannano perché non ha mai condannato il “genocidio di Gaza”. Quando, in uno dei suoi concerti, ha indossato una t-shirt dei Culture Club, lo storico gruppo di Boy George, è stato accusato di solidarietà “sionista” verso il cantante inglese che aveva pubblicato la canzone “We Will Dance Again”, dedicata alle vittime del Nova Festival trucidate da Hamas il 7 ottobre 2023.

Raìz denuncia che in rete circolano diverse “minacce velate o chiare alla mia persona, a chi mi sta vicino, addirittura augurano la morte ai miei figli e nipoti”. Sulla nota, disumana infamia del razzismo antiebraico esprimiamo la nostra solidarietà a Raìz.

Ma quando dichiara di “non avere contiguità politica con l’accolita di razzisti fanatici religiosi che comanda oggi in Israele” osserviamo che non si tratta di una critica legittima, ma di un atteggiamento fortemente condizionato dalla demonizzazione di Iran, Hamas, Erdogan e accoliti. Raìz inoltre dichiara: “Sono da sempre pro-Stato palestinese, per il ritiro degli insediamenti illegali in West Bank, contro il governo Netanyahu, contro il terrorismo dei coloni nei territori.” Si tratta di una netta subordinazione alla guerra psicologica del terrore antiebraico.

Si potrebbe applicare anche in questo caso l’efficace critica che Rav Riccardo Di Segni ha rivolto a Gad Lerner nel libro edito da Feltrinelli, di cui sono co-autori: “Questo mettersi in mostra come ebrei per segnalare che si è ebrei buoni a differenza degli altri che non lo sono suona come una dissociazione. Sembra il prezzo da pagare per essere accolti da qualche parte, una captatio benevolentiae. C’è differenza tra essere buoni ebrei ed ebrei buoni.”

***

Vacillano e cadono i confini tra odio e amore, il mare nero di un odio mortale e genocida inonda i territori dell’amore. L’amore ebraico resiste, e si afferma luminoso: amore per la libertà, per la dignità dell’uomo, che non annega in un preteso ipocrita amore universale che si proclama per tutti e non vale per nessuno. Contro gli imperialismi religiosi e ideologici dell’evangelizzazione e della conversione forzata islamica, l’amore ebraico Dio-uomo e orizzontale tra gli uomini, vive nella sua singolarità-esclusività (segullah), respinge gli universalismi dell’uniformità, di un’astratta indifferenziata “umanità”, e vive la sua identità nel pluralismo del mondo.

Torna Su