Negli Stati Uniti, il sindaco musulmano di New York, Zohran Mamdani, ha scelto di commemorare il terzo anniversario delle atrocità del 7 ottobre accusando Israele di genocidio per essersi difeso da un genocidio.
Profanare una giornata di lutto e trauma provocando gli ebrei riguardo alla loro stessa condizione di vittime implica una dose di sadismo, tratto distintivo dei fanatici islamici.
Mamdani ha poi aggiunto altre falsità tratte dal repertorio di chi auspica la distruzione di Israele, inclusa la menzogna secondo cui Israele avrebbe commesso crimini di guerra finanziati dai contribuenti americani. Gli unici attacchi genocidi e crimini di guerra in Medio Oriente sono stati perpetrati dagli “spiriti affini” di Mamdani: Hamas e l’Iran.
In Gran Bretagna, il Partito Verde ha approvato una mozione durante il suo congresso annuale equiparando il sionismo al razzismo e negando agli ebrei, e solo a loro, il diritto all’autodeterminazione nella propria terra ancestrale.
Sostenendo che Israele debba essere sostituito da uno Stato palestinese “dal fiume al mare” e che gli arabi palestinesi debbano opporsi all’occupazione militare “con tutti i mezzi disponibili previsti dal diritto internazionale” – espressione interpretata nei documenti correlati come sostegno alla “lotta violenta” – il partito si è reso complice di Hamas.
Peggio ancora: rifiutando di offrire protezione da tale “lotta violenta” ai membri dei Verdi affiliati a sinagoghe o organizzazioni ebraiche “sioniste”, il partito ha esplicitamente trasformato gli ebrei britannici in bersagli.
Di conseguenza, i Verdi e il loro leader ebreo, Zack Polanski, sono stati duramente criticati. Persino Sandy Ruthven, presidente della sezione britannica di Amnesty International – organizzazione nota per la sua demonizzazione di Israele – ha annunciato le proprie dimissioni dal Partito Verde, motivandole con quella che ha definito l’incapacità del partito di “affrontare i pregiudizi” e con la sua ricerca del consenso della “sinistra radicale”.
È facile condannare Mamdani e Polanski, dato il carattere oltraggioso del loro estremismo. Tuttavia, il pericolo è che ciò finisca per oscurare la natura aberrante di quello che viene considerato il pensiero dominante.
Ciò che Mamdani e i Verdi stanno facendo, infatti, è semplicemente portare alle estreme conseguenze logiche quel modo di pensare che ha ormai contagiato l’intero mondo progressista. Si tratta della convinzione che diffamare Israele e il sionismo sia lecito, poiché l’antisionismo è cosa ben diversa dall’antisemitismo.
Odiare gli ebrei in quanto tali è considerato riprovevole, trattandosi di ciò che “fece Hitler”. Al contrario, odiare Israele e il sionismo è ritenuto accettabile, in quanto si presume che si tratti di questioni puramente politiche.
Questa visione superficiale è ormai diffusa anche all’interno della sinistra ebraica. Alcuni dei suoi esponenti sostengono inoltre che l’unico modo per restare fedeli all’etica ebraica sia dissociare l’ebraismo dal sionismo, poiché quest’ultimo si fonderebbe sull’oppressione dei palestinesi. È proprio questa la posizione di Polanski. Egli ritiene che equiparare il sionismo al razzismo e accusare Israele di genocidio costituisca una scelta morale, e che sia dunque assurdo definire tutto ciò antisemitismo.
È il secondo politico ebreo di alto profilo in Gran Bretagna a prendere di mira Israele con menzogne diffamatorie, giustificandole come coerenti con l’etica ebraica. Anche Ed Miliband ha agito allo stesso modo, lanciando accuse deliranti contro Israele per “terrorismo dei coloni”, “pulizia etnica” degli arabi in Cisgiordania e crimini di guerra. Non solo entrambi sono ebrei, ma hanno fatto ricorso ad altri ebrei antisionisti e a israeliani di estrema sinistra per avvalorare queste falsità aberranti.
Quando, nel 2013, l’avvocato israeliano radicale Daniel Seidemann fu ferito da una pietra lanciata da un arabo a Gerusalemme Est, dichiarò di essere stato colpito in testa in quanto “occupante” e affermò che “finché esisterà l’occupazione, episodi del genere continueranno ad accadere”. Alla fine del mese scorso, Seidemann si è vantato su X di avere fornito consulenza a Miliband, nel 2014, in merito ai piani di espansione degli insediamenti ebraici nel corridoio E1, tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim.
Commentando le dichiarazioni diffamatorie di Miliband su Israele alla Camera dei Comuni, Seidemann ha affermato: “Sapevo che sarebbe stato bravo. Non avrei mai immaginato che lo sarebbe stato così tanto”. Un nuovo libro del giornalista Benjamin Kerstein, Jews of Privilege: Elites, Anti–Zionists and Our Secret Civil War, svela gli enormi danni arrecati al popolo ebraico da quegli ebrei che fanno da scudo ai nemici mortali di Israele, sia a sinistra che nel mondo islamico. L’odierno tsunami di antisemitismo, scrive l’autore, si fonda in larga misura sul sostegno di una minuscola minoranza di ebrei americani, posti in prima linea come parte di una strategia deliberata.
Questo movimento ha trasformato tali ebrei – veri e propri esponenti di una “quinta colonna” – in icone. Tra loro figurano politici come il senatore Bernie Sanders (Indipendente del Vermont); opinionisti come il giornalista Peter Beinart; figure politiche come l’ex consigliere per la politica estera dell’amministrazione Obama, Ben Rhodes, e il fondatore di J Street, Jeremy Ben-Ami; gruppi di attivisti di sinistra come IfNotNow e Jewish Voice for Peace; esponenti di spicco di organizzazioni non governative come l’ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, Kenneth Roth; e altri ancora.
Kerstein definisce tali individui, che godono di uno status sociale, economico, culturale o politico elevato, “ebrei privilegiati”. Questi ebrei, scrive, hanno sempre nutrito una forte avversione – e spesso odio – verso il sionismo, temendone il potenziale impatto sulle loro possibilità di assimilazione e sulla salvaguardia dei propri privilegi, e hanno avvertito scarsa o alcuna solidarietà nei confronti degli altri ebrei.È gratificante vedere come Kerstein ridicolizzi tali individui. Cita il giornalista Ezra Klein mentre dipinge il fanatico musulmano Mamdani come un esponente del liberalismo «profondo, seppur banale».
Klein, scrive Kerstein, ha fatto propria la convinzione ultima degli “Ebrei del privilegio”: che solo la condizione di minoranza sia morale, che solo l’assenza di potere rappresenti una redenzione e che la democrazia multietnica garantisca la sicurezza degli ebrei della Diaspora.
Tuttavia, è evidente che gli ultimi tre anni nel nirvana multietnico occidentale di Klein si sono rivelati un incubo per gli ebrei della Diaspora. Come osserva causticamente Kerstein, gli “Ebrei del privilegio” stanno affrontando un collasso demografico, mentre gli ebrei del sionismo prosperano in uno Stato che ha dimostrato di essere “straordinariamente resiliente e di successo”.
La testimonianza di Kerstein è tanto più incisiva in quanto egli stesso, in origine, condivideva queste posizioni antisioniste. Pur non provenendo da un ambiente privilegiato, si sentiva estraneo alla propria identità ebraica e, da adolescente, riteneva che Israele non avesse alcun diritto di esistere. Gran parte del libro racconta il percorso interiore che lo ha portato a trasferirsi in Israele, a scoprire la complessità del Medio Oriente e a ritrovare se stesso come ebreo.
Del resto, la natura dell’ebraismo è forse l’elemento più significativo e meno compreso dell’antisionismo. Gli ebrei antisionisti cercano di scindere il sionismo dall’ebraismo per sostenere quelli che definiscono “valori ebraici”; in realtà, però, stanno colpendo proprio quei valori con una palla da demolizione.
L’ebraismo, infatti, nasce dalla fusione di tre elementi: la religione, il popolo e la terra. Secondo l’ebraismo, al popolo ebraico è stata affidata una missione divina: fondare una società specifica a “Sion”, ovvero nella terra d’Israele. Sebbene gli ebrei non siano tenuti a dimostrare la propria identità ebraica attraverso l’osservanza religiosa, la residenza in Israele o persino il semplice sostegno allo Stato, separare la terra dall’ebraismo significa smembrarlo. L’antisionismo è un attacco all’ebraismo stesso.
Gli ebrei antisionisti tentano di reinterpretare i valori ebraici — il complesso di principi più particolaristico al mondo — in chiave universalistica. Ciò privilegia inevitabilmente i valori e gli interessi dei non ebrei rispetto a quelli degli ebrei. Questo accade perché, scrive Kerstein, gli ebrei antisionisti hanno stabilito che è impossibile che il mondo non ebraico – “vasto e benevolo” – abbia torto e che gli ebrei abbiano ragione. E la conseguenza di tale atteggiamento è la convinzione che Israele debba essere smantellato e che agli arabi palestinesi debba essere concesso il dominio su tutti gli altri.
Kerstein ha reso un servizio fondamentale chiamando queste persone a rispondere delle proprie azioni. I leader della comunità ebraica si rifiutano di farlo perché terrorizzati dalla disunione e dal timore di lavare i panni sporchi in pubblico.Per quanto ciò sia spiacevole, c’è di peggio. Stiamo vivendo un’emergenza culturale senza precedenti per gli ebrei e per l’Occidente in cui essi vivono.
Se da un lato è fondamentale non perdere di vista la battaglia contro coloro che mirano a distruggere il popolo ebraico, dall’altro è di una sconsideratezza suicida chiudere un occhio di fronte a quegli ebrei che, nella loro abissale ignoranza e nella loro patologica confusione – o peggio – riguardo alla propria identità ebraica, li stanno aiutando a perseguire il loro obiettivo infernale.
Traduzione a cura della redazione