L’ebraismo italiano ha generato una figura politica tragicomica: Emanuele Fiano. L’ex deputato del Partito Democratico ha edificato un’intera carriera sulla denuncia del «pericolo fascista» incarnato dai busti di Mussolini a Predappio; eppure oggi, mentre la sua parte politica assume posizioni sfacciatamente antiebraiche e tirannofile — per non parlare dei metodi squadristi adottati dall’ottobre del 2023 contro studenti, docenti e giornalisti rei di essere «complici» dei presunti «crimini» del sionismo — Fiano non solo si limita ad abbozzare, ma continua pervicacemente a evocare lo spauracchio del «fascismo».
Mesi fa, contestato da un manipolo di attivisti del «Fronte della Gioventù Comunista» presso l’Università Ca’ Foscari, Fiano ha sentenziato: «Impedire a una persona di parlare è fascismo». È quasi paradossale: persino quando a metterlo alla gogna sono i filopalestinesi più «rossi», l’ex deputato non riesce a vedere altro che le camicie nere. In effetti, a ben guardare, è assai più comodo combattere un fascismo folkloristico che prendere atto della natura totalitaria della sinistra «rivoluzionaria» o «radicale», speculare al fascismo, con cui condivide l’odio viscerale per la civiltà liberale e per la cosiddetta «plutocrazia giudaica».
Il 25 aprile scorso, mentre a Fiano e agli altri manifestanti sotto le insegne della Brigata Ebraica veniva urlato «siete solo saponette mancate», il segretario nazionale del PD, Elly Schlein, marciava — non ancora col passo dell’oca, per carità — al fianco di Bonelli e Fratoianni, esibendo il vessillo della «Palestina»: il simbolo di una popolazione che, in larga maggioranza, ha approvato le atrocità del 7 ottobre.
Fiano rappresenta l’epitome della cecità ideologica della cosiddetta «Sinistra per Israele», ovvero di quel gruppo che fino a ieri ha colpevolmente sottovalutato la portata e l’intensità della giudeofobia «progressista».
Esiste oggi un’incompatibilità di fondo tra l’essere sionisti e il militare nei ranghi della sinistra (ma non solo: si guardi bene le spalle Ester Mieli, senatrice di Fratelli d’Italia, che corre il serio rischio di diventare la versione «di destra» di Fiano).
Questo fatto è reso evidente dalla decisione di Fabiana Di Segni, consigliera del Municipio XI di Roma, che ha lasciato il Partito Democratico a causa del clima antiebraico. «Era diventato insostenibile — ha dichiarato a Il Riformista — perché dentro il PD, su questi temi, si è progressivamente consumata una rottura politica e morale. Per due anni ho visto crescere un clima in cui l’antisemitismo non veniva affrontato come una questione democratica decisiva, ma veniva aggirato, ridotto e relativizzato».
In nome della dignità e della chiarezza morale, Fiano dovrebbe trarre le dovute conclusioni e lasciare il PD, così come Daniele Nahum dovrebbe abbandonare Azione (visto che le posizioni di Carlo Calenda su Israele appaiono ormai indistinguibili da quelle di Francesca Albanese). Ma siamo certi che ciò non accadrà.