Propalestinismo

Discesa libera

L’aberrante discesa nell’antisemitismo sempre più esibito, non solo non si arresta, ma prosegue inarrestabile. Gli esempi sono talmente tanti che ormai c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Non è nemmeno più richiesto celare l’avversione per gli ebrei con la sottile foglia dell’antisionismo, anche se è pur sempre l’espediente maggiormente in voga. Il popolo deicida, oggi è genocida, anche se, soprattutto, si tratta della sua specifica porzione israeliana, salvo gli ebrei “dalla parte giusta della storia”, ovvero quelli solidali con Hamas.

In un contesto in cui Naza ha preso il posto di quelle che furono le condanne preconciliari dei Padri della Chiesa, ogni cosa trova il proprio posto. E così si arriva a Samuele Lodi, neo Segretario della Fiom-Cigil che, alla sua elezione, indossa una sciarpa di Hamas inneggiante all’eccidio del 7 ottobre. Lui, il Lodi, l’ha indossata senza conoscerne il significato.

La scusa dell’inconsapevolezza linguistica è, se possibile, ancora più oscena del gesto stesso. Sostenere di avere indossato una kefiah con la scritta “Diluvio di Al-Aqsa” senza conoscerne il significato non è solo un insulto all’intelligenza, ma rivela quell’automatismo ideologico pavloviano il quale ha ormai trasformato il palestinismo in una fede cieca e incontestabile fondata su una alleanza strutturale con il fascismo islamico in nome di un terzomondismo d’accatto e di un comune sentimento anti-occidentale.

L’estetica del militante si sovrappone così alla realtà storica. Si indossa la kefiah come se fosse un accessorio di moda progressista, ignorando deliberatamente che sotto quel feticcio si nasconde un’ideologia teocratica, totalitaria e barbarica, la cui priorità non è la nascita di uno Stato, ma l’annientamento di un altro.

Il dramma vero di questo ultimo episodio non risiede solo nella singola figura miserevole del sindacalista, ma nella cecità etica di un intero apparato che non solo non distingue più i carnefici dalle vittime, ma ha trasformato in modo abietto i carnefici in vittime e le vittime in carnefici.

Quando la retorica dei diritti dei lavoratori si sposa con i simboli del jihadismo, il cortocircuito è totale. Si può solo restare in attesa della prossima performance, con la certezza che avrà luogo presto, e che, con molta probabilità, supererà la precedente.

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