Editoriali

L’auto-taumaturgo

Era già scritto, secondo le profezie degli auguri dell’intelligenzia progressista esterna e interna a Israele, che l’era di Benjamin Netanyahu fosse giunta al tramonto. Litania stantia e sempre smentita. La rimonta del leader del Likud e la vittoria del blocco di destra ribaltano i pronostici e confermano una preferenza per il realismo geopolitico rispetto al wishful thinking dei salottini televisivi italiani, dove si assiste perennemente alla messa in scena dell’allestimento “destra impresentabile e fascista”.

Per mesi, le cancellerie europee, le soubrette del giornalismo “illuminato” e i palazzi della burocrazia europea hanno cullato il pio desiderio di una punizione esemplare. Hanno scambiato i loro auspici morali per categorie sociologiche, convinti che l’elettorato israeliano, provato da anni di scontro esistenziale, avrebbe infine capitolato di fronte alle formule astratte della diplomazia corretta e della demonizzazione di Neanyahu.

Israele ha risposto nel solo modo in cui una democrazia perennemente sotto assedio sa rispondere: con la crudezza del principio di realtà. Il voto non ha premiato l’utopia, ma la postura di chi ha saputo tenere botta da consumato e spregiudicato politikòn zôon in questi ultimi tre anni fatti di rumore, sangue e furia.

Mentre in Europa ci si diletta verbalmente con esercizi di glossolalia sulle convergenze parallele e le concessioni suicidarie che Israele dovrebbe praticare, l’elettorato israeliano ha compreso che la sopravvivenza non si baratta con il plauso effimero di una comunità internazionale che sempre di più vorrebbe trasformare lo Stato ebraico secondo i propri dettami, ovvero ridurlo all’impotenza.

La resilienza politica di “Bibi”, a questo punto, una facoltà quasi auto-taumaturgica, non è il frutto di un ipnotismo demagogico, come amano ripetere i suoi detrattori incapaci di coglierne la caratura machiavellica, bensì l’espressione di un legame profondo con il nucleo identitario e securitario del Paese. È la certificazione del fallimento di un’alternativa percepita come troppo incline a compiacere lo sguardo censorio dell’esterno.

Resta inteso che la frammentazione parlamentare e le complessità intrinseche alla Knesset imporranno i consueti, e si spera non estenuanti mercanteggiamenti coalizionali. Ma il dato politico primario è scolpito nei numeri: l’illusione di una svolta israeliana progressista e auspicabilmente post-identitaria rimane, appunto, l’ennesimo miraggio proiettato da chi preferisce le proprie fantasie al dipanarsi effettivo degli eventi.

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