Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Perché “Naza” ha successo

In un suo recente interveto su Facebook a proposito di “Naza”, David Pacifici ha scritto: “Quando la fiction viene recepita come documento, la costruzione narrativa come prova e l’assenza di contraddittorio come irrilevante, il problema non è più la propaganda. È il collasso della cultura Occidentale”.

Si tratta di una osservazione decisiva che merita un approfondimento.

Uno dei fondamenti della cultura occidentale, dai pensatori greci ad oggi, è il pensiero critico, ovvero la messa in discussione di ogni assunto, di ogni determinazione fattuale e concettuale data per scontata, fino agli esiti più estremi, radicali, fino alla messa in mora della struttura stessa della ratio, come avviene in Nietzsche.

Nel momento stesso in cui questo presupposto viene accantonato o rimosso, si entra in un territorio il cui dominio è garantito solo dall’ipse dixit, dal dogma, da ciò ciò che viene asseverato autoritariamente.

“Naza” la cui accoglienza è stata immediata e sostanzialmente incondizionata è un perfetto esempio di un prodotto concepito in questo territorio, ne è la sua espressione piena e più compiuta.

Per tornare sempre a ciò che ha scritto Pacifici, il dato più preoccupante è che la sua accoglienza acritica, “Avvenga proprio nel ceto che dovrebbe esercitare il dubbio, distinguere rappresentazione e realtà, interrogare le fonti e smontare i meccanismi retorici”,  concludendo che questo fenomeno “dice qualcosa di molto poco rassicurante sul livello attuale degli intellettuali”.

Ci dice infatti che una parte sostanziale della loro rappresentanza è oggettivamente parte integrante se non sostanziale del consenso, ovvero del fenomeno di omologazione e accettazione diffusa in base al quale, nello specifico, Israele è uno Stato criminale, anzi è, per eccellenza lo Stato criminale e, di conseguenza, lo sono gli israeliani (beninteso, con la lodevole eccezione di quelli che, come gli autori di Gaza, hanno il “coraggio” di affermarlo).

Questo consenso è la ragione per la quale a un prodotto di bassa cucina propagandistica come “Naza” viene tributato a fine proiezione durante il più prestigioso festival del cinema italiano, un applauso di ventiquattro minuti.

Senza questo consenso, senza la diffusa e ormai trasversale persuasione che Israele abbia compiuto a Gaza un genocidio, quel tributo non sarebbe possibile, anzi, sarebbe impossibile. Un intellettuale degno di questa qualifica si alzerebbe dalla poltroncina dalla quale sta guardandolo e abbandonerebbe la sala dopo una ventina di minuti, non in quanto filo-israeliano ma semplicemente perché riconoscerebbe all’istante cosa sta guardando, un film costruito interamente su una tesi indimostrabile, fondato interamente su testimonianze anonime, e completamente al riparo da un principio cardine del pensiero critico, la possibilità di verificare la veridicità di una affermazione, in questo caso di una accusa.

Questa accusa indimostrata, che per reggere contro ogni critica dovrebbe essere sostanzialmente inattaccabile sulla base di precisi riscontri fattuali, viene accolta acriticamente come una verità accertata. Il consenso funziona infatti, in questo modo, aprioristicamente. Così, nei secoli, la colpevolezza degli ebrei, in quanto ebrei, di qualsiasi misfatto venissero accusati, veniva immediatamente assimilata da una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica, come vera a prescindere. Chi poteva mettere in discussione che gli uccisori di Dio non fossero capaci di ogni nefandezza?

Oggi che l’accusa di deicidio è rimasta confinata ai circoli più integralisti del cristianesimo, (anche se durante la guerra a Gaza la Chiesa cattolica non ha lesinato di riproporre stereotipi antigiudaci), l’accusa di genocidio ne è diventata il sostituto. E’ perfetta per la nostra società laica, secolarizzata, riassume perfettamente la natura e l’eccedenza dell’antico stigma. Quale è, infatti, il crimine peggiore di cui può essere accusato un popolo, un Paese in questo caso? l’avere commesso un genocidio.

Il consenso che permette a “Naza” di farsi largo, di imporsi come fonte di verità, è, nella sua essenza, un consenso antisemita, come lo è stato per circa duemila anni il consenso sul deicidio, con due vantaggi di cui l’accusa di deicidio non godeva: il primo è che si può sostenere che demonizzare Israele e gli israeliani non significa demonizzare gli ebrei in quanto tali, il secondo è che si può affermare che gli autori di queste accuse sono ebrei ( la differenziazione speciosa tra “ebrei” e “israeliani” viene usata in questo senso capovolgendola strumentalmente, gli israeliani diventano ebrei quando è opportuno che lo siano).

E’ il consenso sulla colpevolezza di Israele la grave e patologica condizione socio-culturale di cui siamo testimoni e senza la quale un prodotto infimo come “Naza” verrebbe liquidato subito per quello che è invece di essere applaudito, lodato e premiato.

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