Editoriali

L’antisemitismo non più disonorevole

Dopo la Shoah, tornare a dire certe cose sulla malvagità degli ebrei («il cattivo sangue», per usare un’amara espressione di Bergoglio) e del loro Dio, sembrava impossibile. Hitler, come notava giustamente Bernanos, aveva «disonorato» l’antisemitismo. Ma questo disonore è durato veramente poco, l’espace d’un matin, direbbero i francesi.

Dall’inizio della reazione israeliana all’eccidio del 7 ottobre, quello che Francesca Albanese considera un «atto di resistenza», gli ultimi argini sono crollati e con essi anche gli ultimi pudori: l’antisemitismo è tornato a essere moneta corrente, sebbene nelle vesti della rispettabilità «antirazzista» e «umanitaria».

Il recente articolo del teologo Vito Mancuso, intitolato I due volti del fanatismo religioso. Nazi-sionisti e nazi-islamisti, è un esempio lampante di quella che Taguieff chiama «giudeomisia», ossia l’odio al calor bianco per gli ebrei in nome di valori presuntivamente «umanistici» e aspirazioni «universaliste». Nel caso di Mancuso, la giudeomisia si innesta sulla sua deplorevole lettura marcionita dell’ebraismo. Ma il più televisivo dei teologici non è una sprovveduto, sa bene di muoversi su un terreno sdrucciolevole, dunque, a differenza di Marcione, non condanna l’ebraismo tout court, ma solo quello che lui chiama il suo «lato oscuro»: l’israelismo, ovvero l’elemento nazionale insito nella religione ebraica.

Esisterebbero, dunque, un «ebraismo cattivo», nazionale e identitario, e un «ebraismo buono» perché universale e assolutamente «spirituale» − come questa spiritualità possa essere dissociata dalla storia particolare del popolo ebraico, ovviamente, non viene detto, probabilmente non lo sa nemmeno Mancuso − proprio come esistono degli ebrei «buoni», quelli antisionisti, mercuriani, che non hanno esercitato il loro diritto al ritorno, e degli ebrei «cattivi», i sionisti, che hanno eretto uno Stato nella loro terra d’origine − rivendicare una «terra» e avere una «origine» sono, per Mancuso, due colpe capitali.

Nel suo articolo risuona l’eco della condanna che Paolo di Tarso pronunciò contro l’ebreo «secondo la carne», chiuso nel suo particolarismo e nel suo egoismo nazionale, infatuato di se stesso e sordo a ogni richiamo di umana fratellanza. Un discorso che si inscrive alla perfezione nell’attuale «decostruzione» penitenziale dello Stato-nazione, come di ogni identità e tradizione.

E fin qui, non ci sarebbe nulla di diverso dalle consuete dabbenaggini che si leggono su La Stampa e altrove, se non fosse che Mancuso si spinge più in là. Per lui, infatti, l’israelismo − ossia l’ebraismo, dato che la distinzione operata dal teologo è decisamente fallace − è la matrice di ogni genocidio, di ogni «pulizia etnica», nonché degli sterminatori per antonomasia: i nazisti, come ci dimostra l’uso del termine «nazi-sionisti».

Fondata su una lettura destoricizzata della Bibbia ebraica, in particolare del Deuteronomio nell’articolo in questione, questa «ebraizzazione» del nazismo, procede di pari passo con la «nazificazione» di Israele. Al tempo della Seconda Intifada, intellettuali come Sepúlveda, Breytenbach, Saramago, hanno condannato il «razzista» e «violento» monoteismo ebraico. Secondo questi scrittori, a cui dobbiamo ora aggiungere il teologo Mancuso, le presunte politiche «genocidarie» di Israele sono riconducibili allo stesso ebraismo, che altro non sarebbe che il nazismo dell’antichità.

Se «Morte all’ebreo», per ora, rimane ancora uno slogan ritenuto deplorevole, su «morte ai nazi-sionisti con la kippah» si è pronti a discutere, tanti lo ritengo già accettabile, ovviamente per il Bene dell’umanità. L’odio per l’ebreo parla la lingua della filantropia. Il lupo si traveste da agnello per entrare nel gregge. La benevola teologia di Mancuso ci conduce, con la coscienza pulita, all’israelicidio.

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