Nel suo capolavoro La montagna incantata Thomas Mann mette in scena la figura dell’«orribile» Leo Naphta, un fanatico gesuita che nel corso di numerose discussioni si rivela filocomunista. Infatti, sebbene parli il linguaggio del cattolicesimo ultrareazionario, il suo odio per la società borghese, il libero scambio, le libertà individuali, lo pone in perfetta concordanza col movimento comunista. «Il proletariato ha ripreso l’opera di Gregorio, con la stessa passione religiosa, e come lui non potrà non macchiarsi le mani di sangue. Compito suo è il terrore per la salvezza del mondo», afferma Naphta in un dibattito coll’umanista liberale Settembrini. Mann aveva capito che il millenarismo marxista aveva ormai preso il posto dell’escatologia cristiana, con l’obiettivo d’inverarne la promessa palingenetica e di restaurare una perfetta comunità religiosa, benché tutta immanente. Il grande scrittore tracciava il ritratto del reazionario sedotto dal rivoluzionario.
Oggi, nell’intesa tra Islam politico e sinistra radicale, assistiamo al movimento inverso: quello del rivoluzionario affascinato dal militante islamista, ossia da colui che vorrebbe far trionfare la legge coranica su tutta la terra. L’attuale sinistra che si definisce «antisistema» o «consapevole» («woke»), non diversamente da Leo Naphta, ha denunciato come «satanica» la modernità occidentale, ma a differenza del personaggio di Mann non può più contare su alcun proletariato internazionale che ponga fine alla «corruzione borghese-capitalista».
L’Islam, invece, soprattutto nella sua dimensione militante e fondamentalista, appare ai loro occhi come l’unica forza in grado di sfidare efficacemente l’Occidente liberale. È chiaro che l’avversione rivoluzionaria-progressista e quella islamista scaturiscono da motivi differenti: il rivoluzionario-progressista odia il capitalismo in quanto produttore di disuguaglianze economiche, il radicalizzato islamico perché generatore di «corruzione morale e religiosa»; il primo odia Israele perché lo ritiene uno «Stato colonialista», il secondo perché considera abominevole una sovranità non-musulmana in una terra rivendicata come islamica.
A differenza di quanto avvenuto tra i reazionari cattolici e i rivoluzionari comunisti, che non hanno mai stretto alcuna alleanza nonostante le affinità intellettuali rilevate da Mann, l’islamismo ha imparato a parlare un linguaggio «anticolonialista» e «antirazzista» per conquistarsi il supporto della sinistra europea. Quest’ultima, dal canto suo, si è fatta ammaliare dall’Islam come «religione degli oppressi», passando dalla tolleranza verso le usanze islamiche (a cominciare dal velo) alla legittimazione politica delle azioni violente commesse in nome di Allah, fino alla conversione all’Islam.
La compiacenza che una consistente porzione della sinistra europea manifesta verso i teppisti che, nelle ultime settimane, hanno messo a ferro e fuoco diverse città italiane e francesi discende proprio da questa fascinazione. I «barbari» delle metropoli e delle loro periferie non vengono giustificati soltanto perché giovani o perché saccheggiano i negozi di marchi multimilionari, ma soprattutto perché figli e nipoti di immigrati islamici.
Tra questi «nuovi italiani», come ama definirli la neolingua del giornalismo progressista, vi è anche Youssef Siher, accusato di essere la «mente» del cosiddetto Movimento 17 ottobre. La sua biografia, che si colloca all’incrocio tra islam politico (è stato socio fondatore e primo presidente dell’associazione degli studenti musulmani dell’Università Statale di Milano), attivismo filopalestinese e filorusso (sotto la veste dell’opposizione al riarmo), ossia le due lotte d’avanguardia dell’estrema sinistra in tutto il Vecchio Continente, rivela ancora una volta i legami esistenti tra la galassia del radicalismo islamico e quella dell’antagonismo anarcoide, comunista e genericamente «antifascista». Un’alleanza che, dietro la roboante e strumentale richiesta di «diritti» — parola buttata lì per dare una coloritura «sociale» al puro vandalismo o alla volontà di sovversione violenta dell’ordine —, ha lo scopo di generare il caos e di mantenerlo in vita il più a lungo possibile, e non è da escludere che lo faccia con il concorso di Stati esteri interessati alla destabilizzazione dell’Europa (si pensi al caso della mano russa dietro alcune stelle di David disegnate sui muri di Parigi nei pressi di abitazioni e negozi di ebrei).
A rendere ancora più esplosiva la situazione sono la demonizzazione dell’operato delle forze dell’ordine e l’esecrazione degli interventi repressivi volti a ripristinare l’ordine pubblico, promosse finanche dal presidente della Repubblica, secondo cui «l’autorevolezza non si misura sui manganelli». Ci troviamo nella paradossale situazione in cui reti sovversive di diversa matrice agiscono per minare la stabilità di democrazie liberali in affanno e in crisi di legittimità, godendo della compiacenza e della comprensione di ampi settori di quelle stesse democrazie (accademie, partiti, sindacati, giornali…).
Un contesto weimariano che non promette nulla di buono.