L’articolo di Youssef Siher, https://www.linformale.eu/il-palestinismo-come-grimaldello-per-la-sovversione/indagato per istigazione a delinquere, apologia di delitti e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (nuovo reato previsto dall’art. 420-bis c.p.) aggravati dall’utilizzo del mezzo informatico è un campione emblematico per due ragioni: rappresenta la quintessenza del disagio intellettuale della sinistra post-marxista occidentale e ci permette di capire come il “palestinismo” sia oggi, più che in passato, il suo vessillo principale residuale.
Smantellata la centralità della classe operaia – che ha preferito il benessere borghese e l’integrazione democratica alla palingenesi rivoluzionaria –, l’orfanezza ideologica dell’intellighenzia (si fa per dire) di sinistra, si rifugia nell’ennesimo feticcio: il subalterno coloniale, elevato a nuovo Messia della storia.
Il testo di Siher non è che la riproposizione, in chiave aggiornata al gergo della Critical Race Theory e del post-colonialismo accademico, del vecchio mito del “buon selvaggio”, oggi travestito da “soggetto rivoluzionario diasporico”.
L’incipit del manifesto svela immediatamente il suo vizio d’origine: una profonda frustrazione dettata dal fallimento storico. L’autore lamenta che la sinistra occidentale sia “intrinsecamente riformista” poiché integrata nel benessere del sistema capitalista.
È l’ammissione del fatto che l’Occidente, con tutti i suoi limiti, ha prodotto società dove il conflitto viene mediato dal diritto, dalle istituzioni e dal benessere democratico, rendendo la “rivoluzione” un reperto archeologico per nostalgici del Secolo Breve.
Ma è sulla questione mediorientale che il testo rivela la sua postura più cinica e, al contempo, mistificatoria. Il passaggio sulla Palestina è illuminante. Si accusa la sinistra occidentale di incapacità nel leggere la “resistenza come fenomeno storicamente situato”, colpevole di applicare “filtri morali, giuridici o culturali”.
Tradotto dal gergo sociologico: l’autore rimprovera a una parte della sinistra di conservare un barlume di dignità liberale nel condannare l’orrore del terrorismo jihadista, del fondamentalismo teocratico e del pogrom antisemita. Per l’ideologo post-coloniale, i “filtri morali e giuridici” (cioè i diritti umani universali, la condanna del massacro di civili, lo Stato di diritto) sono ostacoli borghesi che “neutralizzano la portata radicale della lotta”. È la teorizzazione della sospensione dell’etica in nome dell’efficacia rivoluzionaria. La Palestina non è amata per ciò che è o potrebbe essere, ma viene ridotta a mero strumento euristico, uno “specchio” in cui la sinistra proietta le proprie pulsioni di morte e di distruzione dell’ordine democratico e liberale.
L’apice del delirio teorico viene raggiunto quando si profetizza che la rivoluzione sarà “contro l’Occidente” e contro “tutte le sue componenti: strutture, istituzioni, partiti, sindacati”. Siamo all’apologia del nichilismo assoluto. Non si vuole emendare l’Occidente dai suoi errori storici, ma si auspica il crollo della sua “centralità epistemica” e del suo “universalismo astratto”.
L’ironia, suprema e tragica, risiede nel fatto che l’autore utilizza proprio gli strumenti categoriali, la dialettica e il linguaggio filosofico prodotti dall’Occidente per decretarne la fine. Senza l’universalismo occidentale, senza la libertà di espressione garantita dalle sue istituzioni liberali, questo manifesto non potrebbe nemmeno essere concepito, né tantomeno diffuso.
Infine, il testo individua la propria “quinta colonna” all’interno delle metropoli europee e americane: le diaspore dei popoli subalterni. L’autore guarda con malcelato disprezzo a concetti fondamentali come la “cittadinanza”, la “sicurezza” e la “mobilità sociale”, liquidati come trappole di un “riformismo depotenziato” o “assimilazione politica”. Questo è il punto più pericoloso e rivelatore dell’intero impianto: l’integrazione pacifica, il successo economico e l’acquisizione dei diritti civili da parte degli immigrati vengono visti come una sconfitta, perché sottraggono carne da macello alla causa della destabilizzazione permanente. Il manifesto esige che il migrante resti eternamente confinato nel risentimento, prigioniero di una “memoria storica della violenza” da convertire in potenziale esplosivo.
Ciò che viene proposto non è un progetto di emancipazione, ma una ricetta per il suicidio della civiltà borghese, democratica, liberale da sostituire con la sua balcanizzazione.
In questo appello alla “disarticolazione” dell’ordine “imperiale” si cela la solita, vecchia pulsione totalitaria che, non potendo edificare nulla di alternativo – se non il vuoto o la tirannia – come Hamas a Gaza o il regime khomeinista a Teheran, si accontenta di desiderare la distruzione della casa comune che la ospita e la nutre.
Sarebbe un errore tuttavia liquidare questo testo come il prodotto di una mente deragliata, di un esaltato marginale, perché non lo è. Esso è un segno eloquente del contesto nel quale ci troviamo, un corollario della legittimazione dell’antisemitismo conseguente alla criminalizzazione di Israele, della feticizzazione dogmatica di “Naza”, dell’elevazione della guerra di Gaza, una delle tante guerre che hanno flagellato il pianeta negli ultimi decenni, al maggiore e più sanguinoso conflitto bellico mai apparso sotto il sole.
Viviamo tempi di feroce intossicazione ideologica. Non c’è alcuna avvisaglia che sia in diminuzione.