Il 4 settembre 2024, sulla rivista Miccia Mag, i cui temi e i paradigmi utilizzati – come la critica radicale al capitalismo, l’anticolonialismo, le teorie decoloniali, l’intersezionalità e il transfemminismo – rientrano a pieno titolo nell’orizzonte culturale e politico della sinistra radicale ed extraparlamentare contemporanea, appare un articolo di Youssef Shier, indagato per istigazione a delinquere, apologia di delitti e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (nuovo reato previsto dall’art. 420-bis c.p.) aggravati dall’utilizzo del mezzo informatico e ritenuto l’amministratore della pagina social ‘Movimento 17 ottobre’, nata dopo i disordini della scorsa settimana che hanno scosso Milano.
L’articolo completo si intitola “Islam e sinistre: Youssef Siher replica a Valerio Renzi”.
Ne pubblichiamo qui alcuni estratti significativi per evidenziare come il “palestinismo” sia diventato uno dei principali grimaldelli per scassinare l’ordinamento liberale-democratico occidentale, con l’ausilio, ca va sans dire, di agenti esterni, in primis Russia e Cina. Seguirà una analisi di Niram Ferretti.
N.d.R
(…). L’errore strutturale di gran parte delle sinistre occidentali contemporanee risiede proprio nell’illusione che il soggetto rivoluzionario possa emergere spontaneamente dal cuore stesso delle società che hanno prodotto e beneficiano dell’imperialismo. Aspettarsi che chi trae vantaggio materiale, simbolico e geopolitico da un sistema di dominio possa generare al proprio interno una soggettività radicalmente antagonista a quel sistema significa adottare una postura che è, nel migliore dei casi, negativamente utopica e, nel peggiore, intrinsecamente riformista. Non si tratta di negare in astratto la possibilità di una coscienza rivoluzionaria in Occidente, ma di riconoscere che essa, per divenire egemonica e di massa, dovrebbe rompere con l’essenza stessa del privilegio occidentale — individuale, di classe e sistemico. È proprio questa contraddizione che rende tale prospettiva estremamente fragile.
La questione palestinese è emblematica di questo impasse. Il mancato — o fortemente condizionato — appoggio alla resistenza palestinese, in particolare alle sue forme non compatibili con il linguaggio politico liberale occidentale, ha messo in crisi le sinistre occidentali, rivelandone i limiti strutturali. Con poche eccezioni, esse hanno mostrato un’incapacità di leggere la resistenza come fenomeno storicamente situato all’interno di un contesto coloniale e imperialista, preferendo filtri morali, giuridici o culturali che finiscono per neutralizzare la portata radicale della lotta. Questo atteggiamento non solo ha prodotto una frattura tra le sinistre occidentali e i popoli subalterni, ma ha anche impedito la costruzione di reali premesse rivoluzionarie nell’Occidente stesso. La Palestina, da questo punto di vista, non è un’eccezione, bensì uno specchio.
Ne consegue che la rivoluzione, quando avverrà, non sarà una rivoluzione dell’Occidente, ma una rivoluzione contro l’Occidente — e, quindi, inevitabilmente contro tutte le sue componenti, vale a dire le sue strutture, le sue istituzioni, i suoi partiti di sinistra, i suoi sindacati e i suoi movimenti rivoluzionari — così come lo conosciamo oggi: contro la sua centralità epistemica, contro il suo universalismo astratto, contro il suo ruolo di centro normativo del mondo. Questo non implica una semplice inversione geografica del conflitto, ma una ridefinizione profonda dei soggetti storici della trasformazione.
In questo quadro, le diaspore dei popoli subalterni, collocate nel cuore delle metropoli imperiali, incarnano una delle contraddizioni strutturali più profonde e potenzialmente sovversive dell’ordine occidentale. Le diaspore sono esse stesse un prodotto diretto dell’imperialismo: migrazioni forzate, esili economici, sfollamenti politici e militari. Proprio per questo, esse occupano una posizione contraddittoria ma potenzialmente esplosiva: vivono nel cuore delle metropoli imperiali, ma portano con sé una memoria storica, materiale e politica della violenza sistemica dell’Occidente. Questo le rende un potenziale soggetto politico rivoluzionario di primaria importanza.
Tuttavia, tale potenzialità non è automaticamente traducibile in un soggetto rivoluzionario. Le diaspore devono guardarsi dal rischio dell’assimilazione politica, che spesso assume la forma di un riformismo depotenziato — vedi cittadinanza — o, in alcuni casi, di un allineamento reazionario alle strutture di potere occidentali in cambio di riconoscimento, sicurezza o mobilità sociale. L’integrazione acritica nel discorso politico dominante non rappresenta una soluzione, ma una neutralizzazione del conflitto.
Affinché le diaspore possano svolgere un ruolo rivoluzionario, è necessario un processo di presa di coscienza, formazione politica e organizzazione autonoma in diaspora. Questo processo deve però mantenere un legame diretto, non simbolico né paternalistico, con le forme di resistenza nei paesi d’origine. Non si tratta di una solidarietà astratta, ma di una continuità politica e materiale delle lotte, capace di rompere la separazione tra “interno” ed “esterno” dell’impero.
Solo in questa tensione — tra centro e periferia, tra metropoli e colonie, tra diaspora e resistenza — può emergere una soggettività realmente antagonista all’ordine imperiale. Una soggettività che non cerchi di riformare l’Occidente, ma di disarticolarlo; che non chieda inclusione, ma che metta in crisi le condizioni stesse dell’esclusione. In assenza di questa rottura epistemologica e ontologica, ogni progetto rivoluzionario resterà confinato entro i limiti di ciò che l’Occidente è disposto a tollerare — e dunque, per definizione, già sconfitto. (…)