L’attacco israeliano contro la leadership di Hamas in Qatar ha scosso il quadro regionale e lasciato aperti interrogativi cruciali: i vertici del movimento palestinese sono morti o sopravvissuti al raid? Al momento, nessuna conferma ufficiale è stata diffusa, alimentando un alone di incertezza attorno a un’operazione che segna un punto di svolta nella guerra a Gaza. Martedì scorso, dieci caccia israeliani hanno bombardato un ufficio di Hamas a Doha, dove la dirigenza del gruppo stava discutendo la nuova proposta di cessate il fuoco avanzata da Washington. L’attacco ha colpito nel cuore la mediazione internazionale e ha mostrato la linea di Benjamin Netanyahu: niente più accordi parziali, solo la resa completa di Hamas, con il rilascio di tutti gli ostaggi e il disarmo del movimento.
Il bersaglio scelto non è casuale. Il Qatar da anni ospita la leadership politica di Hamas, offrendo residenza sicura a figure di primo piano e garantendo flussi di denaro che, pur presentati come aiuti umanitari, sono finiti anche nelle casse militari del gruppo. Documenti e testimonianze rese pubbliche negli ultimi anni confermano che dal 2012 Doha ha trasferito verso Gaza piu’ di 2 miliardi di dollari, presentati come “sostegno alla popolazione civile” ma in gran parte sottratti da Hamas per costruire tunnel sotterranei, acquistare armi e mantenere la sua macchina militare. Celebri sono i viaggi di emissari qatarioti che, attraversando i valichi con Israele, consegnavano valigie piene di contanti al governo de facto di Gaza, sotto lo sguardo delle telecamere. Lo stesso Mahmoud al-Zahar, uno dei fondatori di Hamas, ha ammesso pubblicamente che i fondi qatarioti «non avevano condizioni» e che Doha non ha mai imposto vincoli sul loro utilizzo. In parallelo, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha accolto più volte la leadership di Hamas a Doha, mantenendo un rapporto diretto che ha consolidato il ruolo del Qatar come “banca” e retrovia politica del movimento.
Il paradosso della mediazione
Parallelamente, Doha si è accreditata come mediatore imprescindibile nei colloqui di tregua. Una doppia veste che Israele denuncia da tempo come ipocrita: da un lato, finanziatore e protettore di Hamas; dall’altro, presunto arbitro neutrale chiamato a favorire la pace.
«Guarda quanto tempo ci è voluto e quanto poco è stato raggiunto attraverso il Qatar», ha sottolineato al Wall Street Journal Jonathan Conricus, ex portavoce delle Forze di Difesa israeliane e oggi analista della Foundation for Defense of Democracies. Secondo lui, Israele considera la mediazione qatariota un percorso sterile, incapace di produrre risultati concreti.
Il rischio di bruciare i canali diplomatici
Ma l’operazione ha sollevato anche critiche interne. «Quello era l’unico canale efficiente per trattare con Hamas e riportare indietro gli ostaggi», ha dichiarato il generale in pensione Israel Ziv. Ora, aggiunge, il rischio è che non ci sia più nessun interlocutore disponibile per negoziare un accordo. Il premier del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha ammesso che i colloqui sono compromessi: «Non credo che ci sia qualcosa di valido dopo l’attacco di oggi». Una dichiarazione che conferma il colpo inferto a quel fragile filo diplomatico, già minato dall’ambiguità di Doha.
Reazioni arabe e occidentali
L’attacco ha scatenato reazioni dure in Medio Oriente. L’Egitto ha parlato di «una flagrante violazione del diritto internazionale» e ha definito il bombardamento di Doha «un attacco diretto alla sovranità del Qatar, che svolge un ruolo fondamentale negli sforzi di mediazione».
Duro anche il commento del presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito «inaccettabili, qualunque ne sia la ragione» i raid israeliani sul territorio qatariota, esprimendo solidarietà all’emiro Tamim al-Thani e avvertendo che «la guerra non deve in nessun caso estendersi all’intera regione».
Condanne sono arrivate anche da Ankara, che ha accusato Israele di «allargare deliberatamente il conflitto» e di minare la stabilità del Golfo. Riyadh, pur senza citare Israele, ha fatto sapere che «attacchi contro Stati sovrani mettono a rischio gli sforzi di normalizzazione» in corso con l’Occidente.
Sul fronte occidentale, la Casa Bianca ha preso le distanze, sottolineando che gli Stati Uniti non erano coinvolti nell’operazione e ribadendo l’importanza di mantenere «il delicato equilibrio diplomatico con Doha», partner strategico per Washington sia sul piano energetico sia militare.
Pressioni interne e isolamento internazionale
Sul fronte interno, cresce la pressione delle famiglie degli ostaggi, che accusano Netanyahu di azioni «sconsiderate» capaci di sabotare ogni possibilità di riportare a casa i prigionieri. Allo stesso tempo, i sondaggi mostrano un’opinione pubblica israeliana sempre più stanca della guerra e incline a chiedere un compromesso pur di chiudere il conflitto. All’estero, Israele paga un prezzo crescente. Francia, Regno Unito e Canada hanno annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato palestinese in sede ONU, mentre Bruxelles minaccia sanzioni economiche e diplomatiche. Il quadro internazionale vede Israele sempre più isolato, con il rischio di compromettere i progetti di normalizzazione con i Paesi arabi, a partire dall’Arabia Saudita.
Una guerra senza confini
Intanto, la strategia israeliana continua a colpire oltre i confini della Striscia. Nelle stesse ore del raid su Doha, l’aviazione ha lanciato nuovi attacchi contro basi e infrastrutture degli Houthi in Yemen, confermando una dottrina aggressiva che dal 7 ottobre 2023 in avanti ha investito Gaza, Libano, Siria, Iran e Yemen. Il raid di Doha non è stato solo un colpo diretto ai vertici di Hamas: è stato un atto d’accusa contro il Qatar, accusato da Israele e da diversi analisti occidentali di aver giocato una partita a due facce. Rifugio e finanziatore del gruppo da un lato, arbitro “super partes” dall’altro. Una strategia che oggi appare sempre più fragile, perché se i leader di Hamas fossero davvero caduti sotto le bombe, Doha perderebbe insieme ai suoi protetti anche la legittimazione di mediatore.