Editoriali

La gravità e le conseguenze della sciagurata risoluzione dell’Unesco

“La decisione dell’UNESCO di riferirsi al Monte del Tempio, il sito più sacro dell’ebraismo, con i nomi arabi, “al-Haram al-Sharif” e “Al-Aqsa” non deve meravigliare più di tanto. E’ caratteristico dei conquistatori modificare, rinominandola, la toponomastica dei luoghi catturati e sottomessi al loro imperio” scriveva il 19 aprile 2016, su queste colonne, Niram Ferretti.
A sei mesi di distanza, la diffusione della notizia dell’approvazione di una sciagurata risoluzione che nega il nesso tra luoghi sacri di Gerusalemme e cultura ebraica ha sconvolto gli equilibri, tanto da spingere Israele ad interrompere comprensibilmente ogni rapporto con l’Unesco.
Ad approvare tale risoluzione è stato il Comitato Esecutivo dell’Unesco, organizzazione facente capo all’Onu che dovrebbe occuparsi di scienza, educazione e cultura. Non già di politica. Invece, per effetto di tale risoluzione, luoghi sacri come il Monte del Tempio e il Muro Occidentale sono denominati solo in arabo.
Questo significa che l’Unesco si schiera e dà ragione al mondo arabo, secondo cui il Tempio di Salomone non è mai esistito, esiste solo la moschea Al-Aqsa in quanto tutto, a Gerusalemme e non solo, è originariamente musulmano.
Musulmana è la Bibbia ebraica, musulmana la Palestina chiamata per l’appunto Dār al-Islām (Casa dell’Islam). Musulmana, e soltanto musulmana, la spianata delle moschee, che secondo l’Unesco è solo e soltanto Haram al-Sharif.
Questa però non è storia, neppure cultura, essendo una reinterpretazione falsa, di parte e in malafede. E’ semmai politica. E l’Unesco quindi ha tradito il suo ruolo.
La prima conseguenza è la totale cancellazione della storia ebraica. Una sorta di olocausto culturale che estirpa totalmente le radici ebraiche da Gerusalemme. Il Kotel, il Muro Occidentale o Muro del Pianto, non è considerato un sito ebraico. E’ soltanto Ḥāʾiṭ al-Burāq, un sito esclusivamente musulmano.
Ma chi l’ha deciso? Un voto di un Comitato Esecutivo che approva la solita risoluzione antisionista denominata addirittura “Palestina Occupata” (sic!) e in cui si definisce Israele come potenza occupante, stigmatizzandone l’operato: 24 favorevoli, solo 6 contrari, 26 pavidi astenuti che aggiungendosi ai contrari avrebbero potuto impedirne l’approvazione.

Non stupisce che tra i 24 favorevoli ci siano solo paesi arabi o islamici e stati notoriamente antisemiti. Decisiva, però, è stata l’astensione di alcuni paesi europei come l’Italia e la Francia. Qualcosa di cui vergognarsi: anche l’astensione ha significato avallare il colonialismo dei nomi, il dominio arabo e l’olocausto culturale che vuole cancellare le radici ebraiche da Gerusalemme.
Hanno votato a favore: Algeria, Bangladesh, Brasile, Ciad, Cina, Repubblica Dominicana, Egitto, Iran, Libano, Malesia, Isole Mauritius, Messico, Marocco, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sudafrica, Sudan, Vietnam. Sostanzialmente, tutti i BRICS tranne l’India, i paesi arabi e islamici, alcuni stati africani. Contrari solo Usa, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Lituania, Estonia.
Tra le astensioni, stupiscono ma purtroppo non più di tanto quelle di Italia, Francia, Spagna, Svezia, Slovenia, Grecia

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Persino la direttrice generale dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova, ha espresso le distanze dall’approvazione della risoluzione con queste parole: “Il patrimonio di Gerusalemme è indivisibile e ognuna delle sue comunità ha diritto all’esplicito riconoscimento della sua storia e del suo legame con la città”. Un motivo in più per ripensare l’Unesco.

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