Interviste

“La causa palestinese è un pallone gonfiato”: intervista a Richard Millet

Richard Millet, uno dei grandi scrittori contemporanei, torna ospite de L’Informale. Letterato raffinato, melomane appassionato, polemista dalla penna acuminata, Millet conosce bene anche la realtà mediorientale. Dopo aver trascorso parte dell’infanzia nel Paese dei cedri, ha combattuto nella Guerra civile del Libano come volontario in difesa dei cristiani contro le “forze islamo-progressiste”. Questa esperienza lo ha avvicinato a Israele e al popolo ebraico. A Israele ha dedicato un libro, Israël depuis Beaufort.

In questa intervista discute la guerra d’Israele, l’ascesa dell’Islam in Europa e l’agonia del multiculturalismo. 

Questa intervista non può che iniziare dai massacri del 7 ottobre. Il più grande eccidio di ebrei dalla Shoah. Come scrittore che ben conosce la realtà del Medio Oriente, è rimasto sorpreso dalla ferocia dell’attacco di Hamas?  

La ferocia criminale di Hamas stupirà solo coloro che hanno dimenticato quella dello Stato Islamico, pur vicina, e, molto più indietro nel tempo, quella di altri palestinesi in Libano, in particolare durante il massacro commesso nella cittadina cristiana di Damour, a sud di Beirut, il 20 gennaio 1976, durante la guerra civile che, va ricordato, non avrebbe avuto luogo se nel Paese non ci fossero stati così tanti palestinesi armati dagli arabi e dai sovietici (gli stessi, del resto, di oggi): un massacro in cui furono uccise circa 500 persone, tutte civili, e che la stampa occidentale passò sotto silenzio, mentre avrebbe fatto del massacro di Sabra e Shatila del 1982 un simbolo. Questi palestinesi sono passati da utili idioti del marxismo internazionale a seguaci del terrorismo islamico, reso incandescente dall’Iran, dal Qatar, da Erdogan, dal risentimento anti-occidentale, dall’antisemitismo mascherato da antisionismo, dal captagon (la “droga del Jihad” n.d.t) e così via. La novità del pogrom del 7 ottobre 2023 è che i terroristi si sono filmati da soli, come se i social network dovessero aggiungere legittimità al loro satanismo. Tuttavia, la guerra delle immagini non avrà luogo, come ha ben capito Israele, che non ha trasmesso quasi nulla del suo legittimo intervento a Gaza.

I talebani sono tornati al potere in Afghanistan, l’Azerbaigian ha riconquistato l’Artsakh, Hamas aggredisce Israele in modo mai visto prima, gli jihadisti stanno dilagando in Africa. La civiltà occidentale ha la forza per opporsi a questa aggressione?  

La civiltà occidentale, se è ancora una civiltà, visto l’asservimento dell’Unione Europea al politicamente corretto globalista, non ha nulla con cui rispondere se non coi soliti buoni sentimenti: oggi non è altro che una versione americanizzata del mondo un tempo “libero” e giudaico-cristiano. Da una parte, quindi, la sottocultura americana, le aberrazioni del wokismo, l’odio per il cristianesimo e le sue tradizioni, i mercati finanziari; dall'”altra”, come si diceva durante la Guerra Fredda, il blocco Russia-Cina-Corea del Nord-India-Iran-Turchia, Paesi più che mai corrotti, imperialisti, finanziatori del terrorismo islamico. Tra i due blocchi c’è una falsa dialettica che non può ingannare le menti libere – e disperate – perché ci sono alleanze oggettive, come direbbe Marx, tra l’Islam e il capitalismo e Paesi sacrificati, troppo deboli: il Libano, l’Armenia, il Belgio in preda alle metastasi islamiche, e così via. 

Le piazze delle principali città europee e americane si riempiono di manifestanti filo-palestinesi, e quindi filo-Hamas. Il legame tra l’immigrazione musulmana e lo sviluppo dell’antisemitismo è evidente, ma per molto tempo è stato impossibile denunciarlo. Quali sono le cause di questa censura? Gli ebrei hanno ancora un futuro in Europa?

Da tempo denuncio il numero crescente ed eccessivo di musulmani in Europa, l’incompatibilità dell’Islam con l’Occidente e la sua volontà di riconquistare l’Europa attraverso i Fratelli Musulmani, le cui reti sono molto attive, da Hamas alla Commissione di Bruxelles, passando per il Qatar e la Turchia; l’antisemitismo nelle periferie delle grandi città europee è uscito allo scoperto il 7 ottobre. Queste persone ci odiano e ci disprezzano: non dobbiamo dimenticarlo, né rimanere ciechi di fronte alla gioia che esplode nelle periferie ogni volta che il terrorismo islamico colpisce l’Occidente. La “causa palestinese” è un pallone gonfiato che gli Stati arabi agitano da più di mezzo secolo, e che non smette di sedurre le sinistre, i cattolici di sinistra e gli islamo-sinistri, particolarmente attivi in Francia. Una kefiah intorno al collo è sempre più trendy di una croce o di una stella di David agli occhi degli idioti. Quanto alla censura, tanto più perversa in un ambiente che si dichiara “tollerante” e “democratico”, essa deriva dal fatto che il mondo della cultura è gestito da quegli stessi “bobos” e persone di sinistra, con cui sono allineati i direttori dei giornali e delle case editrici. Non potete immaginare quanta paura ne abbiano.

Nel suo recente libroParis bas-ventre: Le RER comme principe évacuateur du peuple français, lei parla del collasso del multiculturalismo. Può illustrarci nel dettaglio il contenuto del libro? 

Il multiculturalismo, che è l’opposto del cosmopolitismo e ha come orizzonte la mescolanza generalizzata delle razze e la sottomissione della donna bianca da parte del maschio nero, è un’ideologia su cui il wokismo naviga felicemente, ed anche un paravento per il comunitarismo nato dall’immigrazione di massa e dall’americanizzazione dell’Europa, che ha creduto nel “melting pot” yankee senza vedere che questo è solo un discorso newyorkese, e che l’America è un mosaico etnico, non un “mix”. Il multiculturalismo è infatti la forma contemporanea della guerra di tutti contro tutti, attraverso le lobby etniche, l’abuso del diritto e il terrorismo, intellettuale o armato, come vediamo sempre più spesso in Europa, dove è quasi esclusivamente opera dell’Islam, che non ha alcuna tolleranza per il cattolicesimo, gli ebrei o le nostre tradizioni, checché ne dicano i fautori della “convivenza” e i sempliciotti nostalgici dei tempi coloniali dell’al-Andalus in Spagna. La Francia ha la più grande comunità ebraica d’Europa. Fa parte della nostra storia comune, di un’alleanza spirituale, a differenza degli arabi. È l’orrore sensibile del multiculturalismo che distrugge le nazioni che ho evocato in Paris bas-ventre, attraverso un viaggio sotterraneo nella RER, la metropolitana veloce che attraversa Parigi da est a ovest e da nord a sud, per riversarsi nelle grandi periferie: il traffico sotterraneo più intenso d’Europa, è un luogo dove i bianchi sono una minoranza etnica. Un’esperienza alienante e un fatto di civiltà, o di post-civiltà, se preferite. 

Passiamo a temi più letterari. L’Accademia svedese ha assegnato il Premio Nobel per la letteratura ad Annie Ernaux nel 2022. Può commentare questa decisione? 

Il Premio Nobel è in realtà l’equivalente del vecchio Premio Stalin dell’Unione Sovietica: come quasi tutti i premi letterari, premia quasi sempre la sottomissione al Grande Consenso Internazionale, ed è quindi abbietto. Molto ricco, può essere usato per finanziare Hamas, il terrorismo turco in Europa e il wokismo accademico, che così spesso concorda con le scelte del Premio Nobel. 

Qui in Italia lei è conosciuto soprattutto per i suoi pamphlet. Pensa che questa fama di polemista abbia messo in ombra le sue opere letterarie? 

Non sono veri e propri pamphlet, ma saggi in cui a volte forzo la questione per arrivare alla verità, come diceva Léon Bloy. Lei ha ragione: la maggior parte dei miei libri, romanzi e racconti, tra cui La Confession négative, un resoconto delle mie settimane di combattimento in Libano a fianco dei cristiani all’inizio della guerra civile, sono dimenticati; ma anche questi pamphlet non sono letti in Francia, dove non sono più letto, dove sono solo un nome destinato all’obbrobrio.

Ultima domanda, forse la più difficile: cosa possono fare gli uomini europei che non intendono soccombere all’islamo-gauchisme?  

È una domanda difficile, in effetti: l’islamo-gauchisme, ripetiamolo, ha dalla sua parte l’apparato ideologico dei media e degli editori; chi vi si oppone viene dichiarato “deviato”, fascista, più o meno privato della parola, e talvolta mandato in tribunale da associazioni e leghe antirazziste. Allora restiamo noi stessi, al nostro posto, da anticonformisti: basta parlare liberamente, di persona, per vedere che il “covidismo” intellettuale è meno diffuso di quanto si pensi, e che noi siamo più resistenti. Visto quanto è incolta e smidollata la Francia, mi basta, per esempio, spostare le domande, o dire che sono cattolico per disarmare un imbecille, o che Satana è all’opera nel mondo, più che mai, sotto molte spoglie, come hanno detto i buoni scrittori, Péguy, Bernanos, Girard, Kierkegaard, Nietzsche, Pasolini, Baudrillard, ecc. 

Traduzione a cura di Davide Cavaliere ed Emanuel Segre Amar. 

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