Israele e Medio Oriente

Jason Greenblatt e la sconveniente verità del negazionismo palestinese

 

I media mainstream hanno schernito il piano di pace non ancora svelato dal presidente Trump per trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese, definendolo come una “pagliacciata avulsa dalla realtà” che è “destinata a fallire“, e questo viene attribuito alle lacune del suo inviato speciale dimissionario per il Medio Oriente, Jason Greenblatt. Ma affermare che Greenblatt “non fosse la persona giusta” per questo incarico è assolutamente sbagliato. Qualunque sia l’esito del piano, egli ha forse fatto di più per promuovere la causa della pace tra Israele e i palestinesi rispetto a qualsiasi altro diplomatico americano di recente memoria.

Pur essendo stato designato per ricoprire l’incarico governativo avendo un’esperienza o una conoscenza  relativamente limitata del Medio Oriente, Greenblatt ha ben compreso che la fonte principale del purulento conflitto tra israeliani e palestinesi è il rifiuto da parte dei leader palestinesi di accettare uno Stato ebraico come entità politica legittima.

I leader di Hamas e dell’Autorità Palestinese (AP) possono non essere d’accordo sulle tattiche e sulla visione politica, ma condividono un rifiuto assoluto della possibilità di vivere fianco a fianco con gli israeliani, trattati da pari, e pertanto non ravvisano la necessità di moderare i contenuti ferocemente antisemiti dei loro programmi di studio, di fermare la violenta istigazione contro Israele nei mezzi di informazione statali o di adottare altre misure necessarie per una risoluzione in buona fede del conflitto.

Per un quarto di secolo, i predecessori di Greenblatt hanno glissato su queste dure realtà, zelanti nel convincere il presidente dell’OLP, Yasser Arafat, e il suo successore, il presidente dell’AP, Mahmoud Abbas, a firmare accordi e a sorridere alle telecamere.

Gran parte del linguaggio utilizzato per cercare di mitigare è cambiato poco. Nel 1988, il segretario di Stato americano  George Schultz istruì Arafat sulle parole da pronunciare affinché l’amministrazione Reagan potesse affermare che l’OLP aveva “rinunciato” al terrorismo. Quasi tre decenni dopo, il presidente Obama  e il suo inviato per il Medio Oriente, George Mitchell, ripetevano il mantra che Abbas aveva “da tempo rinunciato alla violenza” – senza considerare l’intermezzo del periodo più sanguinoso del terrorismo palestinese. Mentre il negazionismo e l’istigazione alla violenza dilaganti nella società palestinese ostacolavano costantemente qualsiasi passo in direzione della pace, i diplomatici statunitensi di alto rango hanno proseguito la loro incessante mitigazione.

Fin dai suoi primi giorni di lavoro, anziché ripetere a pappagallo le false narrazioni e le formulazioni tendenziose che erano diventate le basi dell’inefficace diplomazia americana, Greenblatt ha iniziato a screditarle pubblicamente.

Questo è particolarmente evidente nell’utilizzo della terminologia. Nelle sue frequenti dichiarazioni pubbliche, Greenblatt ha rigettato tanto  l’aggettivo “occupato” per indicare i territori contesi sotto il controllo di Israele quanto il termine “insediamenti” per qualificare le città e i villaggi ebraici. Si è astutamente astenuto dall’utilizzo del vocabolo “rifugiati” per indicare i 5,4 milioni di palestinesi registrati dall’UNRWA, poiché  “soltanto una minima parte” di loro sono veri rifugiati fuggiti dalle proprie case durante la guerra del 1948 per l’indipendenza di Israele.

Greenblatt era talmente impaziente di riformulare il lessico del conflitto israelo-palestinese che ha perfino rifiutato di utilizzare l’espressione logora “soluzione a due Stati” nel contraddistinguere l’obiettivo finale della diplomazia americana. “Non si può prendere (…) un conflitto complesso come questo e ridurlo a quelle tre parole”, ha spiegato in un intervista alla PBS, nel luglio scorso.

Greenblatt ha eliminatio la prassi americana di lunga data di affermare l’equivalenza morale tra Israele e i suoi avversari (ad esempio, rispondendo sistematicamente agli scoppi di violenza invitando entrambe le parti ad “astenersi dalle azioni provocatorie”). Anzi,  ha dichiarato apertamente ciò che è l’opinione privata di molti a Washington – che Israele è “più la vittima che la parte responsabile” nei violenti conflitti in cui è coinvolto.

Pur riconoscendo le sofferenze dei palestinesi, Greenblatt non ha biasimato Israele ma i leader palestinesi. Hamas “potenzia l’incitamento malvagio e il popolo palestinese ne paga il prezzo”, ha twittato nel novembre del 2018. E perfino i funzionari della presumibilmente moderata AP “preferirebbero che i palestinesi soffrano, piuttosto che esplorare una strada diversa per un futuro migliore”, secondo Greenblatt. Quest’ultimo ha compreso, e lo ha denunciato pubblicamente, che i programmi di studio dell’Autorità Palestinese sono finalizzati a “radicalizzare i bambini (…) a insegnare loro il martirio e il jihad invece di come prosperare in un mondo pacifico”, definendo i suoi perenni problemi finanziari come “auto-generati” a causa del suo persistente finanziamento dei terroristi e delle loro famiglie nell’ambito del cosiddetto programma “pagare per uccidere”.

Ma forse è ancora più importante che Greenblatt abbia detto a gran voce  che gran parte della comunità internazionale non ha fatto “nulla per scoraggiare le parti a sedersi al tavolo dei negoziati e ad accettare i difficili compromessi necessari alla pace”. Ha condannato le “finzioni di consenso internazionale” sulla presunta necessità di dividere Gerusalemme, ha esortato i paesi donatori a “pensarci due volte” prima di fornire aiuti economici alla corrotta AP e ha denunciato il fatto che l’UNRWA “autorizzi a insegnare” un programma antisemita.

A luglio, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Greenblatt ha criticato il pregiudizio della comunità internazionale nei confronti di Israele. Il mese scorso, ha a giusto titolo rigettato “le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvate con l’intento di fornire un quadro per la soluzione del conflitto israelo-palestinese” per “non essere riuscite a creare progressi”, e ha ammonito che “il riferimento indiretto a queste risoluzioni formulate ambiguamente e altamente controverse funge da pretesto per evitare un dibattito sostanziale sulla situazione concreta e sulla complessità del conflitto”. Raramente ha perso l’occasione di dire a gran voce che i media occidentali mostrano pregiudizi nei confronti dello Stato ebraico.

Gli attacchi indefessi  mossi da Greenblatt ai dogmi che delimitano il pensiero occidentale (e gli accesi dibattiti che ne sono seguiti) dovrebbero contribuire a determinare una svolta nel modo in cui le future amministrazioni statunitensi, e altre nel mondo, affronteranno il conflitto. Il punto decisivo in un cambiamento di paradigma non è dato dal momento in cui il consenso si forma intorno a qualcosa di nuovo, ma da quando il consenso in merito al vecchio contesto delle convinzioni inizia a sgretolarsi.

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

https://www.meforum.org/59377/jason-greenblatt-palestinian-rejectionism

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