Storia di Israele e dell’Ebraismo

A proposito del “santino” di Yitzhak Rabin

Recentemente a Milano sono stati dedicati due giardini rispettivamente a Salvador Allende e a Yitzhak Rabin. L’accostamento tra il leader socialista cileno e quello laburista israeliano genera istantaneamente un automatismo ideologico che li vorrebbe affratellati a sinistra sotto l’insegna della libertà e della pace.

Così come Allende è stato trasformato in un martire della causa socialista, Rabin è  stato trasformato dalla santificazione postuma, in un Ghandi ebreo tutto pro-shalom e con la mano tesa rivolta agli arabi-palestinesi. Se non fosse stato ucciso da un oltranzista religioso ebreo, ci dicono alcuni cantori klezmer dal pugno alzato, oggi avremmo da tempo quella pace che non c’è. Purtroppo, come nel caso di Allende, anche questa vulgata su Rabin è completamente farlocca. Rabin non era un pacifista né tanto meno un idealista da salotto, ma un realista il quale ha cercato sì una concreta possibilità di negoziazione con gli arabi-palestinesi ma puntellandola rigorosamente con paletti inaggirabili per la sopravvivenza e l’integrità dello stato ebraico.

Contriamente a quanto si pensa o viene affermato non ha mai appoggiato esplicitamente né prima né dopo gli accordi di Oslo, il venire in essere di uno stato Palestinese. Di fatto, su questo tema, fu estremamente cauto.

Gli accordi di Oslo di cui fu promotore  presupponevano un quinquennio di negoziazioni con la clausula di interrompere gli stessi se una delle due parti avesse trasgredito lo spirito con cui venivano promossi, in parole povere se una delle due parti avesse giocato sporco, cosa che avvenne puntualmente da parte di Arafat il quale, con la sua abituale doppiezza, da una parte fingeva di accordarsi mentre dall’altra rivolgendosi in arabo al pubblico musulmano dichiarava il suo sostegno a quello che era sempre stato il programma originario dell’OLP, la liberazione di tutta la Palestina.

I paletti inaggirabili piantati da Rabin e ribaditi nel suo ultimo discorso alla Knesset un mese prima del suo assassinio comprendevano l’impossibilità per Israele di tornare a confini precedenti a quelli della Guerra dei Sei Giorni, il mantenimento degli insediamenti nella West Bank così come erano nel 1995, l’estensione del confine di sicurezza di Israele nella valle del Giordano nel più ampio senso possibile, l’unità di Gerusalemme come capitale di Israele e sotto sovranità israeliana, la netta opposizione al rientro in Israele di sei milioni di arabi a cui strumentalmente viene conferito lo status di rifugiati essendo considerati discendenti dei settecentomila arabi palestinesi che lasciarono la Palestina nel 1948.

Tutto ciò basta e avanza per smentire la leggenda di un Rabin “pacifista” da contrapporre all’”oltranzismo” di altri leaders israeliani come Sharon e Netanyahu. Non lo fu, anche se cercò un avvicinamento, una possibilità di intesa che venne bruscamente interrotta con il suo assassinio. Non si era mai illuso più di tanto sul successo dei negoziati e come tutti i capi di governi israeliani prima e dopo di lui ha sempre diffidato delle intenzioni dei suoi interlocutori. Ciò che è accaduto dalla sua morte a oggi conferma quanto questa diffidenza fosse fondata.

1 Commento

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    Laura(Matanah)

    18 Maggio 2016 a 8:06

    io sarei partita dall’Altalena, ma è un bell’articolo.
    Per i pacifinti Rabin ha il pregio di essere un Ebreo ammazzato da un ebreo.

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