Islam e Islamismo

Hassan Al Banna e la sua eredità

Dopo le dichiarazioni di Chaima Fatihi, riguardo l’imprenditore del terrore Tareq al Swaidan presentato come una sorta di filantropo, ora è il turno di Sumaya Abdel Quader, candidata nelle liste del PD milanese. In un suo post recente la candidata musulmana del PD ha così presentato la figura di Hassan al Banna fondatore dei Fratelli Musulmani:

El Banna, fu il fondatore dei FM, uno dei leader del movimento anticoloniale ai tempi dell’occupazione britannica dell’Egitto ed autore di un pensiero e di un metodo che ai suoi tempi risultava riformista e rivoluzionario. Dopo la sua morte, come sempre accade quando viene a mancare un leader, il movimento si sviluppò in diverse correnti, tra le quali alcune più fanatiche e altre che continuarono nella via della riforma. Ma come ogni sistema di idee, anche quello della fratellanza e di El Banna, va contestualizzato e preso con il beneficio di inventario specie quando si tratta di applicarlo ad un contesto specifico. Ritengo pertanto alcune sue idee attuali ed altre del tutto superate.

Il ritratto suona convincente. Notare la definizione dei Fratelli Musulmani come “movimento anticoloniale”, la quale, associata a “occupazione britannica”, mette immediatamente in buona luce la figura del suo fondatore e non può che suscitare battimani nelle schiere progressiste. Vedremo in che senso Hassan al Banna non sia stato precisamente il Mahatma Ghandi. Sarebbe interessante sapere quali sono per Sumaya Abdel Quader le “idee del tutto superate” del leader del movimento islamico e quelle che invece meritano ancora considerazione..

Su una cosa bisogna darle però ragione. Bisogna “contestualizzare”, altra parola di sicuro affatturamento. Contestualizziamo pure.

La dichiarazione Balfour, il sionismo, l’Islam puro

Nel 1922, cinque anni dopo la dichiarazione Balfour, Ahmed Zaki, un ex ministro del governo egiziano dichiarava apertamente il proprio sostegno al sionismo, in cui vedeva una grande occasione per una rigenerazione del Medioriente. Nel 1917, Ziwar Pasha, primo ministro egiziano aveva appoggiato la dichiarazione stessa. Nel 1925, il Ministro dell’Interno, Ismail Sidqui aveva dato disposizioni di intervenire contro un gruppo di palestinesi i quali si erano riuniti in una azione di protesta antisionista.

L’attitudine del governo egiziano, all’epoca, era sostanzialmente favorevole. Tuttavia, nel 1945, al Cairo, avvenivano i primi pogrom antiebraici. Cosa era accaduto nel frattempo.? Bisogna riavvolgere il nastro per comprendere cosa determinò la svolta che avrebbe radicalmente modificato l’atteggiamento arabo nei confronti dell’immigrazione ebraica in Palestina trasformando gli ebrei da risorsa in nemici giurati. Riavvolgendolo si arriva alla causa scatenante di questo radicale mutamento di opinione, la fondazione al Cairo, nel 1928, dei Fratelli Musulmani, il principale movimento fondamentalista musulmano del ventesimo secolo. Non è possibile comprendere adeguatamente il jihadismo  contemporaneo se non si conosce la ragione d’essere di questo movimento. Come ha scritto il politologo e tedesco Matthias Kuntzel, “Per il movimento islamista globale odierno i Fatelli Musulmani sono l’equivalente di quello che i bolsevichi furono per il movimento comunista del 1920: il punto di riferimento ideologico e il centro organizzativo che ispirò tutte le tendenze successive e che continua a farlo ai giorni nostri”.

Bisogna di nuovo dare ragione a Sumaya Abdel Quader. Hassan al Banna fu “riformista” e “rivoluzionario” e lo fu in puro spirito salafita, esattamente come si considera  rivoluzionario e riformista Abu Bakr al-Baghdadi, Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Tra i due le affinità sono notevoli, si direbbero, sotto molti aspetti, gemelli separati dal tempo, e in realtà lo sono, ma sono anche uniti da un tempo “contestualizzato” eternizzatosi nel VII secolo, quando l’Islam era ancora “puro”.

Per i riformisti religiosi della schiatta di Hassan al Banna, il tempo presente rappresenta solo un allontanamento dalla verità perfetta, è sempre all’origine che bisogna tornare poiché tutto ciò che da essa si discosta è degenerazione, o meglio, apostasia, tradimento dell’insegnamento sorgivo contaminatosi poi in seguito.

Insieme all’altro grande teorico dei Fratelli Musulmani, Sayyid Qutb, Hassan al Banna riteneva che solo un ritorno alla lettera coranica più rigorosa, sine glossa, poteva riscattare l’Islam dalla sua decadenza, dalla pericolosa influenza delle idee occidentali che vi erano penetrate. Nello stesso periodo, infatti, in Iran, Reza Shah era intento alla secolarizzazione del paese mentre in Turchia, Mustafa Kemel, Ataturk, aveva abolito la poligamia, dichiarato la parità tra uomo e donna, e si era opposto all’uso del hijab.

Agli occhi di Qutb e di Hassan al Banna, l’Occidente appariva come il regno della jahiliyya, della più profonda e imperdonabile ignoranza riguardo alla verità ultima contenuta nel Corano. Come operare sul piano politico per depurare l’Egitto dalla contaminazione secolare, dalla peste occidentale? Dissolvendo tutti i partiti, abolendo la democrazia parlamentare e costituendo uno stato islamico incardinato sulla sharia e il Califfato.

Hassan al Banna si era scoperto assai presto “riformista”, quando già a tredici anni, aveva fondato la “Società per la Prevenzione del Proibito”. Il piccolo talebano innamorato della Virtù (come il suo predecessore laico Maximilan de Robespierre) da adulto sarebbe diventato il capo di un movimento di salute pubblica il cui obbiettivo poi messo in pratica era la distruzione delle sedi della contaminazione libertina, night clubs, bordelli, cinema, tutte emanazioni occidentali e in particolare della tentacolare amoralità ebraica.

Jihadismo e antisionismo, la questione palestinese

Nel 1936 i Fratelli Musulmani sono ancora una piccola realtà, contano 800 adepti (solo due anni dopo, gli affiliati saranno 20,000 per arrivare a 500,00 nel 1948), tuttavia sono molto attivi. Sotto impulso del Mufti di Gerusalemme, Hamin al Husseini, uomo di fiducia di Hitler in Medioriente, l’organizzazione di Hassan al Banna convoca il primo boicottaggio nei confronti delle attività ebraiche in Egitto. Nelle moschee, nelle scuole e nei posti di lavoro inizia a essere propagata una menzogna mantenuta in vita ancora ai nostri giorni, gli ebrei vogliono distruggere la moschea di Al Aqsa, terzo luogo santo dell’Islam. E’ una chiamata alle armi.

Nel frattempo infatti, la questione palestinese è entrata in gioco prepotentemente. Il movimento islamico egiziano si è alleato con al Husseini nel nome di una guerra santa nella quale gli ebrei sono diventati i nemici da distruggere. Gli inglesi, sono  nemici secondari, una mera foglia di fico per il vero obbiettivo da conseguire, la liberazione della Palestina dalla presenza “degenerata” ebraica. Come farlo? Attraverso il jihad.

E’ Hassan al Banna colui il quale rimette il jihad offensivo al centro della scena dell’insegnamento islamico. Prima della fondazione dei Fratelli Musulmani il jihad offensivo non aveva più un ruolo predominante. Questo è un punto fondamentale, da tenere ben presente. Uno degli aspetti più salienti dell’insegnamento “riformista” e “rivoluzionario”   che Sumaya Abdel Quader considera essenziale nel pensiero di al Banna.

Sotto l’egida del gruppo egiziano il jihadismo si salda con l’antisemitismo più virulento e con l’obbiettivo religioso di una guerra di sterminio. La guerra contro gli ebrei si combatte su due fronti. In Occidente è il Reich ad occuparsene con geometrica potenza, in Medioriente l’operatività è lasciata nelle mani dei Fratelli Musulmani e di Amin al Husseini. Solerti collaboratori, i Fratelli Musulmani si preoccuperanno di introdurre nel mondo arabo le versioni tradotte dei Savi dei Protocolli e del Mein Kampf.  Saranno sempre loro a edificare il culto fanatico della morte estetizzata da preferire di gran lunga alla vita.

Nel 1937 Hassan al Banna scrive un articolo dal titolo “L’industria della Morte” poi ripubblicato nel 1946 come, “L’arte della Morte”, in cui espone il suo credo con queste parole:

A una nazione che perfeziona l’industria della morte e che sa come morire nobilmente, in questo mondo Dio concede una vita onorevole e la grazia eterna in quella futura.

La bella morte agognata dalle “truppe di Dio” (altro nome dei Fratelli Musulmani) verrà esaltata anche nei cori dei militanti marcianti per le strade del Cairo, “Non abbiamo paura della morte, la desideriamo!”. Questo culto del martirio, l’esaltazione della morte e il disprezzo della vita propugnati dai Fratelli Musulmani verranno ereditati poi da Hamas, la costola palestinese del gruppo, e messi in pratica in modo esponenziale durante la Seconda Intifada.
Tout se tient nella dottrina dei Fratelli Musulmani, rigorismo salafita, antisemitismo, jihadismo e sullo sfondo lo scenario del Califfato come modello insuperabile di perfezione da raggiungere.

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