Editoriali

TRUMPSICOSI

Le profezie si avverano non perché sono vere ma perché la gente comincia a crederci

Isaac Asimov

Donald Trump, “The Donald” il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, è la tabula rasa sulla quale ognuno può scrivere i propri desideri come nelle letterine natalizie spedite a Babbo Natale, è lo specchio in cui proiettare il proprio volto, è il Wille Wonka dei bambini adulti. Sarà quindi, di volta in volta, l’autoritario suprematista bianco degli incappucciati segregazionisti, l’isolazionista lindberghiano, il vendicatore dei blue collars e degli espropriati dal sistema, il Commander in Chief della riscossa occidentale, così com’è il maschio alpha da spogliatoio di caserma, il multimiliardario con case super kitsch, il bugiardo patologico insediato in un ego ipertrofico, il maschilista padronale che però rispetta le donne “come nessun altro al mondo”.

Trump è l’idea di Trump, è la psicosi di entusiasti e denigratori, di adoranti esaltatori e lividi odiatori. La bellezza, diceva il Bardo, è nell’occhio di chi guarda, e Trump corrisponde più di ogni altro presidente americano eletto fino ad oggi, all’occhio dello spettatore.

La natura plastilinica di Trump, modellabile come la statua di cera con le sue fattezze, che è ora in preparazione da Madame Tussauds (nella quale, ancora pelato, senza la chioma bionda da Sigfrido attempato, assomiglia a un anziano imperatore romano), rivela la natura stessa del personaggio, la sua essenziale concavità da riempire, progressivamente, di contenuti e priorità. Dimentichiamoci, dimenticatevi di muri divisivi con il Messico, di frontiere chiuse ai musulmani. Erano ballons d’essai, petardi da gettare tra la folla. Di quello che Trump ha dichiarato in campagna elettorale nessuno sa cosa verrà messo effettivamente in pratica, e il primo a non saperlo esattamente è proprio lui, mago dell’estemporaneo, Fregoli impenitente, biscazziere delle idee.

Quanto sarà realmente isolazionista e protezionista? In che misura guiderà l’America a una presenza più muscolare contro il Califfato e il terrorismo islamico?, sarà l’artefice di una riabilitazione putiniana? Ci libererà definitivamente dalla polizia del pensiero del politically correct? Renderà le città americane più sicure? Questi e altri quesiti restano sospesi, le risposte arriveranno non prima di gennaio quando entrerà alla Casa Bianca e si insedierà la nuova Amministrazione. Tutti gli uomini del Presidente, la task force addetta all’ordine interno e )forse) all’ordine mondiale

Quanto a Israele, la vittoria di Trump rafforza indubbiamente l’immagine di Benjamin Netanyahu da lui elogiato e invitato presto a Washington per un incontro, ma attenzione, al contrario di Trump, Netanyahu è una vecchia e scafata volpe della politica. Non si farà stringere troppo dall’abbraccio del neoeletto. Il Re saggio sa che coloro i quali sono più realisti di lui possono danneggiarlo. Spostare, come ha dichiarato Trump, l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, sarebbe un atto politico di dirompente partigianeria dal quale i delicati bilanciamenti mediorientali verrebbero imprudentemente scossi. Come avrebbe detto Talleyrand, “Sarebbe peggio di un crimine, sarebbe un errore”. La Realpolitik è necessaria a Netanyahu come a Israele la barriera difensiva.

E’ probabile e auspicabile che il trasferimento dell’ambasciata non avvenga. Nell’attesa inganneremo il tempo con ulteriori proiezioni. Saranno ancora tante. Intanto Trump si gode il trofeo conquistato e prepara, c’è da giurarci, quattro anni in cui non sbadiglieremo.

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