Israele e Medio Oriente

Gerusalemme capitale di Israele: La svolta americana

Oggi, intorno alle tredici ora americana, Donald Trump annuncerà che Gerusalemme è la capitale di Israele. Si tratta di un’ovvietà sotto il profilo storico e politico che soltanto la foglia di fico dell’ipocrisia può tentare maldestramente di occultare. Gerusalemme è di fatto da sempre la capitale politica dello Stato ebraico, lì vi sono ubicati il Parlamento, la Corte Suprema e la residenza del Primo Ministro, elementi concreti che ne sanciscono empiricamente il ruolo di capitale effettiva.

La dichiarazione di Donald Trump, di cui non conosciamo ancora la precisa formulazione, non fa che certificare questa realtà e renderla palese. La dichiarazione non riguarderà ne può riguardare i confini della sovranità israeliana su Gerusalemme, essendo questi da definirsi propriamente su di un piano giuridico-politico in una ambito negoziale con la controparte araba. Ciò che conta è la portata simbolica e politica di un riconoscimento da lungo tempo atteso il quale attesta una svolta determinante nella politica statunitense relativa a Israele, la quale rompe in modo netto con l’atteggiamento attendista ed equidistante degli USA relativamente allo status di Gerusalemme, dal 1967 ad oggi.

Impensabile che una decisione di questa portata, la quale, di concerto sarà abbinata a quella di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, così come Trump aveva promesso in campagna elettorale, non sia stata accuratamente pianificata anche con il tacito consenso del principale alleato arabo degli USA in Medioriente, l’Arabia Saudita.

Al di là delle dichiarazioni d’ufficio dell’attuale monarca, re Salman, il quale ha evidenziato l’inopportunità della decisione americana, l’Arabia Saudita ha sulla propria agenda altre priorità rispetto a quella della “causa palestinese”.




La convergenza ritrovata con Washington, dopo il forte raffreddamento negli anni dell’Amministrazione Obama, avente come principale fonte di contrasto l’Iran, è oggi anche una convergenza con Israele centrata sul comune obbiettivo di limitare l’influenza sciita nella regione. La rivendicazione musulmuna su Gerusalemme, la sua forte politicizzazione, è stata ’altronde soprattutto dal 1979 a oggi, una priorità di Teheran e con modalità minore saudita, andata, in questo senso, sempre più scemando.

Dunque, la decisione dell’Amministrazione Trump si inquadra in uno scenario mediorentale fortemente mutato, in cui la sponda arabo-sunnita alle rivendicazioni palestinesi su Gerusalemme è diventata assai meno consistente.

In questo senso Mohamed bin Salman, il futuro re saudita, e oggi il principale attore politico del regno, ha proposto ad Abu Mazen un piano di pace il cui contenuto, secondo indiscrezioni, ridimensiona notevolmente le aspettative arabo-palestinesi, concedendo a un eventuale futuro Stato palestinese la sovranità solo su piccole porzioni della Cisgiordania e l’espansione di Gaza nel Sinai del nord in modo da consentire a un nascente stato una estensione territoriale che, diversamente da quella in Cisgiordania, non comprometterebbe la sicurezza di Israele. Il piano prevederebbe inoltre che i palestinesi non abbiano alcuna sovranità su Gerusalemme ma possano stabilire la loro capitale nel sobborgo gerosolimitano di Abud Dis.

Nessun azzardo trumpiano, ma una decisione accuratamente meditata e costruita a tavolino con la cooperazione israeliana e la sponda saudita.

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