Israele e Medio Oriente

I rapidi cambiamenti del Medio Oriente: Michael Sfaradi intervista Ido Zelkovitz

Il Dottor Ido Zelkovitz, 36 anni, è uno degli esperti di medioriente più intervistati sia dai media israeliani che da quelli internazionali dai quali è considerato uno sorta di Guru del settore. Nonostante la giovane età ha un curriculum di tutto rispetto. Dopo aver maturato esperienza sia presso l’Università del Minnesota che presso la Georg August Universität di Göttingen in Germania è diventato docente di storia del Medio Oriente all’Università di Haifa. È specializzato nell’analisi della politica mediorientale ed è ricercatore presso il centro EZRI per gli studi sull’Iran e Golfo Persico con particolare attenzione alla politica e società palestinese.

Il confronto fra l’Arabia Saudita e l’Iran sta tenendo con il fiato sospeso, cosa dobbiamo aspettarci?
È solo una rottura diplomatica. Le due parti mostrano i muscoli perché l’egemonia sul Golfo Persico è importante per poter essere alla base di questa ‘guerra fredda’ ma non al punto da arrivare a uno scontro armato. Nel caso le tensioni si potrebbero ripercuotere anche sul prezzo del petrolio al momento piuttosto basso, creando disquilibri che potrebbero portare le nazioni occidentali ad acquistarlo altrove. Nonostante ciò nessuna delle parti può cedere sull’egemonia nel golfo. Si tratta di politica impregnata di motivazioni teologiche, di rispetto e potere nel mondo islamico in generale e in quello arabo in particolare. Credo che alla fine sarà l’Arabia Saudita che continuerà ad essere il faro dell’Islam, le altre nazioni sunnite che si affacciano sul golfo, infatti, in queste ore stanno interrompendo le relazioni diplomatiche con l’Iran.

Eppure un confronto armato fra Iran e Arabia Saudita lo vediamo nello Yemen
Anche quei piccoli scontri a fuoco, saltuari bombardamenti delle forze alleate di Teheran o come abbiamo appena visto l’esecuzione dell’Iman Sciita sono azioni che fanno parte della ‘politica dei muscoli’, non possiamo catalogarle come guerra aperta, mancano di intensità e di continuità per considerarle tali.

Perché il mondo arabo non è intervenuto in aiuto della popolazione civile nella guerra siriana?
Non è cosa nuova, il sogno panarabo non si è mai realizzato. Ha seguito strade diverse da quelle preventivate nel 1945 con la costituzione della Lega Araba che proteggendo interessi di singole nazioni senza una visione collettiva ha fatto naufragare gli intenti con i quali era stata creata. Non è vero che le nazioni arabe non intervengono nella guerra civile siriana, lo fanno eccome, ma seguendo interessi che non salvaguardano la popolazione civile. I sauditi finanziano una parte dei rivoltosi a causa dell’acredine fra Alawiti e Sunniti, i vertici di Hamas non potendo prendere posizione, si sono improvvisamente trovati fra due fuochi, hanno abbandonato la Siria che li aveva protetti e l’Iran, direttamente o per mezzo di Hetzbollah, combatte al fianco di Assad. Tutto questo senza che nessuno pensi alle sofferenze della popolazione civile.

La Russia però è ora presente in Siria
La Siria è stata una base operativa russa fin dai tempi dell’Unione Sovietica, sia dal punto di vista logistico che di intelligence. L’alleanza con la famiglia Assad ha una storia lunga e non si può colpire il dittatore siriano senza ferire l’orso russo. Il meglio delle forze russe è impegnato a mantenere il potere nelle mani di Assad perché una sua caduta sarebbe per Mosca una sconfitta. C’è anche un messaggio chiaro all’Europa e a Obama: la Russia è tornata ad essere una potenza militare ed economica con la quale bisogna fare i conti, tutto questo è dimostrato dallo spiegamento dei vettori S400 e, anche se non ce n’era bisogno visto che gli stessi target potevano essere colpiti in maniera più semplice, dall’uso di missili a lunga gittata che dal Mar Caspio hanno sorvolato l’Iran e l’Iraq prima di distruggere obbiettivi logistici delle fazioni anti Assad. Anche in questo caso si è trattato di una dimostrazione di forza e nel contempo sono stati provati nuovi armamenti, quelli che caratterizzeranno gli equilibri militari nei prossimi anni.

Nonostante questo Israele collabora con la Russia
Non è collaborazione, si tratta di accordi per evitare scontri fra le forze presenti sul teatro. Mosca è sempre stata alleata dei nostri nemici e un avvicinamento strategico ai danni degli USA sarebbe un errore che pagheremmo caro per generazioni intere. Putin non ha alcun sentimento nei confronti degli alleati, e nonostante i problemi con l’attuale amministrazione americana che avranno strascichi importanti nel tempo, sono troppi gli interessi israeliani negli USA e troppi quelli statunitensi in Israele per pensare a un cambio di rotta repentino della politica estera delle due nazioni.

E la Turchia di Erdogan in questo scenario?
Se è all’abbattimento del jet russo che si riferisce l’azione non è avvenuta su indicazioni NATO, si è trattato di difesa territoriale.

Per 10 secondi di sorvolo?
Se un aereo russo avesse sorvolato lo spazio aereo israeliano sarebbe stato abbattuto?

Non dopo 10 secondi
…e io non ne sono convinto. Dal punto di vista dei militari questi sono ordini preventivi a cui si obbedisce senza esitare. Fra Turchia e Russia ci sono anni di attrito che non hanno mai avuto sfogo e anche l’abbattimento è stato un messaggio chiaro che Putin ha mal digerito, considerando poi che gli aerei russi bombardano in Siria gli alleati della Turchia è facile trarre conclusioni.

Sulla questione israelo – palestinese le chiedo: a Ramallah c’è Abu Mazen che è presidente dal 2005 per un mandato di 4 anni, siamo nel 2016 e ancora non si parla di elezioni presidenziali.
E non se ne parlerà per parecchio tempo ancora. Alla fine del mandato, nel 2009, Abu Mazen non poté dimettersi a causa del colpo di stato di Hamas nella Striscia di Gaza. Per andare alle elezioni presidenziali i palestinesi dovrebbero raggiungere un accordo per un governo di unità nazionale, cosa al momento possibile solo sulla carta ma non ‘di fatto’. Abu Mazen, memore delle elezioni del 2006, con contrasti interni a ogni livello non ha interesse ad abbreviare i tempi. Il malcontento nella società palestinese, e non solo verso Israele, è palese e all’attuale classe dirigente serve la sicurezza di avere la maggioranza dei voti. È chiaro poi che non c’è al momento qualcuno che sostituendo Abu Mazen possa aprire reali trattative di pace con Israele, bisognerà aspettare ancora qualche anno prima che venga alla luce quel nuovo personaggio che abbia il carisma per traghettare i palestinesi dalla situazione attuale verso una sorta di democrazia occidentalizzata.
Nel frattempo Abu Mazen terrà il potere per tutto il tempo che gli sarà possibile e quando sarà costretto, non dimentichiamoci che ha circa 80 anni, lo passerà a qualcuno di sua fiducia evitando le urne. Le elezioni ci saranno solo dopo i cambiamenti che la popolazione palestinese chiede a gran voce e solo dopo che si sarà calmata la rabbia fin qui accumulata. Quanto sia nervosa la società palestinese lo si capisce da un dato fondamentale, Marwan Barghouti, in carcere in Israele dove sta scontando 5 ergastoli come mandante di attentati terroristici, è il più popolare fra i palestinesi al punto che tutti i sondaggi lo vedono diventare presidente in ipotetiche elezioni. Israele chiaramente non lo farà uscire dal carcere molto presto, sono troppe le colpe che deve espiare, e questo, ne sono sicuro, a Ramallah non dispiace a nessuno, anche per loro è una minaccia in meno all’orizzonte. Da parte israeliana la situazione non è migliore perché il premier Netanyahu, che conta su una maggioranza ristretta, sa che non può avventurarsi in ulteriori concessioni senza far collassare il suo governo, cosa che probabilmente riporterebbe gli israeliani alle urne.
Le continue aggressioni dell’Intifada dei coltelli hanno poi esasperato la popolazione civile israeliana al punto che gli esiti di un’ipotetica tornata elettorale sarebbero imprevedibili. Questo è il motivo per cui fino a oggi anche il governo israeliano non ha fatto molto per riavviare le trattative ormai impantanate da troppo tempo nonostante le pressioni internazionali. Ma non è tutto, nel momento in cui le trattative di pace dovessero riprendere Israele deve presentarsi con un programma preciso dove sono chiari i limiti delle eventuali concessioni e altrettanto chiare le richieste di sicurezza e di come questa sicurezza debba essere garantita. Al contrario gli interessi dell’altra parte potrebbero rivolgersi contro e nessun governo israeliano, non importa di che colore politico, può più permettersi errori né di carattere politico, né di carattere militare né, e soprattutto, di carattere strategico.

In base alla sua esperienza dopo quasi otto anni di amministrazione Obama il medioriente è più sicuro, meno sicuro, com’è esattamente?
Il medioriente di oggi è una regione in rapido cambiamento, cambiamento che viene anche dall’interno non solo dalle pressioni delle grandi potenze. Se noi osserviamo la politica portata avanti dall’amministrazione Obama negli ultimi otto anni vediamo che due nazioni, Iraq e Siria sono crollate, non includo la Libia che strategicamente fa parte del nord Africa. Per quello che riguarda l’Iraq la responsabilità è diretta della politica della Casa Bianca che ha adottato una strategia che si è rivelata fallimentare. C’è comunque un problema di base, la costruzione di una democrazia liberale, bene assoluto per l’occidente, non è la medicina per il malato mediorientale. Per creare dal nulla una democrazia serve una nazione stabile per un certo numero di anni che lentamente, con riforme politiche liberali e con una politica sociale, porti benessere alla popolazione. Solo seguendo questa strada si arriva a creare una democrazia compiuta. Perché questo accada in medioriente servono almeno un numero di anni pari a quelli di una generazione considerata dal punto di vista sociologico e cioè dai 25 ai 40 anni. Queste cose purtroppo qui non accadono. Il desiderio dell’occidente di rovesciare regimi dittatoriali senza avere una strategia che avesse pronto un cambio al potere, come in Iraq o Libia ha creato situazioni di anarchia totale con una regressione che ha lasciato il posto all’idea del califfato islamico che ha avuto gioco facile in zone dove c’era un vuoto di potere. È successo in Iraq, sta succedendo in Siria e probabilmente accadrà anche in Libia. Se guardiamo alla politica estera americana Obama non ha molti successi di cui vantarsi, anche se dal punto di vista degli americani lui era l’uomo che doveva far uscire l’esercito americano dall’Iraq, queste erano le promesse in campagna elettorale e le ha mantenute. Gli Usa avrebbero dovuto lasciare il medioriente solo dopo aver messo al potere una classe politica capace di governare, ma se dopo il crollo della Siria e dell’Iraq i militari americani saranno costretti a tornare in medioriente la sconfitta politica sarebbe impressionante. Non dobbiamo dimenticare però che Obama è stato eletto per risolvere i problemi economici americani e non per portare la pace in medioriente, la nostra regione non era in testa ai suoi programmi e per quello che riguarda l’economia americana ha ottenuto discreti successi.

Nel vuoto di potere che si è però creato in Iraq abbiamo visto il sorgere di ISIS (DAESH) che oggi in qualche modo impressiona il mondo intero
Non è esattamente così, è un po’ più complicato. Dopo l’uscita delle forze armate americane si è creata una nazione, o meglio rinasce la nazione dove gli eletti sono sciiti e anche la riforma in seno alle forze armate irachene ha cambiato le regole del gioco. Durante la dittatura di Saddam Hussein l’esercito iracheno era comandato da ufficiali sunniti mentre ora anche all’interno dell’esercito i posti di comando sono in mano agli sciiti. Molti ufficiali e soldati dell’era Saddam dopo la ricostruzione dell’esercito iracheno si sono ritrovati fuori dai giochi e, in qualche modo, hanno dovuto reinventarsi, questa è la cornice dentro la quale incomincia ad esserci una nazione islamica nel nord dell’Iraq. Da qui cominciano i veri problemi fra le forze sunnite e quelle sciite ma a distanza di tempo siamo anche testimoni di un fenomeno che in occidente viene sottovalutato, e cioè che sono molti gli affiliati a ISIS che cercano di rientrare nei territori dello stato iracheno con la speranza di riacquistare la cittadinanza.

Quanto è pericoloso ISIS oggi?
Pericoloso per chi, e soprattutto dove?

Pericoloso in generale, in medioriente o anche in Europa
Io credo che bisogna osservare ISIS da punti di vista diversi, innanzitutto le varie sigle che si sono succedute fino allo Stato Islamico, sono state la cartina di tornasole dei cambiamenti interni al movimento che anche se prende vita nei posti dove il vuoto di potere era evidente ha nel suo programma ideologico l’allargamento delle zone di influenza sulle quali poi imporre le regole della Sharia. Lo Stato Islamico diventa estremamente pericoloso per coloro che vivendo in zone cadute sotto il dominio del Califfo non vogliono vivere secondo queste regole. Abbiamo fino ad oggi visto scorribande, anche pesanti ed estremamente violente, dei guerrieri dello Stato Islamico, scorribande che sono avvenute in zone dove non c’era alcuna resistenza armata o se c’era era molto debole. Questo ha creato il mito di ISIS. Non abbiamo però ancora visto gli stessi guerrieri confrontarsi con nazioni militarmente avanzate con eserciti regolari, sono convinto che anche dal punto di vista strategico non sono in grado di reggere in confronto. Fino ad oggi hanno fatto la ‘voce grossa’ solo in zone dove gli stati erano assenti e sono stati bravissimi ad usare i media per far passare il loro messaggio di terrore, perché creare terrore nelle nostre menti è uno degli obbiettivi di questo Stato o organizzazione islamica.

Sta dicendo che tutte le immagini che abbiamo visto negli ultimi tempi con teste che rotolano o persone bruciate vive è solo una questione di propaganda?
C’è tanta propaganda perché la via con la quale lo Stato Islamico riesce a sottomettere le persone è proprio il terrore del giorno per giorno, ci sono due tipi di persone che si associano a ISIS, quelli che lo fanno perché ci credono, come ad esempio i giovani che arrivano dall’Europa e che lo fanno perché convertiti all’estremismo islamico o persone che vivono in zone finite sotto il controllo di ISIS e che per sopravvivere sono costretti a fare buon viso a cattivo gioco nell’attesa che lo stato, Siria o Iraq a seconda dei territori, mandi l’esercito per ristabilire l’ordine e riprendere il controllo. Non bisogna neanche dimenticare che il terrore è un’arma di inibizione nei confronti di coloro che vivono in territori vicini a quelli già sotto controllo di ISIS e che potrebbero cadere nelle loro mani. Si tratta di povera gente che vive in piccoli centri, gente consapevole del fatto che nel momento in cui i furgoni armati arrivano la loro vita deve cambiare altrimenti loro stessi diventeranno i tragici protagonisti dei nuovi filmati. Terrore che semina nuovo terrore è in pratica il sistema di controllo attuato in quelle aree. Oggi come oggi ISIS non è pericolosa per il medioriente perché come dicevo prima la sua logistica e le sue dotazioni non possono permetterle un confronto armato con degli eserciti strutturati. Come già detto questa organizzazione che si fa chiamare ‘Stato Islamico’ non può reggere il confronto con la Giordania, non lo può reggere con l’Egitto e meno che mai nei confronti di Israele, e questo non lo può fare da nessun punto di vista.

E la parte di ISIS che si trova oggi in Libia e che ha già cominciato a minacciare l’Italia?
ISIS può nascere spontaneamente in ogni posto, basta un matto qualsiasi, singolo o in gruppo, che si associa alla sua ideologia o ai suoi fini e che porta a termine un attentato terroristico a suo nome facendo girare il video nei mainstream ha già conquistato la prima pagina dei giornali e crea la falsa sensazione che lo Stato Islamico si trovi in ogni posto mentre la realtà, fortunatamente è diversa. Si crea così una situazione solo in minima parte reale ma che per vie virtuali sembra essere immensa. Lo stesso Stato Islamico prima ancora di essere una nazione con esercito, polizia, governo e istituti statali di ogni tipo è attualmente una organizzazione reale con uno Stato in massima parte virtuale.

In Europa i governi stanno prendendo coscienza che ci sono molti giovani, convertiti da altre religioni o musulmani di seconda o terza generazione, che dopo aver ricevuto addestramento militare ritornano a casa. Quanto possono essere pericolose queste persone?
Molto, molto pericolose. Questi giovani non tornano con il solo addestramento alle armi o agli esplosivi, tornano dopo un pesante lavaggio del cervello di tipo ideologico, tornano dopo aver preso parte a una sanguinosa guerra civile, e tutto questo influenza in maniera importante i pensieri e il modo di essere di questi singoli che sono potenzialmente delle ‘bombe a orologeria’. L’Europa deve cambiare l’approccio con queste novità e se non trova il modo per confrontarsi con tutto questo instaurando una politica nei confronti di questi giovani che sono cittadini europei, potrebbe ritrovarsi in una situazione di attentati terroristici a raffica portati proprio dai suoi cittadini. È a mio avviso necessario che le autorità europee ripensino nuovamente a tutte le misure di prevenzione perché il vecchio continente, che è un simbolo della democrazia liberale dove la libertà di parola e di pensiero è garantita in ogni nazione che la compone, può essere un obbiettivo preferenziale, e lo è già stato a Parigi, Londra e Madrid. Le autorità europee devono trovare una via che mantenendo le libertà primarie possa permettere un’azione di intelligence tale da prevenire ogni possibile attacco, un’azione di intelligence che però deve essere poi effettivamente coadiuvata da decise prese di posizioni politiche. Il fatto che alcuni dei terroristi che hanno portato a termine l’attentato a Parigi fossero tornati in Francia usando dei passaporti falsi o che girassero con documenti contraffatti è un segno tangibile che c’è del lavoro da fare e che questo lavoro va fatto subito. Il profilo del terrorista è una delle cose più dinamiche che esistano, in Israele durante la seconda Intifada i profili cambiavano nel giro di pochissimo tempo. In un certo momento dicevano che il terrorista potenziale era uomo intorno ai venti anni e, improvvisamente, a farsi esplodere sono state donne intorno ai 35 anni di età. La guerra al terrorismo chiede purtroppo un cambiamento nella dialettica a cui siamo abituati… cosa che in un mondo statico e decisamente difficile da attuare.

Michael Sfaradi per Progetto Dreyfus

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