Israele e Medio Oriente

Il 99 per cento dei “profughi palestinesi” è falso | di Daniel Pipes

Nelle parole di un veterano di Washington, il problema dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’assistenza ai profughi palestinesi (Unrwa), la principale agenzia dell’Onu che si occupa dei palestinesi, è sempre grave ma mai urgente.

Beh, è diventato urgente!

Ecco perché il presidente  Trump ha twittato “con i palestinesi che non vogliono più parlare di pace, perché dovremmo erogare loro in futuro una di quelle consistenti somme?” E poi, l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, ha aggiunto che il governo statunitense è pronto a tagliare i fondi all’Unrwa. E, secondo quanto riportato da Axios, sono stati congelati 125 milioni di dollari (anche se in seguito tale notizia è stata smentita.)

I contribuenti americani sono i maggiori donatori dell’Unrwa, con 370 milioni di dollari versati nel 2016. Basterebbero poche spese per tagliare il bilancio federale, perché l’Unrwa ha una lunga serie di comportamenti scorretti: istigazione contro Israele, sostegno ai violenti attacchi contro gli ebrei, corruzione e il fatto di aver perpetuato il problema dei rifugiati (anziché risolverlo). Non sorprende che siano stati compiuti numerosi tentativi da parte del Congresso per tagliare i fondi. Ma come è stato documentato da Steven J. Rosen riguardo alle dieci iniziative prese tra il 1999 e il 2014, ognuna di esse è fallita a causa dell’opposizione del governo israeliano.

Perché? Vi domanderete. Sì, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il governo di Israele vuole che gli Stati Uniti non congelino i finanziamenti all’Unrwa, per timore che un taglio agli aiuti possa causare una nuova Intifada, il crollo dell’Autorità palestinese (Ap) o una nuova guerra con Hamas. Inoltre, Gerusalemme considera l’Unrwa come un male minore rispetto ai destinatari alternativi dei finanziamenti, come l’Ap.

Forse stavolta, con il presidente che desidera bloccare i finanziamenti, questo potrà succedere? È improbabile, perché come indica una notizia israeliana, se il premier Binyamin Netanyahu approva pubblicamente un taglio agli aiuti da parte degli Stati Uniti, dietro le quinte egli cerca di bloccare rallentare tale mossa, e questo per le solite ragioni. Se così fosse, sarebbe difficile immaginare che il presidente e i membri del Congresso ignorino i suoi desideri, come non hanno mai fatto finora.

Se però i finanziamenti americani all’Unrwa fossero congelati, molti governi – e anche individui – potrebbero facilmente rimpiazzare i 370 milioni di dollari e avere degli incentivi per farlo. Il Qatar potrebbe consolidare il suo ruolo di paladino dei palestinesi. Pechino potrebbe assumere un ruolo nel cuore della politica araba. Mosca potrebbe riparare ad alcuni dei danni dovuti al fatto di essersi schierata con Teheran. Carlos Slim, il cui patrimonio nella classifica di Forbes ammonta a 67,9 miliardi di dollari, potrebbe decidere di lustrare le sue credenziali arabe. Peggio ancora, se qualcuno di questi benefattori colmasse il gap finanziario, l’amministrazione Trump sarebbe inefficiente e isolata.

E anche se nessuno rimpiazzasse i finanziamenti americani, negare gli aiuti all’Unrwa non risolverebbe il problema, che non risiede nelle attività sponsorizzate dell’Agenzia ma nel fatto di perpetuare ed espandere la popolazione di “profughi palestinesi” in tre modi singolari e persino bizzarri: consentendo di immortalare questo status di rifugiato trasmettendolo da una generazione all’altra; mantenendo lo status dopo che i profughi hanno acquisito una cittadinanza (come quella giordana); e assegnando lo status di rifugiati ai residenti di Gaza e della Cisgiordania, che vivono nella presunta patria palestinese. Questi stratagemmi hanno consentito all’Unrwa di ampliare artificiosamente la popolazione di profughi che nel 1949 erano 600 mila e oggi sono 5,3 milioni. Ma da una conta accurata dei profughi veri risulta che essi sono attualmente circa 20 mila.

Pertanto, pur condividendo con entusiasmo gli obiettivi politici di Trump, penso che congelare i fondi non sia la tattica giusta. Sarebbe meglio concentrarsi sullo status di “profughi palestinesi”. Negare questa condizione a tutti coloro che non rientrano nella ordinaria accezione di profugo formulata dal governo americano (nel qual caso occorre avere almeno 69 anni, essere apolidi e non vivere in Cisgiordania o a Gaza), riduce di oltre il 99 per cento il pericolo irredentista per Israele. Inoltre, definire lo status di ” profugo palestinese” consente a milioni di palestinesi di vivere in modo più sano, affronta il nucleo oscuro dell’antisionismo arabo e aiuta a risolvere il conflitto arabo-israeliano

Di conseguenza, propongo che il presidente modifichi la politica americana per lavorare con Gerusalemme e continuare a inviare aiuti ai palestinesi, facendola dipendere dalla stragrande maggioranza di destinatari che ammettono formalmente di non essere profughie di non esserlo mai stati.

Il Middle East Forum, che lavora su questo tema dal 2010,  ha proposto una normativa per attuare questo cambiamento. È semplice e fattibile, poiché non c’è niente di più bello che riportare i rapporti di Washington con l’Unrwa in sintonia con la legislazione e la politica degli Stati Uniti. È arrivato il momento.

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

Qui l’articolo originale in lingua inglese

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