Editoriali

Il Ritorno del Reprobo

Il nemico pubblico numero uno per la sinistra, colui che avrebbe dovuto essere spazzato via dalla scena politica a causa di faragginose accuse di corruzione, il più longevo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, è tornato alla ribalta e si appresta a governare, questa volta senza dove ricorrere a puntellare il suo prossimo governo, il più a destra della storia del paese, con alleati poco solidi.

Alla sua destra, (è il caso di dirlo), ci sono “l’erede” di Meir Kahane, Ben Gvir, e Bezalel Smotrich per il quale Israele dovrebbe essere governato secondo i principi della Torah. Non proprio due moderati. Saprà Netanyahu tenerne a bada gli spiriti più oltranzisti, o avrà dei grattacapi? E’ presto per dirlo.

Bibi Netanyahu è un mago dell’alchimia politica, un abilissimo e spregiudicato tessitore di tele. Non ha delfini, non li ha mai voluti, li ha bruciati tutti sulla strada. Après moi le déluge, potrebbe essere il suo motto, certamente non, dopo di lui, Naftali Bennett, o Gideon Sa’ar, o Ayelet Shaked. La vittoria è tutta sua, gli altri possono aspettare e mostrare presto le corde, rivelando la loro inconsistenza, in modo particolare quando riescono a diventare premier (o usurpatori?) come fu il caso di Bennett.

Nessuno può sostenere che Netanyahu non abbia la stoffa del leader, che non abbia saputo infondere nei lunghi anni della sua gestione di Israele, la convinzione che leader lo si è dalla nascita e che dunque il suo destino possa essere solo questo, fino alla fine. A 73 anni ha un grande futuro dietro le spalle ma anche uno nuovo da spendere.

Straordinario promotore di Israele, infaticabile viaggatore, con un ampio portafoglio di relazioni internazionali, alcune assai discutibili ma ancora (fino a quando?) necessarie, come quella con Vladimir Putin, Netanyahu non è uomo da ardimenti o decisioni repentine (scordiamoci Begin o Sharon), ma è un solerte e prudente amministratore dello status quo. Di Giulio Andreotti potrebbe fare sua la frase, “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, specialmente in un paese dove tirare le cuoia può essere facilissimo essendo ebrei se non si fosse protetti da un esercito e da un apparato di sicurezza formidabili.

Non c’è nel curriculum di Netanyahu nessuna decisione politica dirompente, nessuna azione che abbia modificato gli assetti generali, e se quando governava lui vi sono stati cambiamenti rilevanti come lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, la sospensione dei fondi all’Unrwa e all’Autorità Palestinese (poi ripristinati dall’Amministrazione Biden), e i più cauti e ancora in fieri Accordi di Abramo, lo si deve principalmente a Donald Trump a cui Netanyahu ha fatto da spalla lasciando al Presidente americano, inevitabilmente, il ruolo dell’attore principale.

Ora è tornato in sella, consegnadoci la foto di un paese diviso in due blocchi che si delegittimano ferocemente a vicenda, ma soprattutto un paese dove, e va detto con chiarezza, nessuno finora è stato in grado di fornire una alternativa migliore a quella del suo lungo (salvo breve interruzione) regno.

   

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