Il viaggio di Trump in Medio Oriente: le questioni scottanti

Nello spostamento dei vari tasselli che dovrebbero comporre il disegno della politica mediorientale dell’Amministrazione Trump, nulla è dato per scontato, soprattutto con un personaggio come il presidente americano i cui cambiamenti, marce in avanti e marce indietro, ci hanno abituato a continue sorprese.

Archiviato per lo sconforto degli isolazionisti ultranazionalisti lo slogan elettorale American First, Trump sembra essersi convertito a “istanze superiori”. Sarebbe a dire quelle che pongono gli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi nel ruolo di superpotenza garante della democrazia, il “giroscopio dell’ordine mondiale” secondo la definizione di Edward House.

Il primo viaggio internazionale di Trump toccherà il Medioriente con tappa iniziale a Riad prima e poi, subito dopo, in Israele. Su queste pagine Daniel Pipes ha sottolineato come la tappa in Arabia Saudita abbia la funzione di ribadire l’appoggio statunitense al regime sunnita in funzione antagonista a Teheran. Dopo il disgelo obamiano che ha fornito all’Iran il lasciapassare per il programma nucleare, la nuova amministrazione lo ha riconfermato quale antagonista principale degli Stati Uniti in Medioriente.

Nel suo incontro lo scorso marzo con Trump alla Casa Bianca, Benjamin Netanyahu aveva ribadito che Israele considera l’Iran la minaccia principale per la propria sicurezza e per quella della stabilità regionale in toto. Le incursioni mirate israeliane in Siria e sul Golan nei confronti di Hezbollah hanno non solo l’obbiettivo di colpire il rifornimento d’armi in parte russe che l’Iran fornisce alla formazione sciita libanese, ma anche quello di cercare di impedire il consolidamento di quest’ultima in Siria in funzione antiisraeliana.

Nell’incontro di marzo Trump aveva anche accennato a un maggiore coinvolgimento sunnita per favorire la riapertura dei negoziati tra Israele e l’Autorità Palestinese. Il viaggio a Riad difficilmente non toccherà anche questo argomento.

A questo proposito la prima domanda è, sotto quale prospettiva si riapriranno, se si riapriranno, i negoziati? Non è un mistero per nessuno che Trump, come tutti i suoi predecessori, vorrebbe segnare un risultato importante in merito al conflitto arabo-israeliano, e in questo senso l’unico interlocutore obbligato in campo palestinese è Abu Mazen a sua volta appena ricevuto a Washington. Il problema è che quest’ultimo gode di una popolarità minima nei territori, ulteriormente inficiata dalla contrapposizione con Hamas culminata in questi giorni con la decisione dell’Autorità Palestinese di rifiutarsi di pagare per la fornitura elettrica di Gaza.

La lotta per il basto del comando tra Fatah e Hamas non è mai cessata, così come non è mai cessato il gioco di sponda tra Fatah e il gruppo integralista islamico. La faccia presentabile di Abu Mazen relativamente all’occidente è infatti quella di un Giano bifronte, il quale, nonostante collabori con Israele relativamente al mantenimento della sicurezza nella West Bank , al contempo non solo non ha mai impedito il propagarsi di una virulenta propaganda antiisraeliana e antisemita (la narrativa che fornisce Fatah relativamente agli ebrei e a Israele è praticamente identica a quella di Hamas), ma sostiene di fatto economicamente i terroristi in carcere e le loro famiglie.

Con quale legittimità popolare potrà Abu Mazen sedersi eventualmente a un tavolo con Netanyahu e quali saranno le condizioni che gli Stati Uniti porranno a Israele? Questa è la seconda domanda. L’entusiasmo iniziale dell’ala più oltranzista del governo Netanyahu nei confronti di un presidente americano percepito come grande amico di Israele e dunque sostanzialmente pronto a concedergli carta bianca sembra essersi smorzata, e con buone ragioni.

Per quanto Trump non sia ideologicamente avverso a Israele come lo era Obama, il suo iniziale abbraccio caloroso nei confronti dello Stato ebraico corredato dalla promessa di spostare a Gerusalemme da Tel Aviv l’ambasciata americana, sembra essersi allentato. Lo stesso Netanyahu appare più guardingo, anche se è di ieri il suo esplicito appoggio relativo all’eventuale trasferimento dell’ambasciata che di fatto comporterebbe un passaggio di dirompente impatto simbolico.

Tuttavia, prima di Gerusalemme, Trump sarà a Riad. Riad vale bene una messa?

Niram Ferretti

Niram Ferretti

Nato a Milano ha vissuto a Roma laureandosi in filosofia teorica presso l’Università Gregoriana. Ricercatore indipendente relativamente al conflitto arabo-israeliano di cui si occupa da anni, collabora con l’Informale fin dall’inizio e attualmente con Progetto Dreyfus. Alcune sue interviste sono apparse su Frontpage Magazine, JihadWatch, Daniel Pipes Org. Un suo saggio sulla propaganda contro Israele è di prossima pubblicazione.

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