Islam e Islamismo

ISIS e mito: l’islamismo oltre Daesh

Ormai nell’immaginario collettivo l’Islam cattivo è riassunto dall’ISIS o Daesh, i feroci esponenti del Califfato con sede a Raqqa. Tutto il resto, le altre costellazioni estremiste, le altre sigle del terrore scompaiono, diventano ininfluenti, marginali, addirittura quasi irrilevanti. L’ISIS ha fagocitato completamente il male e il nostro immaginario, come la Morte Nera di Guerre Stellari, o Mordor, la tenebrosa terra di mezzo del Signore degli Anelli.

L’epopea neomedioevale del Califfato, una fabula islamica torva e sanguinaria, rappresenta il più straordinario successo mediatico e di merchandising che il terrorismo islamico abbia saputo produrre negli ultimi decenni. Al cospetto dei video delle decapitazioni singole e collettive delle povere vittime vestite con uniformi penitenziali arancioni e uccise da boia neri muniti di spade, i video fatti in casa da Bin Laden, i suoi proclami deliranti e minacciosi, appartengono alla preistoria della comunicazione insieme alle cassette VHS e ai mangianastri.

Al Bhagdadi e i suo seguaci hanno confezionato con sapienza straordinaria un nuovo mito, e il suo successo, soprattutto su giovani musulmani o aspiranti convertiti, è stato enorme, basta scorrere il numero degli arruolamenti e delle adesioni ottenute in buona parte del mondo, soprattutto in Europa. Non tra diseredati e disadattati, come vorrebbe farci credere la vulgata imperante secondo la quale chi diventa terrorista lo fa perché non integrato abbastanza o socialmente disagiato, ma invece tra numerosi laureati e benestanti. Dopotutto il sogno, l’utopia di una società perfetta e ordinata all’insegna del sacro istituzionalizzato con un capo supremo che obbedisce alla volontà divina, perché non dovrebbe essere per molti anche acculturati, preferibile alle nostre imperfette democrazie? Come se fosse la prima volta che moltitudini scontente del “progresso” e delle sue ancelle, capitalismo e liberalismo , si siano votate ad una alternativa fatta di sangue e suolo, di capi guerrieri o condottieri pronti a restaurare un passato arcaico e leggendario per proiettarlo nel futuro.

La questione tuttavia non è questa. Si tratta dell’abbaglio infantile di pensare che l’ISIS, concentrato favolistico e terribile di violenza e fanatismo, una volta smembrato, dissolverà come un incubo da cui ci siamo risvegliati, la minaccia del terrorismo, dell’integralismo islamico. Quando e se Raqqa verrà espugnata, allora risplenderà la luce sul volto dei nostri eroi e potremmo tornare a raccontare ai bambini prima che si addormentino, la favola di un Islam buono e mondo, finalmente purgato da un bubbone purulento che infondo era solo un prodotto di fattori esogeni.

Hamas, Boko Haram, Hezbollah, Quds-Le Guardie Rivoluzionare Islamiche, la Rete Haqqani, Al-Qaeda, Al Nusra, Al-Shabaab e decine di altre sigle restano e resteranno operative anche quando l’ISIS dovesse essere distrutto. E la ragione è molto semplice. L’integralismo islamico, la fonte costante del terrorismo più sanguinario degli ultimi decenni, e purtroppo degli anni a venire, non nasce e non muore con l’ISIS ma ha robuste e ramificate radici. E queste radici traggono linfa da una interpretazione letteralista del Corano la quale ha prepotentemente riportato il jihad al centro della scena.

La sua matrice più recente la dobbiamo ai Fratelli Musulmani, l’organizzazione nata in Egitto alla fine degli anni Venti con la sua concezione puritana e rigorista di un ritorno all’Islam originario, la glorificazione della morte da preferire alla vita, il martirio e la violenza come ingredienti necessari nella lotta contro gli infedeli e il decadente mondo moderno da loro edificato. Mentre in Turchia, Atatürk  procedeva a una graduale de-islamizzazione dello stato, contemporaneamente Hassan Al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani indicava il VII secolo islamico come modello perfetto a cui guardare. Il nostro mondo, quello della jahiliyya (lo stato di ignoranza barbarica precedente l’arrivo del profeta) per lui e gli attuali integralisti può essere purificato solo dalla luce abbagliante del Corano. L’Occidente è il malato, l’Islam la cura. Cura per noi e per tutti quei musulmani i quali hanno deviato dalla strada giusta, anch’essi da rieducare.

Dietro il desiderio del ritorno all’origine, riformulato da Al Baghdadi, c’è una pulsione distruttiva e una volontà emendatrice che non verranno meno anche quando del Califfo e del suo torvo regno dovessimo non sentire più parlare.

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