Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

“Islamofobia”, come tacitare le voci libere

Pubblichiamo in anteprima uno stralcio del primo capitolo del nuovo libro di Niram Ferretti, Il capro espiatorio, Israele e la crisi dell’Europa, in uscita a settembre presso Lindau. 

La demonizzazione di Georges Bensoussan, massimo tra gli studiosi francesi di storia culturale dell’Europa e autore, tra gli altri, di libri decisivi come Genocidio, una passione europea, L’eredità di Auschwitz, Israele un nome eterno. Lo Stato di Israele, il sionismo e lo sterminio degli ebrei di Europa, si iscrive a pieno titolo in quell’ampio fenomeno che dietro l’alibi di combattere le discriminazioni e il razzismo, colpisce senza appello chiunque abbia parole critiche nei confronti dell’Islam.

Beninteso, Bensoussan, già direttore editoriale del prestigioso Memoriale della Shoah di Parigi, non ha, come Robert Redeker, il docente di filosofia francese il quale ha scritto nel 2006 su Le Figaro un pezzo di critica frontale e aspra nei confronti della religione islamica che lo ha poi costretto a vivere sotto scorta, attaccato la figura di Maometto o evidenziato la violenza che impregna le sure medinesi del Corano. No, egli si è limitato durante una trasmissione radiofonica andata in onda su France 2 il 10 ottobre del 2015 a citare un sociologo francese di origine algerina, Smain Laacher il quale aveva affermato, “L’antisemitismo [degli immigrati arabi], è già archiviato nello spazio domestico[…] ed è quasi naturalmente depositato nella lingua. Uno degli insulti da parte dei genitori ai loro figli quando li vogliono rimproverare, consiste nel chiamarli ebrei. Questo tutte le famiglie arabe lo sanno”[1].

La colpa dello storico francese è stata quella di pronunciare pubblicamente una condensazione icastica di questo assunto, ovvero, che in queste famiglie “l’antisemitismo si succhia con il latte materno”.

Su questa frase impronunciabile si è attivato immediatamente l’allarme rosso di associazioni che hanno ereditato la convinzione giacobina di essere custodi della virtù e della sanità pubblica francese. Le sigle che le contraddistinguono sono emblematiche, Ligue des droits de l’homme, Licra, MRAP, SOS-Racisme ainsi que le Collectif contre l’islamophobie en France – CCIF. Si stagliano qualifiche nobilitanti come “diritti dell’uomo” e “collettivo contro l’islamofobia“. Oggi, soprattutto in Francia, il paese che raggruppa la maggiore “presenza islamica europea, “l’slamofobia”, lo “psicoreato del nuovo millennio”, nella definizione di Robert Spencer e David Horowitz, è diventata secondo la religio laica del politicamente corretto, lo stigma peggiore con cui essere bollati.  Si difendono i “diritti dell’uomo” in modo speciale quando è l’antisemitismo islamico a essere messo sotto accusa. E’ uno dei paradossi della nostra epoca, perché nessun paese musulmano ha mai aderito alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, preferendo confezionarsi la propria il 19 settembre 1981 fondandola sul Corano e sulla Sunna.

Georges Bensoussan, come Robert Redeker prima di lui, paga lo scotto di avere evidenziato ciò che non può essere più detto, che il discorso antisemita è un fatto ereditario e trasmesso di generazione in generazione nel mondo islamico straripante di stereotipi antigiudaici ben fondati sulla tradizione islamica come ricordava, per ribadirli, Ahmad al Tayyib, il Grande Imam dell’Università di Al Azhar al Cairo, considerato un “moderato”, e quindi copiosamente importati da quella occidentale.

La conseguenza di tutto ciò è riassunta nell’ordalia a cui è stato sottoposto lo storico francese. Due processi a cui seguiranno due distinte sentenze di assoluzione (e nel momento in cui scriviamo pende il terzo grado di giudizio), ma, tra l’una e l’altra, la messa all’indice, l’applicazione dello stigma, la vergognosa mancanza di solidarietà nei suoi confronti della notabilità ebraica francese e soprattutto del Memoriale per la Shoah al quale Bensussan ha contribuito con l’estrema qualità del suo lavoro di ricerca e di divulgazione. Memoriale che, non solo non l’ha appoggiato e difeso ma gli ha dato il ben servito estromettendolo. Una storia emblematica e il segno tangibile di una capitolazione culturale, intellettuale, di una resa delle armi occidentale difronte all’imperio di una doxa interamente prona allo spirito del tempo, al suo micidiale soffio livellante. E colpiscono, per discordanza le parole di Boualem Sensal, il più celebre scrittore algerino contemporaneo il quale, durante il processo di primo grado, scrisse una lettera alla Presidente della XVII Camera Penale del Tribunale di Parigi in veste di testimone a favore dello storico francese:

“In Algeria, non c’è e non c’è mai stato, e spero che non ci sarà mai, un affaire Bensoussan. Come non c’è mai stato un affaire Sansal. In Francia, per aver denunciato l’islamismo e attirato l’attenzione del pubblico sulla sua incredibile capacità di attrazione sui giovani privi di riferimenti, e per aver dichiarato che l’islam non è compatibile con la democrazia, sono stato considerato da alcuni un islamofobo. In Algeria niente di tutto questo, esprimo le stesse opinioni, i miei libri vendono e sono letti, i miei interventi in Francia sono ripresi quasi ogni giorno dai media algerini, e spesso duramente commentati, ma mai sono stato accusato di islamofobia. Le parole che si rimproverano a Georges Bensoussan in Francia fanno parte dei discorsi che tengo quasi quotidianamente in pubblico in Algeria… Dire che l’antisemitismo fa parte della cultura islamica, è semplicemente ripetere ciò che dice il Corano, ciò che viene insegnato nella moschea (che è prima di tutto una scuola) e senza dubbio in molte famiglie tradizionaliste. L’antisemitismo è un riflesso acquisito molto presto. Poi la vita farà sì che si praticherà o si respingerà ciò che si è appreso”[2].

La società algerina come esempio di libertà di pensiero maggiore riguardo all’Islam rispetto alla Francia lascia poco spazio a commenti ulteriori se non all’ovvia considerazione che si è interrotto in modo drammatico e lacerante il rapporto con la realtà e la verità dei fatti, con il loro ordine preciso, consequenziale. E tutto questo è la conseguenza di nuove parole d’ordine, e del glutine ideologico che ha invischiato profondamente la cultura e la società francese in primis ma certo non solamente, trasformando la pharresia in onta, in esercizio rischioso e quasi impraticabile. Non è questo in fondo lo scopo che si sono sempre prefissati i regimi autoritari nella loro volontà di silenziare le parole di dissenso, nello sterilizzare il vocabolario da ciò che non fosse conforme alla vulgata egemone?, come ci ricorda Alain Besancon commentando 1984 di Gorge Orwell: “Blocchi di parole, e gruppi di nozioni corrispondenti, sono stati messi fuori corso. Non è più possibile raggiungerli, né con le parole della vecchia lingua, dimenticate e proscritte, né con le parole del newspeak che sono costruite per eliminare ogni pensiero non conforme“[3].

E negare che la democrazia non possa a suo modo-non attraverso i mezzi coercitivamente violenti della forza bruta, ma tramite l’imposizione di un conformismo del pensiero costruito su parole e simboli costantemente reiterati, introdotti nel discorso pubblico senza sosta-farsi antiliberale e intollerante nei confronti del dissenso, è negare ciò che è così evidente, così palpabile. Soprattutto quando una determinata narrativa si è imposta culturalmente come koine imperante ed è riuscita a farlo, sempre per citare Besancon, falsificando il bene, adottando formule linguistiche allettanti, vere e proprie parole magiche, amuleti lessicali, come “diritti umani”, “antirazzismo”, “discriminazione”. Sono questi gli apriti sesamo che spalancherebbero le porte del progresso, lo renderebbero tangibile e, contemporaneamente, additerebbero al pubblico ludibrio come “fascista”, “razzista”, “reazionario” chi vorrebbe verificare effettivamente di che consistenza sono fatte, cosa indichino realmente. E’ lo stesso Georges Bensoussan ad aiutarci a decifrare meglio lo scenario nel quale ci troviamo collocati:

“L’islamofobia è una delle forme adottate in Occidente di quella che viene definita correttezza politica. Il termine stesso è un’invenzione dei circoli islamisti. È destinato a far sentire gli occidentali colpevoli, a schiacciarli sotto questa accusa che porta con sé la promessa della morte sociale, il razzismo. L’obiettivo di questi ambienti sta diventando sempre più noto, tuttavia dobbiamo leggere attentamente i loro testi. Ai loro occhi, l’Occidente è un ventre molle, un gruppo di deboli e decadenti che hanno da tempo dimenticato il linguaggio delle armi. Questi circoli islamisti sono consentanei alla consorteria di coloro che, facendo riferimento alla formula di Lenin nel secolo scorso, si chiamano ‘utili idioti’. Precedentemente lo erano del comunismo. Dell’islamismo oggi, sostenendo, come ieri, ciecamente, un processo totalitario che finirà per stritolarli. Chi sono costoro? È questa parte della sinistra culturale che, nel contesto del crollo del sogno comunista, è impregnata dalla memoria del colonialismo, avendo sostituito a un proletariato indigeno o nazionale decretato imborghesito, e che, pensano in silenzio, li ha ‘profondamente delusi’, un proletariato fantasmatico centrato sull’immigrazione”[4]

“Proletariato fantasmatico”, l’Islam come palingenesi, il migrante come riassunto del male dell’Occidente in quanto tale. Tutta una teologia e una teleologia laiche con i loro dogmi, i loro sacerdoti, i loro papi, a cui si dovrebbe assentire pena la scomunica, l’esecrazione pubblica. I vecchi metodi già in voga, i cartelli appesi al collo a capo chino, i cappelli a punta, le stelle appiccicate agli indumenti. I segni tangibili della riprovazione, della penitenza, del confino, come quello che ha costretto Robert Redeker a nascondersi, a vivere blindato per avere osato scrivere un articolo aspramente critico dell’Islam e della figura di Maometto e in cui anticipando le osservazioni svolte da Bensoussan, scriveva:

“Come già accadde con il comunismo, l’Occidente è ora sotto sorveglianza ideologica. L’islam si presenta, esattamente come il defunto comunismo, come alternativa al mondo occidentale. E come il comunismo di altri tempi, l’islam, per conquistare gli animi, gioca su fattori emotivi. Si vanta di una legittimità che turba la coscienza occidentale, attenta al prossimo: diventare la voce dei poveri del pianeta. Ieri la voce dei poveri affermava di venire da Mosca; oggi verrebbe dalla Mecca. Oggi degli intellettuali si fanno portatori dello sguardo del Corano, come ieri avevano fatto con lo sguardo di Mosca. Ora la scomunica è per l’islamofobia, come lo era stata in passato per l’anticomunismo”[5]

Difficile leggere parole più esatte, più precise. Una diagnosi lucida e impietosa, senza fronzoli, compatta e spigolosa. La verità chiede l’adesione della mente, chiede una sottomissione alla regalità del factum. Adequatio rei et intellectus. Ma è questa formula così implacabilmente esigente quella che l’ideologia disconosce per principio, che avversa con tutte le forze di cui è capace, essendo il suo obbiettivo principale quello di rimuovere i fatti, e sostituirvi finizioni, astrazioni, fantasmi. “La voce dei poveri”, i diseredati di Franz Fanon trasformati nei reietti dell’Islam, nei depauperati musulmani di Khomeini in lotta di classe contro l’Occidente imperialista. Nulla di più falso avere decretato la fine delle ideologie con i collassi di fascismo, nazismo e comunismo (quest’ultimo mai morto semplicemente metamorfizzato, trasformato prima in terzomondismo poi in religione dell’Umanità). Si è trattato, infatti, solo della morte di sistemi dalla connotazione e incarnazione storica ben precisa. L’ideologia continua sempre nella forma di un disconoscimento della realtà e della volontà persistente di volerla sottomettere al proprio imperio. Ciò che resiste all’idea deve essere distrutto.

Il caso Bensoussan e il caso Redeker sono i sintomi di questa volontà (di potenza? Sì, naturalmente) che non vuole intoppi e inciampi e che si è eretta a difesa delle vittime, della vittima contrassegnate oggi, in modo egemone, nel musulmano e nel migrante (ma non solo, naturalmente, il discorso si allarga ai neri e agli omosessuali), e che ha rigettato, come abbiamo visto, l’ebreo in quanto vittima nella fattispecie l’ebreo israeliano) se non nella  forma istituzionalizzata, musealizzata della Shoah, e anche in questo caso non più come segno di una unicità assoluta e imparagonabile ma sempre più relativizzandolo nel contesto di altre vittime della storia. Lo abbiamo visto e lo vediamo chiaramente quando per i migranti morti in mare viene applicata con intenzionalità precisa la categoria dell’olocausto, come se la distruzione sistematica, scientificamente programmata e tecnologizzata di un intero popolo, per il fatto di essere quel popolo e non un altro, possa essere trasferita su altre tragedie, su altri morti, da commiserare, questo è chiaro, ma che non possono essere paragonati. Anzi possono, alla luce di un ben preciso intento ideologico.

Gli ebrei morti nella Shoah sono, quando lo sono, il compianto automatico di una memoria ritualizzata, pavloviana, su cui l’Europa imbevuta dell’ideologia della Vittima, l’Europa postbellica e post-nazionalista che si sente all’apice dell’umanesimo, versa le sue lacrime retoriche, ma che poi sottrae a Israele il suo ruolo di vittima, il fatto di essere bersaglio da settanta anni della violenza araba e musulmana finalizzata ad annientarlo. E gliela sottrae perché Israele proprio per non trasformarsi in vittima, in perdente della storia è diventato forte e risoluto contro i suoi nemici. Ed è la questione della forza un punto decisivo da tenere bene presente, un discrimine fondamentale. Poiché la forza militare e sottomettente dell’Islam si ferma per l’ultima volta a Khalenberg, vicino a Vienna, il 12 settembre 1683, ed è passato troppo tempo per ricordarsene, mentre la forza difensiva di Israele nella sua più spettacolare offensiva contro il mondo arabo unito per distruggerlo risale solo all’ottobre del 1973 (e continua ancora oggi). E’ da allora che sorgeranno i “vinti” arabi-palestinesi trasformati dal dispositivo propagandistico dell’ex Unione Sovietica in “vittime”. La forza non può mai essere dalla parte delle vittime e Israele è troppo forte, mentre gli arabi possono mascherarsi da resistenti e irredentisti.

Quando Georges Bensoussan evidenzia con pacata e oggettiva franchezza come l’antisemitismo sia un portato genealogico dell’Islam o Robert Redeker denuncia l’Islam come dispositivo autoritario teopolitico, sotto di loro si apre subito la voragine della damnatio memorie, si attiva la marginalizzazione culturale così ben sostenuta in Francia dagli utili idioti della gauche, ai quali lo stesso storico francese accenna. Gli aedi delle magnifiche sorti e progressive, i medesimi per i quali Israele essendo forte e risoluto, e soprattutto non volendo diventare vittima, non può essere che carnefice, i medesimi che, tutte le volte che Israele interviene per arginare la violenza e l’aggressività di un nemico implacabile (come è accaduto con Hamas a Gaza nel 2009, nel 2014, e tra il 30 marzo e il 14 maggio 2018), parlano di “uso sproporzionato della forza”. Sono quelli per i quali, quando si combatte, ci dovrebbe essere perlomeno simmetria di morti tra un campo e l’altro, in modo da pareggiare il conto. Come se la guerra fosse una questione di equilibrio geometrico tra le forze in campo, e Israele non dovesse esercitare la propria deterrenza nei modi necessari e legittimi consentiti dalle regole di ingaggio dell’esercito. Ma tutto questo fa sempre parte dello stesso copione di delegittimazione, in cui uno storico rigoroso come Georges Bensoussan viene accusato di razzismo e ostracizzato dalla stessa consorteria di “benpensanti” e  dalle “anime belle” che accusano Israele di nazismo, genocidio, apartheid.

[1] Boualem Sensal citato in Procès de Georges Bensoussan : « L]eur objectif est d’interdire de penser », Europe Israel news, 27 gennaio 2017.

[2] Boualem Sensal citato in Niram Ferretti, Tenere sotto scacco la verità: Georges Bensoussan e i suoi censori, Progetto Dreyfus, 10 marzo 2017

[3] Alain Besancon, La falsificazione del bene, Il Mulino, 1987, p.191

[4] Niram Ferretti, La verità come dissidenza, Intervista a Georges Bensoussan, L’Informale, Caratteri Liberi, 8 settembre 2017.

[5] Robert Redeker, Face aux intimidations islamistes, que doit faire le monde libre?, Le Figaro, 19 settembre 2006.

 

 

 

Torna Su