Stati Uniti e Israele

La sudditanza di Israele e la difficoltà di vincere la guerra

Sono passati ormai due mesi dall’eccidio compiuto dall’organizzazione terroristica palestinese di Hamas, e ora è possibile trarre i primi bilanci della risposta israeliana.

La cosa più evidente è l’inadeguatezza della classe dirigente di fronte a un episodio di guerra di tale portata: sia la classe politica che quella militare è stata, ed è tuttora, incapace di provvedere alla sicurezza del paese.

La prima considerazione da fare è che la maggiore responsabilità, di quanto accaduto il 7 ottobre è dell’esercito e in modo particolare dell’intelligence militare a cominciare dal suo capo: il generale Aharon Haliva e dai suoi immediati sottoposti. In pratica, l’intero vertice militare ha sottostimato le informazioni fornite da numerosi rapporti che erano giunti da diverse settimane e in modo particolare nei giorni precedenti all’attacco. Alle responsabilità del generale Haliva, vanno poi aggiunte quelle dello Stato Maggiore dell’esercito rappresentato dal generale Halevi (Capo di Stato Maggiore) e dal generale Yaron Finkelman, comandante in capo della Divisione sud. A i loro imperdonabili errori di valutazione, vanno aggiunti quelli commessi dal governo rappresentato dal premier Netanyahu e da quello che lo a preceduto (Bennet-Lapid) oltre che dal sempre presente Benny Gantz (in qualità di Capo di Stato Maggiore, ministro della difesa, vice premier ecc.).

Come è stato possibile liquidare tutti questi rapporti di crescente pericolo come “esagerazioni” o “fantasie”? Ciò è stato possibile perché i vertici militari, al pari di quelli politici, hanno vissuto in una sorta di “bolla” auto creata che non gli ha permesso di vedere la realtà dei fatti. La realtà ci ha sempre detto che non c’è spazio di mediazione con Hamas al contrario di quanto creduto dalla classe dirigente israeliana. Il fatto che tale dirigenza abbia vissuto in una bolla auto costruita pone dei seri interrogativi su come possa essere affrontata la guerra in corso.

Come si può avere piena fiducia in una classe dirigente che si è dimostrata totalmente incapace di comprendere adeguatamente la minaccia costituita da Hamas, che ha, inconsapevolmente,  aiutato a fare crescere negli anni in primo luogo tramite le ingenti sovvenzioni del Qatar accettate dai politici e dai militari, perché considerate come il male minore”?.

La prassi accettata da tutti prima del 7 ottobre è stata di permettere l’ingente flusso di soldi verso Gaza, l’ingresso di migliaia di lavoratori da Gaza in Israele e quello di migliaia di malati bisognosi di cure negli ospedali israeliani, lasciando nel contempo che Hamas governasse la Striscia, convinti che così facendo i motivi di attrito si sarebbero ridotti e che un maggiore benessere a Gaza a avrebbe attenuato la determinazione di Hamas di attaccare Israele.

A parzialissima discolpa di questa cecità, va sottolineato il peso delle massicce pressioni politiche internazionali (soprattutto americane) che si sono concentrate su Israele – a partire dalla prima amministrazione Obama – affinché accondiscendesse a tutte le richieste di allentamento delle più elementari norme di sicurezza, come ad esempio l’eliminazione della buffer zone che era stata creata attorno alla Striscia per motivi di sicurezza e abbandonata per compiacere il presidente Obama.

Da quel momento in avanti è stato un continuo susseguirsi di “gesti di normalizzazione” unilaterali che, evidentemente, sono stati recepiti dai palestinesi come atti di debolezza da parte di Israele. Ora come può essere possibile che, la medesima classe dirigente (sia politica che militare), che ha portato al disastro del 7 ottobre, sia in grado di  vincere questa guerra?

In molti sostengono che l’eccidio perpetrato dai palestinesi di Hamas abbia in qualche modo aperto gli occhi a tutti sulla reale natura criminale di questa organizzazione e questo porterà alla inevitabile vittoria militare israeliana vista la superiorità dell’esercito dello Stato ebraico. Ma possiamo esserne sicuri?

Per prima cosa bisogna definire cosa si intende per vittoria in una guerra. La vittoria può essere solo una: la capitolazione totale dell’avversario come è stato per la Germania nazista e il Giappone imperiale. E questa è avvenuta sia militarmente che politicamente. Se osserviamo come si stanno comportando il governo di Israele e i vertici militari e della sicurezza (Mossad e Shin Bet) ci accorgiamo che ai grandi proclami di vittoria non stanno seguendo le azioni per giungervi.

La più macroscopica dissonanza, tra i proclami e le azioni sul campo, è la questione delle trattative con Hamas per gli ostaggi. Per vincere una guerra non si possono fare trattative con una organizzazione criminale. Il solo sedersi a un tavolo di trattative con dei criminali efferati li legittima politicamente. Nessuno, durante la Seconda guerra mondiale ha mai pensato di intavolare trattative con la Germania o il Giappone anche se questi ultimi avevano centinaia di migliaia di prigionieri di guerra e migliaia di ostaggi civili. La sola opzione che gli fu concessa fu una capitolazione totale per porre fine alla guerra; nessuna tregua umanitaria o sospensione del conflitto. Il fatto che Israele abbia acconsentito a una tregua con scambio di “prigionieri” per gli ostaggi è una segno di grande vulnerabilità. Se a ciò aggiungiamo le numerose lodi spese in favore del Qatar per la sua “opera di mediazione” invece di accusarlo apertamente di essere parte sostanziale delle cause che hanno portato all’eccidio del 7 ottobre e quindi di agire di conseguenza nei suoi confronti, ci fa capire come la dirigenza politico/militare sia ancora “immersa nella bolla cognitiva” che ha preceduto la guerra in corso. C’è inoltre da evidenziare che la medesima dirigenza è stata di fatto “commissariata” dal duo Blinken/Biden, con il Segretario di Stato americano che partecipa con continuità ai gabinetti di guerra dell’esecutivo e di fatto ha l’ultima parola sui mezzi bellici da utilizzare, sulla la durata del conflitto (sono gli americani che decidono quanto dovrà durare la guerra – alcune settimane come ha affermato Blinken a prescindere dai risultati ottenuti) e sugli obiettivi della guerra stessa oltre che sul dopo guerra.

Questo quadro ci mette nella condizione di capire che Israele non potrà vincere questa guerra come vorrebbe e dovrebbe vincerla, perché la vittoria di Israele non coincide con gli interessi americani.

Si può forse immaginare che dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avrebbero ammesso uno dei suoi alleati nel gabinetto di guerra per decidere quali strategie di guerra adottare contro il terrorismo?

Il palese stato di vassallaggio di Israele, lo mette in una condizione di chiara debolezza rispetto a obbiettivi da raggiungere che ogni volta devono essere sottoposti al vaglio americano. Si tratta di una situazione scrutinata con attenzione da tutto il mondo islamico. 

In conclusione questa classe dirigente deve essere sostituita, come lo fu quella del governo Chamberlain che condusse la Gran Bretagna al disastroso approccio di appeasement nei confronti della Germania nazista.

Oggi lo Stato di Israele ha bisogno di figure forti e adeguate per condurre una guerra per la propria sopravvivenza come lo fu per la Gran Bretagna nel 1940.

L’unica speranza di vittoria (e di sopravvivenza) per Israele è trovare politici e militari pienamente consci che con Hamas, come con Hezbollah e l’Iran, non si può trattare ma bisogna vincere a prescindere dalla volontà dell’alleato americano.

 

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