Editoriali

Le parole malate e i loro effetti

“Quando si vomita l’odio, quando si vomitano discorsi d’odio, la gente agisce in base ad essi. Molto semplice, e questo è il risultato. Molte persone morte. In modo insensato”.  Sono le parole di Stephen Cohen, co-presidente della New Light Congregation, che affitta lo spazio alla sinagoga Tree of Life dove ieri, Robert Bowers ha ucciso undici persone. Torniamo sempre a monte. Alle parole, e alle parole malate, quelle che preparano gli atti di violenza, che istigano all’omicidio.

Facebook, il più famoso social mondiale ne è pieno. Pullulano le bacheche antisemite e antisioniste. Ci sono pagine dal titolo eloquente “We hate Israel”, “Kill Israel”, “Israel is a war criminal”, “Un monde meilleur sans sionisme”. Sono solo alcuni degli innumerevoli luoghi di odio che popolano Facebook e altre piattaforme social e il cui scopo è quello di diffondere menzogne, distorsioni, leggende, su e contro gli ebrei e contro Israele.

L’antisemitismo, così come l’antisionismo (il nuovo antisemitismo da salotto) si nutrono della medesima materia fecale. Al centro c’è sempre l’ebreo, nella sua singolarità simbolica indicante il gruppo, o lo Stato ebraico. Entrambi sarebbero il centro di ogni male e nefandezza, il concentrato di quanto di peggio possa esservi.

Facebook ha una politica apparentemente perfetta per lo Zeitgeist. Ogni post o commento che inciterebbe all’odio o alla discriminazione verso gruppi, singoli, etnie, violerebbe i suoi standard e quindi verrebbe eliminato dietro segnalazione. Solo che, stranamente, singolarmente, misteriosamente, ci sono pagine che malgrado il loro esplicito furore antisemita o antisionista non solo non vengono sanzionate, ma, una volta segnalate, restano esattamente dove sono. Anzi, spesso a chi le segnala, quando per esempio Israele viene rappresentato come uno Stato nazista o omicida, o quando i soldati israeliani vengono presentati come assassini psicopatici che godrebbero nell’uccidere i bambini, viene risposto che questo materiale non “violerebbe” lo standard comunitario.

Probabilmente, nemmeno quello che scriveva Robert Bowers ospite altrove e non su Facebook, non lo violava. Bowers, un individuo con la mente intossicata da teorie complottiste e stereotipi antisemiti classici, è solo uno dei tanti in circolazione. I più sono individui che trovano il “coraggio” di attaccare gli ebrei o Israele in modo virulento solo sui social. Sono i cosiddetti “leoni da tastiera”, i quali, nella vita, difronte a un ebreo vero o a un israeliano, soprattutto se un soldato dell’IDF resterebbero in silenzio, ma il loro sporco dovere lo compiono lo stesso. Vomitare odio, come ha detto Stephen Cohen, e così invitare chi questo odio lo raccoglie ad agire al posto loro.

L’episodio di Pittsburgh è ora sotto i riflettori, il peggiore mai verificatosi negli Stati Uniti contro la comunità ebraica. Di casi cosi la storia europea degli ultimi anni è tristemente ricca, con in testa la Francia per crimini e violenze contro gli ebrei. Ma qui non importa evidenziare se la maggioranza dei crimini contro cittadini ebrei viene dal fanatismo islamico o da quello “suprematista” o neonazista, e basterebbe guardare le statistiche per scoprire che solo in Francia, dalla strage alla scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa del 2012, a quella dell’Hyper Kosher del 2015, dagli omicidi individuali di ebrei come quello di Illan Halimi nel 2006, di Sarah Halimi nel 2017, a quello di Mireille Knoll nel 2018, si tratta di episodi  tutti riconducibili all’odio islamico nei confronti degli ebrei.

Quello che importa evidenziare è che chi arma gli assassini e li fiancheggia, o è egli stesso un potenziale assassino, come nel caso di Bowers, ha oggi la piena libertà di potere vomitare il proprio odio pubblicamente, su piattaforme social in chiaro, Facebook in testa. Poi, dopo l’omicidio o la strage perpetrata, ci si limiterà a rimuovere la pagina o i commenti nello stesso modo in cui si rimuovono i cadaveri dal luogo del misfatto.

 

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