Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Libia, 1967: “Avevo 7 anni quando ci portarono via. Intorno a noi, il fuoco”

Oggi, 30 novembre, è la giornata internazionale dei rifugiati ebrei dai paesi arabi. Una data scomoda, perché ricorda l’espulsione di oltre 700.000 ebrei dai paesi arabi e il conseguente esodo. Dimenticato, per ragioni di opportunità politica.
Per celebrare la ricorrenza, abbiamo deciso di pubblicare una testimonianza diretta. Le parole di chi quell’esodo l’ha vissuto sulla propria pelle.
Ecco la testimonianza di Silvia Bublil Dadusc.

5 Giugno 1967 – Tripoli, Libia.
Avevo 7 anni.
La paura, l’angoscia… Le urla della folla fuori che cerca di sfondare la porta di casa, mentre noi ci nascondiamo nella stanza sul tetto… Mamma che cerca disperatamente di zittire il pianto di mio fratello neonato. Pianto dovuto alla fame e alla sete nel caldo torrido . Papà che cerca di avere notizie di mia sorella rimasta bloccata a scuola. Poi il fuoco… Tutto intorno brucia. La sinagoga, le case… E nel tardo pomeriggio finalmente arriva la polizia. Ci dicono di uscire di casa. Meno male… Il fuoco e già troppo vicino . Noi contenti, sollevati…la salvezza! La salvezza??? I poliziotti fanno qualche domanda a papà e poi iniziano a picchiarlo. Il mio papà grande e grosso, un metro e ottanta su centoventi chili sballottato da un poliziotto all’altro come un pallone. Mamma la tenevano ferma con una pistola puntata alla testa del mio fratellino. E non finivano mai. Ero scalza perché nella fretta ho perso i sandali. L’asfalto bollente mi bruciava i piedi e il fumo denso mi impediva di respirare.
E loro continuavano ad accanirsi contro papà. Calci, pugni, manganellate… Poi all’improvviso, mia sorella maggiore, uno scricciolo di appena 15 anni, si scaglia contro il comandante della pattuglia. Con tutta la forza della disperazione lo spinge al muro e lo tempesta di calci e di pugni urlandogli di lasciare in pace mio padre. Lui è basito e come lui i suoi uomini. In quel preciso momento arriva la nostra vera salvezza. Un alto funzionario della Polizia, amico di mio padre.
Da quel terribile giorno fummo ospitati, insieme ad altre 36 persone, famiglie intere con bambini e anziani, a casa di una correligionaria che abitava in un quartiere più tranquillo. La nostra presenza in quella casa doveva rimanere segreta, e con regime di coprifuoco non fu cosa semplice. Dopo giorni e giorni di notizie contrastanti, ci comunicarono che potevamo lasciare il paese, con 20 sterline e una sola valigia per famiglia. Nessuno ci pensò due volte e presto partimmo per l’Italia. Profughi e senza alcuna risorsa, ma di noi non si è mai parlato.

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