Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Menzogna di regime, furore antiebraico

Al limite di un’omologazione antiebraica, si espande e si estremizza una negazione totalitaria dell’esistenza israeliana e israelita. 

Una piazza univoca, assoluta, arrogante ribalta, nella sua cieca rabbia, la realtà dell’eccidio del 7 ottobre e dei piani genocidi islamisti nell’ideologia di un genocidio presunto. Rivive lo stereotipo plurimillenario dell’ebreo perseguitato e assassinato convertito in ebreo assassino!

Dopo dieci secoli di accusa di deicidio, nel nuovo secolo ecco la condanna per “ genocidio”. Analfabetismo di massa, strumentalizzazione politica, cecità ideologica. 

La tipica mentalità degli schiavi, alimentata da odio e furore antisemita, si scaraventa con violenza verbale e fisica contro Israele e gli ebrei, a favore di un terrorismo apocalittico, sadico, genocida.  

Una realtà certo terribile e abominevole, ma che certo non sorprende. Da sempre, nelle ore più buie e gravi della storia, si scatena il livore antisemita, la caccia mortale al capro espiatorio. I “mai più antisemitismo“ delle buone e pie intenzioni, delle arcadie intellettuali e filantropiche, svaniscono, mentre prende corpo l’”ancora, ancora!”, “morte agli ebrei!”. 

Vivere nella menzogna è il segno forte e costante del comportamento totalitario, come ha insegnato Aleksander Solgenitsin. Valeva per il regime sovietico del gulag, vale per ogni ideologia e prassi delle menti chiuse nella prigione totalitaria. 

Le manifestazioni in Italia di settori studenteschi partigiani rientrano in questo ambito. Rivendicano la legittimazione di Hamas, dell’Iran, del jihad, cioè la schiavitù palestinese, insieme alla cancellazione della memoria del 7 ottobre, per preparare la strada a nuovi e più terribili 7 ottobre. Pretendono il nobile titolo di rappresentanti del dissenso, quando invece esprimono il più truce consenso alla tirannia della maggioranza, all’estremismo del conformismo. 

Infatti tacciono, o sono conniventi con gli aguzzini, del più vero, nobile, eroico DISSENSO: le minoranze di russi liberi che sfidano carcere e tortura con i fiori alla tomba del Matteotti russo, Aleksej Navalnyi, che giurano di continuare la sua opera, che gridano “Putin boia! Russia libera!”.  

Il popolo dell’Iran, che ha sfidato le violenze dei pasdaran, le impiccagioni, le minacce, gli arresti, i licenziamenti, i ricatti del regime criminale con la realizzazione di un eroico boicottaggio del rito elettorale. Solo un misero 20% ha votato, in gran parte sotto il ricatto di ritorsioni e vendette, come ad esempio impiegati statali e insegnanti.  

Nelle sue cronache dall’Iran su Radio Radicale, Mariano Giustino osserva che solo la “comunità internazionale” riconosce, sostiene e supporta il regime della repubblica islamica, mentre il popolo persiano lo odia. 

Anche il popolo cinese, a modo suo, manifesta una sua opposizione: stanno aumentando i cinesi in fuga dal regime del partito comunista, che chiedono asilo negli Stati Uniti attraverso il confine messicano. 

Questo è il dissenso, mentre gli slogan rabbiosi degli studenti in piazza sono nel segno della menzogna di regime, del regime della menzogna. Le loro manifestazioni sono dominate dalle posizioni più estremiste e fanatiche. Una realistica cronaca della manifestazione di Milano pubblicata su Shalom documenta nel dettaglio che anche le più pallide e timide espressioni di equidistanza, tipo “due Stati due popoli”, per non parlare dell’audace cartello “Palestina libera da Hamas”, sono state oggetto di furibonde violenze verbali e fisiche da parte degli organizzatori e della maggioranza dei manifestanti. Tra di loro certo c’è una fascia di ingenui ingannati, che forse tra una ventina d’anni comprenderanno, se saranno capaci di crescere in coscienza civile e morale. Ma gli organizzatori e le componenti più attivistiche non hanno scusanti per quello che fanno e che vogliono. 

Si tratta di piazze fanatiche, che dovrebbero essere proibite, come avviene in alcuni altri paesi, perché incostituzionali e anti-costituzionali, avendo l’obiettivo strategico dello sterminio degli ebrei, il cuore programmatico di ogni genere di fascismo. Al limite, la proibizione legale potrebbe anche non essere opportuna, per la considerazione che in tal modo le manifestazioni illegali diventerebbero più violente e pericolose per l’ordine civico e la convivenza pacifica dei cittadini.   

Del resto, per tanti aspetti, l’Italia è il paese di una diffusa retorica e demagogia antifascista, ma invece di un ridotto antifascismo effettivo. Non si è mai realizzata una vera epurazione dei gerarchi del regime e dei criminali di guerra fascisti. Ce lo ricorda il libro in uscita di Gianni Oliva, dal titolo “45 milioni di antifascisti. Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il Ventennio”. Il libro mostra che non c’è stata una vera discontinuità e rottura con il passato fascista, mentre in altri paesi europei ci sono state serie epurazioni: in Francia fu veloce, selettiva e intensa con “170.000 processi per collaborazionismo, 7.000 condanne a morte, molte delle quali convertite a ergastolo, 28.000 funzionari pubblici rimossi dalla carriera. Anche in Norvegia, su tre milioni di abitanti, 90.000 arrestati per filo-nazismo.” Anche in Belgio e in Olanda le epurazioni furono effettive. Mentre in Italia ci fu “la violenza della resa dei conti con cui si è conclusa la guerra civile, ma non la defascistizzazione condotta attraverso le procedure giudiziarie e l’accertamento delle responsabilità ai vari livelli”. Si ricorda la nota battuta attribuita a Winston Churchill: “Sino al 25 aprile c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti.”  

Dalla liberazione del 25 aprile 1945 all’amnistia voluta da Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia comunista stalinista, del 22 giugno successivo, è il periodo dell’assoluzione, del trasformismo, di una sostanziale continuità. Uno storico colpo di spugna su violenze e crimini. Viene salvato il mondo docente dalle epurazioni nelle scuole, coloro che avevano usufruito delle leggi razziali antiebraiche. Viene coperta la volenterosa collaborazione offerta alle SS nelle operazioni della Shoah e la ferocia delle invasioni in Jugoslavia e Grecia.  

Emblematico il percorso di Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della razza, riabilitato da Pietro Badoglio, diventato poi stretto collaboratore di Togliatti al Ministero della Giustizia. In seguito viene addirittura eletto presidente della Corte costituzionale “senza abiure, senza ritrattazioni, senza distinguo. E senza che nessuno glieli abbia richiesti.” (vedi l’interessante ricerca dello storico e giornalista napoletano Nico Pirozzi sulla vicenda di Azzariti). Il libro di Oliva documenta molti casi di passaggi di carriera dal fascismo alla repubblica, in lineare continuità. 

Ricordiamo anche la storica ricerca di Ruggero Zangrandi “Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributi alla storia di una generazione”. Il libro documenta la crisi di una generazione di intellettuali che passa direttamente dal fascismo al comunismo in una visione illiberale, antidemocratica (Pietro Ingrao, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca e tanti altri). 

Ritornando all’attualità, in ogni caso l’ideologia della “democrazia di piazza”, della “democrazia di massa” è con evidenza antagonista alla democrazia rappresentativa, liberale, anti-totalitaria. Costituisce un incubatore dell’anti-democrazia in casa propria, oltre a un criterio usato per motivare un appoggio aperto ai sistemi dittatoriali, totalitari, terroristi nel mondo.  

Forse qualche manganellata poteva essere evitata, ma nel complesso la piazza ha espresso violenza verbale e fisica, anti-democratica, antiebraica, filo-terrorista. Le cifre provano che la violenza fisica sulla polizia è superiore a quella della polizia.  

Ci permettiamo di ricordare che il manganello è uno strumento delle polizie dello stato di diritto, contro le polizie armate anti-popolari dei regimi totalitari. I pasdaran della repubblica islamica dell’Iran, lo stato di polizia del regime di Putin, i carri armati a piazza Tienanmen: semplicemente, direttamente sparano sui manifestanti, per uccidere.  

Ricordo che a 18 anni, quando ero un giovane comunista, partecipai a una manifestazione per il disarmo della polizia indetta dal PCI, sull’esplicito esempio del modello della polizia del Regno Unito. 

Ricordiamo la semplice ovvietà istituzionale che gli stati di diritto hanno il monopolio legale della violenza, e che la violenza organizzata di gruppi è illegale, squadristica, mafiosa. 

Oggi si rivendica la libertà di manifestare “per la libera espressione delle idee”. Ma in queste manifestazioni si esprimono slogan apodittici e violenti, molto distanti da ogni genere di idea. Le espressioni libere di idee si esprimono meglio nei tavoli, nei presidi, nei dibattiti pubblici e anche in manifestazioni di strada, pacifiche perché libere. Le piazze di questi giorni sono stati contro le idee, a favore della violenza totalitaria, del razzismo antiebraico, del terrore genocida. Teste chiuse e corazzate, che non tollerano discussione, apertura, dialogo, ma manifestano un loro manganello mentale e fisico contro ogni civile dissenso. 

 

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