Neda Amin, la giornalista dissidente iraniana, ringrazia Israele per averla salvata

Qualche ora dopo l’arrivo all’aeroporto di Ben Gurion, Neda Amin, giornalista e dissidente iraniana che temeva di essere deportata nel suo paese natale, ha ringraziato il governo israeliano per averla accolta, aggiungendo di avere radici ebraiche e che le piacerebbe vivere in Israele.
Durante la conferenza stampa presso gli uffici di The Times of Israel a Gerusalemme, Neda Amin – che ha collaborato regolarmente come blogger freelance per la versione persiana del Times of Israel – ha raccontato la sua angoscia dovuta al timore che la Turchia, dove ha vissuto come rifugiata dal 2014, l’avrebbe deportata in Iran.

Essendosi espressa in modo critico contro il regime, Neda Amin temeva di essere arrestata, torturata e addirittura uccisa se fosse stata costretta a tornare nella Repubblica Islamica dell’Iran.
“Sono molto felice. Israele è il mio paese” ha detto in inglese un po’ stentato, aggiungendo che finalmente si sentiva “al sicuro” perché nessuno vuole “aggredirmi o arrestarmi qui”.
Neda Amin, 32 anni, ha dichiarato di non avere progetti immediati ma che avrebbe cercato di soggiornare definitivamente in Israele, ottenendo la cittadinanza.
“Nel frattempo sono stata salvata, sono salva” ha detto in persiano, avvalendosi dell’aiuto di un interprete. “Se le autorità israeliane mi daranno il permesso, mi piacerebbe vivere qui, con tutto il cuore e l’anima mia. Se no, rispetterò la loro decisione”.
Neda Amin ha rivelato che sua nonna paterna era ebrea e che lei si è sempre sentita attratta da Israele e dalla religione ebraica.
“Secondo la legge ebraica mio ​​padre è considerato ebreo, ma secondo la legge islamica mio ​​padre è considerato musulmano. Ma mio padre non credeva veramente nell’Islam, così ha anche studiato l’ebraismo” ha detto.

“Le mie radici sono un po ‘connesse all’ebraismo. Amo Israele dalla mia giovinezza. Non ho mai accettato tutti gli slogan anti-israeliani del regime. Ho sempre sognato di raggiungere Israele in qualche modo”.
Neda Amin ha anche detto che le piacerebbe imparare la lingua ebraica “perché credo di avere un qualche legame con l’ebraismo e con Israele”.
La giovane, quando era in Turchia, aveva invitato le Nazioni Unite a proteggerla e aveva anche invitato altre organizzazioni per i diritti umani ad intervenire in sua difesa.
“Quando la sua situazione è arrivata alla mia attenzione, appena due settimane fa, ne ho parlato con le autorità israeliane competenti” ha detto il direttore del Times of Israel, David Horovitz, che ha incontrato la giornalista iraniana dissidente in aeroporto. “Ho ritenuto che avevamo un obbligo – in particolare Times of Israel e lo Stato d’Israele in generale – di aiutare qualcuno che è in difficoltà, in parte anche a causa del suo legame con Israele”.

La giovane si era rivolta anche ad altri paesi per chiedere aiuto, ma ha raccontato che tutti le hanno risposto di aspettare pazientemente.
“L’unico paese che ha agito in modo rapido è stato Israele” ammette Neda Amin. “Al contrario di tutte le cose che si dicono di Israele, specialmente in Iran, sulla presunta violazione dei diritti umani, ho visto che Israele ha intrapreso le misure necessarie per difendere i diritti umani, per salvare la vita di un essere umano”.
Se fosse stata deportata in Iran, ha detto Amin, sarebbe stata sottoposta a “arresti, torture, stupri, e sarei stata costretta a confessare cose che non ho fatto”.
Le persone accusate di collaborare con il “regime sionista” subiscono regolarmente tutto questo e alla fine vengono uccise. “Questo è ciò che mi ha spaventato”.
“La maggior parte della mia famiglia ha interrotto i contatti con me a causa del mio legame con Israele” ha raccontato ancora la donna.
“Nel frattempo, la Turchia mi ha fatto sapere che mi avrebbe rispedito in Iran”. “Sono stata spesso in pericolo e la mia vita è stata assai difficile, alla fine lo Stato di Israele mi ha dato un rifugio. Sono grata a David [Horovitz] per il suo aiuto”.
Horovitz ha raccontato di aver compreso che Neda Amin si sentisse in pericolo perché aveva attaccato il regime di Teheran e perché la Turchia, dove ha cercato asilo, “sta cambiando” e avrebbe potuto espellerla. “C’era una scelta: non fare nulla o provare a salvarla. Non credo che avrei potuto perdonarmi se avessi saputo che la donna era a bordo di un aereo diretto in Iran”.

Riccardo Ghezzi

Giornalista pubblicista, a un certo punto della sua vita si è accorto di essere più interessato alle vicende di Israele che a quelle italiane. Ha raccolto intorno a sé un gruppo di amici reali e virtuali, competenti e informati su Israele, storia e cultura ebraica, Medio Oriente. E si è convinto che con loro si poteva avviare un nuovo progetto editoriale: così è nato L'Informale, di cui è direttore responsabile.

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