Editoriali

Lettera aperta a Fiamma Nirenstein

Gentile Dottoressa Nirenstein,

Nella sua carica di futuro ambasciatore di Israele in Italia e in attesa del suo prossimo insediamento mi rivolgo a lei scrivendole cose che, conoscendo bene il suo impegno e il suo lavoro, non credo le suoneranno inopportune.

La sua nomina ha suscitato, come era prevedibile, consensi e contrasti tra cui polemiche assolutamente pretestuose la cui strumentalità politica è palese. Sono tra coloro i quali ritengono che la sua nomina non solo sia un bene ma una necessità.

Sono tempi questi che richiedono determinazione e non solo prudenza e tatticismi, sempre inevitabili in politica ma controproducenti se si trasformano in struttura permanente dell’agire.

Le iniziative apertamente ostili nei confronti di Israele si sono moltiplicate a livello mondiale. Foraggiate dai copiosi flussi di denaro da parte di chi ha come obbiettivo dichiarato la  delegittimazione dello stato ebraico, possono godere di un ampio e articolato sostegno nel mondo dell’informazione, della cultura e della divulgazione.

L’Italia non ha certo da farsi rimproverare nulla sotto l’aspetto di iniziative dichiaratamente anti-israeliane. Tutto ciò non è una novità, se non che esse sono più robuste e compatte di quanto fossero una volta. L’ultima, in ordine di tempo, è quella che vede un prestigioso ateneo come l’università di Torino ospitare un convegno in cui dietro la foglia di fico di un presunto “rigore scientifico” Israele sarà sottoposto a un processo di sapore staliniano in cui la condanna è già prevista dall’inizio.

Si potrebbero scrollare le spalle di fronte a iniziative di questo tipo che coinvolgono il mondo accademico, ma, per parafrasare Talleryand, sarebbe peggio di un crimine, sarebbe un errore.

Più si lascia terreno a chi fa della propaganda antisionista mascherata da scientificità (vecchio espediente quello della “scientificità” della mera propaganda, dalla teoria della razza in poi), più  si deve poi rincorrerli in affanno.

E’ necessario, sempre di più, che siano messe in campo iniziative di contrasto a livello informativo e che queste iniziative, convegni, incontri, conferenze, trovino una sponda obbligata in ambito accademico, specialistico, e che tutto ciò avvenga con una adeguata pubblicità.

Finora non è accaduto o è accaduto solo marginalmente, con un sostegno carente, ritroso, poco incisivo e in ambito settario, di assoluta nicchia.

Il conflitto arabo-israeliano, è non sono certo io che devo ricordarlo a lei, è il più politicamente rilevante dal dopoguerra a oggi, se non altro perché a fronte di molte altre crisi e conflitti ben più devastanti occorsi nel frattempo, è l’unico che perdura da sessantanove anni.

E’ indispensabile che l’opinione pubblica non recepisca quasi esclusivamente le idées reçues della propaganda anti-israeliana così massicciamente propagate, ma abbia la possibilità, tramite valide iniziative, di accedere a una informazione bilanciata e quanto più possibilmente oggettiva.

La battaglia, perché di questo in fin dei conti si tratta, si combatte anche sul piano dell’informazione cercando quanto più possibile di sostituire le menzogne costanti con la verità.

Certo della lucida consapevolezza che lei ha di tutto ciò maturata in anni di impegno e studio non posso che augurarmi che la sua nomina ad ambasciatore di Israele in Italia potrà incentivare e promuovere ciò di cui siamo tuttora assai carenti.

Augurandole un sempre proficuo lavoro le rivolgo la mia stima.

Niram Ferretti

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