Storia di Israele e dell’Ebraismo

Bernardo Caprotti, la Shoah e quel binario 21

Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, è mancato lo scorso 30 settembre. In tanti lo ricordano come grande imprenditore, capace di creare lavoro e ricchezza e sfidare pure certi favoritismi politici e giochi sporchi che hanno danneggiato e continuano a danneggiare l’imprenditoria italiana.
Oggi è stato reso pubblico il suo testamento, 13 pagine che denotano il suo carattere forte e le idee granitiche. Ma c’è una storia meno nota che riguarda l’infanzia di questo grande imprenditore e grande uomo: la sua amicizia con la famiglia Finzi e con Liliana Segre, in virtù della quale ha vissuto come testimone il dramma della deportazione degli ebrei e della Shoah.
Proprio per questo, Caprotti ha aiutato concretamente la Fondazione per il Memoriale della Shoah, tanto che lo Spazio Mostre nei pressi del binario 21 della stazione di Milano Centrale è intitolato a lui da più di un anno.
Il binario 21 ha un significato: da lì, tra il 1943 e il 1945, partivano i vagoni carichi di ebrei che venivano deportati nei campi di sterminio nazisti.
Un articolo di Repubblica del 16 marzo 2015 riporta la testimonianza di Roberto Jarach, vicepresidente della Fondazione per il Memoriale, «Senza la generosità di Caprotti non avremmo mai cominciato quest’opera; lui ci ha aiutato a raggiungere il 30 per cento della cifra iniziale».

Ed è stato proprio Caprotti, contattato da Repubblica, a spiegare in prima persona ciò che ha vissuto: «In quegli anni sono avvenute cose mostruose. E se ci ripenso non posso che commuovermi. La mia famiglia non era ebrea ma avevamo tanti amici ebrei. Mio padre era un imprenditore del cotone e in quel settore c’erano tanti ebrei: imprenditori, agenti, commercianti. Da bambino ho giocato sulle loro ginocchia; erano delle presenze quotidiane, parte della mia vita, amici di famiglia, persone di casa».
Caprotti continuava a raccontare, commosso: «Vede, dal binario 21 della Stazione Centrale sono stati in tanti ad andarsene. Ho assistito alla scomparsa di persone amiche come l’industriale Lepetit che non era ebreo e morì a Dachau. O ebrei come il papà Finzi della mia amica carissima e bellissima Bebe Finzi. Tutto questo non si può dimenticare, non può essere rimosso. Ancora oggi mi vengono le lacrime agli occhi ricordando quegli anni».

Poi l’incontro con Liliana Segre, deportata a 13 anni da quel Binario 21: sarà una dei 25 sopravvissuti fra i 776 bambini italiani di età inferiore a 14 anni deportati a Auschwitz. «Una donna straordinaria. Di lei, del suo coraggio, della sua umanità ho una stima sconfinata».
Caprotti ricordava tutto: «Con Liliana abbiamo parlato a lungo. I nostri padri erano entrambi dei ragazzi del ‘99 e hanno difeso con onore la Patria nella guerra del ’15-’18. Siamo convinti che si conoscessero perché lavoravano ambedue nel settore del cotone. Solo che mio padre è tornato a casa dalla sua famiglia mentre il padre di Liliana è stato abbandonato dal Paese che aveva difeso. Ed è salito sul quel treno da cui non sarebbe mai tornato. Queste cose non devono più accadere».
Il 30 settembre se n’è andato un grande uomo.

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