Israele e Medio Oriente

Colpo di grazia

La data del 12 maggio, deadline fissata da Donald Trump per decidere se uscire o meno dall’accordo sul nucleare iraniano fortissimamente voluto da Barack Obama è ora nulla più che una pura formalità. In realtà lo era anche prima, ma adesso che Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa molto attesa, ha mostrato solo “una frazione” dell’imponente materiale raccolto dal Mossad che dimostrerebbe come l’Iran abbia costantemente lavorato al suo programma nucleare (il programma Amad), la pietra tombale sull’accordo è stata posta. Nella sostanza Netanyahu non ha esibito prove diverse da quelle già contenute nel rapporto di 25 pagine dell’AEIA redatto nel 2011, ma ne ha sicuramente implementato la portata. In cosa consistono le prove che il Mossad ha raccolto? Niente di meno che nell’intero archivio atomico iraniano consistente in 55,000 pagine e 55,000 file compressi su 183 CD. Il punto dunque non è quello di esibire prove che l’Iran abbia violato l’accordo del 2015 ma mostrare come esso sia da ritenersi del tutto inaffidabile. E’ esattamente quello che Donald Trump desidera sentirsi dire per uscire dall’accordo.

Di fatto è impensabile che Washington non fosse stata informata prima e che Mike Pompeo, il nuovo Segretario di Stato, così nuovo che, come ha rivelato nella conferenza stampa con il premier israeliano, non è ancora stato nell’ufficio che gli hanno assegnato, non sapesse quello che si stava preparando. La morte dell’accordo. Quell’uccisione che Netanyahu avrebbe voluto avvenisse in culla, quando si attivò spasmodicamente per evitare che andasse in porto, volando negli Stati Uniti nel 2015, poco prima di essere rieletto sperando contra spem di influenzare i legislatori americani. Obama non se lo sarebbe dimenticato, e nel dicembre del 2016, a scadere del suo mandato pugnalò Israele alla schiena non mettendo il veto alla Risoluzione 2334, una delle più punitive prodotte dall’ONU nei confronti dello Stato ebraico.




Ma ora tutto è cambiato. Radicalmente. L’intesa tra Gerusalemme e Washington è tra le migliori, soprattutto sul dossier iraniano. Lo si è visto plasticamente ieri, in conferenza stampa, la sintonia tra Pompeo e Netanyahu era totale. Per l’ex direttore della CIA, come per il premier israeliano, l’Iran è la maggiore minaccia mediorientale, non le verrà permesso di dotarsi di armi nucleari.

Questa convergenza si è già evidenziata tra ieri e oggi quando in Siria, Israele è intervenuto bombardando una base a Hama in dotazione alla 47esima brigata dell’armata siriana del presidente Bashar Assad, dove, come conseguenza dell’attacco sono morte 26 persone, prevalentemente iraniane. Israele non ha rivendicato l’operazione ma ci sono pochi dubbi su chi sia stato. La base nascondeva sottoterra missili di Hezbollah.

L’attacco, avvenuto mentre Mike Pompeo si trovava a Gerusalemme e dopo la visita in Israele circa una settimana fa del Generale Joseph Votel, a capo del CENTCOM, lascia intendere che l’operazione sia avvenuta attraverso una intesa con Washington. Il messaggio non può essere più esplicito. Washington e Gerusalemme non permetteranno che l’Iran si insedi stabilmente in Siria.

Questo avveniva prima della conferenza di Netanyahu in cui è stato assestato il colpo di grazia a un accordo già moribondo a cui è seguita la dichiarazione di Donald Trump: quanto esposto da Netanyahu non farebbe che dargli ragione al 100%.

Si è entrati dunque in una nuova fase, già annunciata da Pompeo qualche settimana fa, quella della fine del “soft power” americano, il che non significa intenti bellicosi, ma una maggiore risolutezza e una chiarezza programmatica senza sconti nei confronti di quei paesi che sono considerati ostili agli Stati Uniti e, nel caso dell’Iran, potenti destabilizzatori.

Israele può contare più che mai ora dopo l’ultimo rassemblement voluto da Trump ai vertici della Casa Bianca, sulla presenza di uomini fortemente vicini a Israele come John R. Bolton e lo stesso Mike Pompeo, entrambi assai critici sull’accordo americano con l’Iran.

Il confronto diretto tra Israele e l’Iran era cominciato il febbraio scorso quando un drone iraniano era entrato in territorio israeliano ed era stato distrutto ed è proseguito con l’intervento israeliano di ritorsione in Siria finalizzato a depotenziarne il consolidamento.




L’accusa di Netanyahu, corredata da ampio materiale probatorio, sul doppiogiochismo di Teheran è l’ulteriore tassello di uno scontro in cui Israele ha come alleato non solo gli USA ma la convergenza degli stati arabi sunniti, Arabia Saudita in testa. E’ una convergenza di forte impatto il cui obbiettivo esplicito è quello di disinnescare la minaccia iraniana.

Al di là delle dichiarazioni bombastiche di Teheran e delle sue minacce, la morte dell’accordo sul nucleare non può che assestare un duro colpo economico a un regime che internamente, malgrado la sua presa risoluta sul potere, è in seria difficoltà da tempo.

Accordo o non accordo, una cosa è certa, Israele non resterà a guardare mentre Teheran continua di nascosto o alla luce del sole, ad arricchire il proprio uranio per dotarsi di testate nucleari.

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