Israele e Stati Uniti

Con questi amici chi ha bisogno di nemici?

A poche ore dall’eccidio di ebrei commesso il 7 ottobre dai terroristi palestinesi di Hamas, Joe Biden e diverse figure di spicco della sua amministrazione si sono mostrate – come nessun altro – vicine nel dolore allo Stato ebraico. Successivamente, un po’ alla volta, la vicinanza  iniziale e il grande sostegno militare americano, sono state sostituite da una realpolitik che ha sempre più penalizzato Israele, fino ad assumere un carattere che si può definire ostile. Ne esamineremo i tratti principali.

Nell’immediatezza del 7 ottobre, Biden fece un discorso di fraterna vicinanza rivolto all’intero popolo ebraico colpito da un massacro che non si vedeva dai tempi della Shoah. Oltre alla vicinanza a parole, l’amministrazione americana si è adoperata molto per fare arrivare in Israele le munizioni indispensabili per l’offensiva a Gaza finalizzata a eliminare Hamas. Non è passato molto tempo, tuttavia, prima del levarsi delle esortazioni americane a limitare al massimo la morte dei civili, utilizzati da Hamas come scudi umani dietro ai quali nascondere le proprie forze militari e le infrastrutture belliche. Questa condotta, (già sperimentata da oltre 10 anni) oltre che essere in piena violazione del diritto internazionale, per le leggi di guerra rende le infrastrutture civili dei legittimi obiettivi militari, come è sempre successo anche per le guerre condotte dagli Stati Uniti e dalla NATO. Pur conoscendo perfettamente questa realtà, l’Amministrazione Biden non ha mai cessato un momento a richiamare Israele alla tutela dei civili, in un teatro di guerra urbano, dove tutte le strutture civili sono state trasformate in strutture militari nel corso degli anni. Trasformazione urbana di cui sia gli Stati Uniti che la UE sono i maggiori responsabili, avendo per anni finanziato e incentivato l’ingresso di materiali edili senza nessun controllo.

Analizzando oggettivamente le cifre delle vittime civili, prendendo per vere quelle rilasciate dai terroristi di Hamas, che fanno riferimento a 27.000 vittime complessive senza distinguere tra civili e terroristi, (quelle rilasciate dall’esercito israeliano riferiscono di oltre 10.000 terroristi uccisi), si scopre che il rapporto tra vittime militari e civili è di 1 a 1,7 circa. Si tratta del rapporto tra vittime militari e civili più basso mai registrato in un conflitto militare. Molto più basso di un qualsiasi conflitto al quale hanno partecipato gli Stati Uniti o la NATO o qualsiasi altro paese al mondo. Il dato è stato certificato anche da John Spencer, il maggiore esperto di guerra urbana di West Point. Nonostante ciò, da parte della Casa Bianca, dall’inizio della guerra non sono mai cessate esortazioni a limitare le vittime civili insieme alle critiche per il numero dei morti registrato fino ad ora e considerato troppo alto. La ragione di ciò è esclusivamente determinata dalla politica interna americana. A monte c’è stato una sorta di commissariamento del Gabinetto di guerra e delle sue decisioni, che non ha precedenti. 

Se gli Stati Uniti hanno potuto spingersi così avanti la colpa è senza dubbio dei vertici politici e militari israeliani che hanno messo il paese alla totale dipendenza americana. Al quadro si è aggiunto un sempre più evidente ritardo nelle consegne di munizionamento indispensabile per le operazioni militari, che, come conseguenza, hanno subito un evidente rallentamento.

L’ultima ingerenza in ordine cronologico, da parte dell’Amministrazione Biden, è relativa ai lavoratori stranieri. Anche in questo caso gli Stati Uniti vogliono avere l’ultima parola su chi può o non può entrare in Israele per lavorare. Siccome Israele ha bloccato l’accesso, per motivi di sicurezza, a oltre 60.000 lavoratori palestinesi, che quotidianamente lavoravano nel paese, (l’80% dei palestinesi ha dichiarato di appoggiare Hamas per il massacro del 7 ottobre), ha iniziato a stringere accordi con India, Sri Lanka e altri paesi per sostituire i lavoratori palestinesi. Agli americani non è piaciuto, quindi si sono attivati subito per accusare pretestuosamente Israele di presunte “violazione di traffico di esseri umani” in modo da costringerlo a riprendersi i lavoratori palestinesi filo Hamas. Non è stato sufficiente. E qui inizia la politica dolosa americana (sempre per ragioni elettorali) che ha permesso la criminalizzazione di Israele a livello internazionale e soprattutto sta mettendo a serio repentaglio l’esistenza stessa dello Stato ebraico, continuando a ribadire in modo ossessivo la necessità della costituzione di uno Stato palestinese.

L’idea stessa della nascita di uno Stato palestinese che conviva pacificamente a fianco di quello ebraico, dopo quanto è accaduto il 7 ottobre pare una beffa . Dopo 30 anni di intransigenza palestinese in merito ad ogni accordo, tentare di obbligare Israele, alla luce dell’eccidio del 7 ottobre, ad accettare la presenza di uno Stato palestinese ha il sapore di un palese regalo politico per un crimine efferato. Quello che non si è riuscito ad ottenere dopo trent’anni di trattative politiche si cerca di imporlo dopo un massacro di 1.200 persone? Se questo premio lo si è ottenuto uccidendo 1.200 civili, quando anche Giudea e Samaria saranno trasformate in una nuova Gaza, quale sarà il premio per un nuovo eccidio? La Palestina dal fiume al mare?

Non bisogna essere degli esperti per capire che Gaza è stata trasformata in quello che è oggi avendo un confine non controllato da Israele di pochi chilometri con l’Egitto. Cosa accadrà in Giudea e in Samaria con un confine lungo più di dieci volte quello di Gaza? 

Per Antony Blinken sarebbe l’Autorità Palestinese “rinvigorita” (qualunque cosa significhi) a garantire la pace, così come ha fatto a Gaza 15 anni fa? Oppure anche Giudea e Samaria finiranno sotto il controllo di Hamas? 

Sarebbe grazie a Hamas e al 7 ottobre se uno Stato palestinese  vedesse la luce per volontà americana, mentre grazie all’AP, dopo trent’anni di corruzione e trattative ferme, non è mai venuto in essere. Chi ne trarrebbe vantaggio politico, Hamas o l’AP?

Già oggi, in base a tutti i sondaggi, Hamas gode il favore dell’80% dei palestinesi di Giudea e Samaria, con la nascita di uno Stato palestinese il suo consenso diminuirebbe o aumenterebbe? Quando mai gli americani hanno ottemperato alla promessa di uno Stato demilitarizzato? Se è così semplice perché Gaza è diventata quello che diventata? O il sud del Libano dopo 15 anni dalla Risoluzione 1701 che ne chiedeva la smilitarizzazione? Perché gli americani se ne sono dovuti andare dall’Afghanistan dopo vent’anni di occupazione e il regime che hanno instaurato non è durato neanche un mese dal loro ritiro?

Gli americani sono ben consci dell’impossibilità pratica di queste idee che hanno il solo scopo di fare risalire il gradimento di Biden agli occhi dell’elettorato musulmano americano e di quello di sinistra tra i democratici a spese della vita di migliaia di civili israeliani.

In vista delle elezioni che vedranno nel Michigan uno Stato chiave per l’eventuale rielezione di Biden (Stato che ha la presenza della più grande e agguerrita comunità musulmana d’America) Biden e Blinken hanno trovato un capro espiatorio da offrire come compensazione a chi li rimprovera di essere complici di un genocidio. Si tratta dei “coloni”, accusati di “violenze intollerabili” in grado addirittura di destabilizzare la regione.

Se si leggono le statistiche delle violenze regionali si scopre che a morire per attentati, investimenti, accoltellamenti e lanci di pietre sono proprio i “coloni” e che l’unico palestinese morto per mano di un “colono” è morto perché insieme a numerosi altri aveva preso a sassate la moglie e la figlia piccola di quest’ultimo.

Tutte le reazioni dei “coloni” che si sono verificate sono state risposte a precedenti attentati palestinesi. Questo non ha impedito all’Amministrazione Biden di emettere una blacklist di “coloni” criminali mentre una blacklist di palestinesi (che in pochi anni hanno ucciso più di cento persone) non è in agenda.

Prima del dispositivo restrittivo nei confronti dei “coloni” anziché difendere il più fedele alleato americano del Medio Oriente l’Amministrazione Biden ha permesso l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che non nominava Hamas e i palestinesi come responsabili dell’eccidio del 7 ottobre. Ha proseguito orchestrando una costante pressione su Israele affinché permettesse l’ingresso di carburante, viveri e quant’altro necessario a Hamas per continuare la guerra, dato che si impossessa della maggioranza degli aiuti che entrano a Gaza. Nessuna pressione, invece, sull’Egitto affinché permetta la fuga dai teatri di guerra della popolazione civile stremata. Ma la cosa più clamorosa è avere permesso la farsa che è andata in scena all’Aia presso la Corte di Giustizia Internazionale. Qui si è avuta la conferma del mondo al contrario: uno Stato che subisce un genocidio viene messo alla sbarra per genocidio.

Gli Stati Uniti, anziché usare tutto il loro potere politico (la Corte di Giustizia è un organo politico) per ostacolare la farsa e aiutare Israele (già colpevole a prescindere) si sono accodati alla farsa (la presidente della Corte è americana) in modo da potere eventualmente ricattare Israele in futuro quando sarà necessario un loro veto al Consiglio di Sicurezza.

Con questi amici, chi ha bisogno di nemici?   

 

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